L’intercettazione di Pino Piromalli e il riferimento al periodo delle stragi. «Tra ‘ndrangheta e Cosa nostra rapporti e contatti»
«Dopo Riina c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua». La circostanza emersa nel processo “‘Ndrangheta stragista”

REGGIO CALABRIA «Dopo Riina c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua». Una frase pronunciata da Pino Piromalli “Facciazza” che conterrebbe un chiaro riferimento temporale al periodo delle stragi continentali (’93-’94). Rapporti e interlocuzioni tra il clan Piromalli di Gioia Tauro e Cosa Nostra, che emergono chiaramente dalle conversazioni registrate nell’ambito dell’inchiesta “Res Tauro” della Dda di Reggio Calabria, l’operazione che ha portato nuovamente all’arresto di “Facciazza” nel settembre 2025.
La circostanza è emersa nel corso dell’ultima udienza del processo d’appello bis “‘Ndrangheta stragista”, nel corso della quale è stato ascoltato il tenente colonnello Diego Berlingeri, comandante del reparto anticrimine di Reggio Calabria, a seguito della richiesta del magistrato della Dda applicato come sostituto procuratore generale Giuseppe Lombardo.
Alla sbarra ci sono il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e Rocco Santo Filippone, esponente apicale del clan Piromalli di Gioia Tauro. Entrambi sono accusati di essere i mandanti dell’agguato in cui, il 18 gennaio 1994, morirono i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, oltre che di altri due attacchi ai danni dei militari dell’Arma.
In apertura di udienza, la Corte (presidente Angela Bandiera, a latere Katia Asciutto) ha conferito al perito l’incarico di trascrivere le intercettazioni depositate dalla Procura. Su richiesta del sostituto procuratore le trascrizioni dovranno riportare fedelmente le espressioni dialettali originali.
Il ruolo di “Facciazza” e l’operazione Res Tauro
L’attività investigativa, partita nell’ottobre 2020 in continuità con l’operazione “Hybris”, ha dimostrato come Piromalli, nonostante 22 anni di detenzione, una volta tornato in libertà avesse ripreso immediatamente il comando del clan di Gioia Tauro. Sebbene i fratelli Gioacchino e Antonio fossero operativi, «l’ultima parola spettava sempre a Facciazza», ha spiegato il tenente colonnello Berlingeri.
L’inchiesta ha svelato un sistema capillare di controllo del territorio: estorsioni ai danni di imprenditori, aste giudiziarie alterate e un massiccio flusso di denaro sporco reinvestito in attività lecite, oltre alla detenzione di armi e munizioni.
Il legame tra ‘ndrangheta e Cosa nostra e il commento sul processo
Berlingeri, deponendo in aula, ha sottolineato come le indagini abbiano ricostruito una fitta rete di contatti: «Don Mommo Piromalli con la Cosa Nostra palermitana, Giuseppe Piromalli “Facciazza” e Antonio Zito con Totò Riina… per loro stessa ammissione».
Dalle conversazioni registrate emerge anche un certo risentimento da parte di “Facciazza” per quanto stava emergendo proprio nel corso del processo sulla strategia stragista. Tra i temi oggetto di dibattito c’erano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Marcello Fondacaro e Girolamo Bruzzese. E in particolare si commentavano le dichiarazioni dei collaboratori – emerse in articoli o registrazioni del processo “‘Ndrangheta stagista”- circa «la partecipazione delle cosche di ‘ndrangheta alle esecuzioni delle stragi. Veniva fatto riferimento a quanto dichiarato sulle figure di Craxi e Berlusconi, alla figura di Amedeo Matacena, agli appoggi della massoneria a esponenti politici che sarebbero stati sostenuti dalla ‘ndrangheta».
L’intercettazione: «I Graviano sono ragazzi seri»
Nel dicembre 2022, Pino Piromalli descriveva la propria esperienza carceraria lasciandosi andare a commenti di profonda stima verso i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. «I Graviano loro sono… due fratelli seri… Filippo e Giuseppe… loro sono due ragazzi seri vero», affermava Piromalli. Ma è il passaggio successivo a catturare l’attenzione degli inquirenti: «Dopo Riina c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua». Quel riferimento a «tutte queste cose» è interpretato dagli investigatori come un richiamo esplicito al biennio ’93-’94.
Una interpretazione fortemente contestata dagli avvocati della difesa.
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