Asilo degli orrori a Lamezia, bambini senza difese e sopraffatti in un «sistema educativo fondato sulla paura»
Tra condanne in primo grado. Per il giudice non furono episodi isolati ma una prassi sistematica

LAMEZIA TERME Non si sarebbe trattato di una semplice rigidità educativa o di un metodo severo, ma di «un sistema di sopraffazione fondato sulla paura, incompatibile con l’età dei minori e con la funzione educativa propria dell’istituzione scolastica». È uno dei passaggi preliminari ma già dirimenti che emergono dalle motivazioni del giudice del Tribunale di Lamezia Terme, Rosario Aracri, nel processo che ha portato alla condanna di alcune insegnanti e di una collaboratrice scolastica della scuola dell’infanzia “S. Gatti”, plesso Donnamazza, di Lamezia Terme, imputate a vario titolo dei reati di maltrattamenti ai danni dei bambini – tutti di età compresa tra i 3 e i 5 anni – e di falso ideologico nella compilazione dei registri di classe. Con la sentenza, il giudice aveva inoltre condannato le imputate al risarcimento dei danni in favore dei genitori dei minori, da quantificare in separato giudizio civile, disponendo una provvisionale di 2.000 euro per ciascuna parte civile, a carico del Ministero dell’Istruzione, citato nel processo come responsabile civile.
La «continuità dei comportamenti»
Nelle motivazioni, depositate a pochi giorni dalla sentenza pronunciata lo scorso 20 gennaio, il giudice mette nero su bianco quello che è il castello accusatorio che ha di fatto “smontato” quello della difesa. Perché «quanto emerso dal processo non può essere ridotto a singoli episodi o a un eccesso di severità», spiega il giudice, parlando di «continuità dei comportamenti». Ed emerge tutto ciò che ha caratterizzato “l’asilo degli orrori”: urla, punizioni umilianti, isolamento, percosse e intimidazioni, una «prassi quotidiana che ha inciso profondamente sull’equilibrio psicologico dei bambini», si legge ancora. Già perché, secondo il giudice Aracri, le condotte poste in essere «non possono essere ricondotte a singoli episodi occasionali, ma risultano reiterate, sistematiche e idonee a cagionare nei minori sofferenze, umiliazioni e un perdurante stato di timore, incompatibile con le normali condizioni di vita».
Elemento chiave: i video
Durante il dibattimento – e già in fase investigativa – sono emersi elementi dirimenti che caratterizzano l’impianto motivazionale del Tribunale di Lamezia Terme. Come, ad esempio, le testimonianze dei genitori, così come i cambiamenti comportamentali dei piccoli. Si parla, infatti, di crisi di pianto, rifiuto della scuola, ansia notturna, balbuzie, paura costante. E poi – non da ultimo – il ruolo quasi decisivo riconosciuto alle riprese video dell’impianto di sorveglianza all’interno dell’istituto lametino. Immagini che, a detta del giudice, «hanno un valore probatorio decisivo, perché consentono di superare ogni dubbio interpretativo», anche per via della drammaticità delle riprese. Come già emerso in fase investigativa, dai filmati affiorerebbe il comportamento di «sopraffazione e violenza» perpetrato dalle indagate: bambini costretti a rimanere immobili su una panca per lunghi periodi, zittiti con colpi violenti alla cattedra, richiamati con urla sproporzionate anche mentre giocavano. Scene che, secondo il Tribunale, non lasciano spazio ad altre letture. «Le immagini di videosorveglianza costituiscono un riscontro oggettivo e decisivo del narrato dei genitori – scrive il giudice – documentando urla, punizioni immotivate, percosse e atteggiamenti intimidatori che trovano piena corrispondenza nelle testimonianze raccolte», si legge ancora nelle motivazioni.
Minori «privi di strumenti di difesa e reazione»
Ma non è tutto. Dalle motivazioni emerge in modo ancora più netto il quadro drammatico. «I minori, per età e contesto, erano privi di strumenti di difesa e reazione – si legge – subendo passivamente condotte lesive della loro dignità personale»: una «asimmetria di potere», sottolinea il Tribunale, che «ha trasformato quelle azioni in maltrattamenti penalmente rilevanti, aggravati dal ruolo educativo rivestito dalle imputate». Ciò che emerge, dunque, dall’inchiesta e dal successivo processo è «un clima educativo fondato sull’intimidazione, incompatibile con qualsiasi funzione formativa», e la sentenza segna nettamente il confine tra disciplina e violenza. (g.curcio@corrierecal.it)
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