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Molto rumore per nulla?

Un referendum che non parla (solo) di Giustizia

Dietro la riforma delle carriere si profila un voto che pesa più sugli equilibri di potere e sul futuro della legislatura che sull’efficienza del sistema giudiziario

Pubblicato il: 04/02/2026 – 18:58
di Romano Pitaro
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Un referendum che non parla (solo) di Giustizia

Stiamo approssimandoci, con un’accesa polarizzazione delle tesi in lizza, al referendum per la riforma della Giustizia che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due Csm e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare; e chi (esclusi gli intruppati nei partiti) non ha dubbi sul da farsi, alzi la mano! Ci vuole fegato, è vero, perché a esprimere titubanze, sebbene col proposito di votare consapevolmente, si rischia il linciaggio verbale. Ma tant’è.
Intanto, suscita perplessità osservare che, a fronte di un mondo che sembra cadere a pezzi e degli sconvolgimenti economici e geopolitici internazionali cavalcati con sprezzo della civiltà occidentale dai dottor Stranamore del nostro tempo, l’appuntamento del 22 e 23 marzo sia considerato topico. Quasi un passaggio decisivo per il sistema-Italia.
Segno di una classe politica ossessionata dall’obiettivo di preservare, qualunque cosa accada, il consenso assegnatole dai sondaggi, e che, spesso alimentandosi di espedienti demagogici, si rivela allergica ad ogni approfondimento dei dossier più spinosi per il Paese (come la necessità di affrontare sul serio il rischio idrogeologico di un territorio vulnerabile) che richiederebbe, come sosteneva De Gasperi, non di pensare alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni.
Si vuole, dunque, l’attenzione del popolo su una riforma che, anche se approvata, non inciderà sulla lentezza dei processi (e neanche sulla carenza di personale, sull’arretrato giudiziario, sulle strutture inadeguate e sugli strumenti informatici obsoleti, tantomeno sul sovraffollamento delle carceri), piuttosto che promuovere un dibattito di contenuti su ciò che dappertutto sta stravolgendo i valori democratici che esigono, anzitutto e a tutela del cittadino, la salvaguardia della separazione dei poteri e dei controlli di legalità sull’operato dei governi.
Ma c’è altro. In realtà, a parte le ragioni tecniche dei due schieramenti, e ispirandosi al famoso quadro surrealista di René Magritte (“Ceci n’est pas une pipe”, questa non è una pipa), non sembra azzardato asserire che soltanto formalmente “questo” è un referendum sulla Giustizia.
Visto che, grattando lo strato superficiale della questione, il referendum (sostanzialmente) mira a sondare, da un lato, l’apprezzamento degli italiani verso un potere giudiziario accusato di errori, ingerenze e discrezionalità che, nel tempo, ne hanno pregiudicato autorevolezza e credibilità; e dall’altro a sondare il giudizio su un governo che, dopo 4 anni, lascia irrisolte le criticità profonde del Paese, e che, se la riforma – Nordio prevalesse, non solo uscirebbe rinforzato ma, profittando dell’inconcludenza del “campo largo”, potrebbe anticipare la chiusura della legislatura e andare al voto con concrete possibilità di spuntarla.
Cosi stando le cose, va da sé che, a prescindere dal responso delle urne, l’Italia sulla Giustizia avrà fatto come il gambero: se non facendo passi indietro, rimanendo nella medesima condizione prima del voto. Molto rumore per nulla? (redazione@corrierecal.it)

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