Ciclone Harry, il Sud rischia di pagare la ricostruzione con i suoi stessi soldi
Tra stime di danni milionari e ricostruzione, avanza l’idea di attingere ai Fondi di Coesione. Ma così Sicilia, Calabria e Sardegna rischiano di perdere risorse strategiche per il loro futuro

Mentre le comunità di Sicilia, Calabria e Sardegna provano a fare i conti con gli effetti devastanti del ciclone Harry, con danni che a livello regionale si stimano già in centinaia di milioni di euro e, secondo alcune prime stime istituzionali, potrebbero superare il mezzo miliardo solo in Sicilia, si apre un’altra emergenza, ugualmente grave ma tutta politica: la proposta di attingere ai Fondi per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) per coprire parte dei costi di ricostruzione e ripristino delle aree colpite.
La proposta è stata evocata in più di un contesto istituzionale. Secondo alcune dichiarazioni e prese di posizione, tra cui quelle del vicepresidente della Commissione Europea Raffaele Fitto, si sta valutando di utilizzare una parte delle risorse di coesione dell’Unione Europea per fronteggiare l’emergenza climatica e le conseguenze del ciclone nel Meridione. Nell’Assemblea regionale siciliana è passato un ordine del giorno – sostenuto trasversalmente da più gruppi – che impegna il governo regionale a chiedere l’utilizzo di circa 5,3 miliardi di euro del Fondo sviluppo e coesione destinati al Ponte sullo Stretto per i territori colpiti.
La questione è esplosa immediatamente in polemica, e non sorprende: i Fondi di Coesione sono strumenti della politica di coesione europea e nazionale pensati per ridurre i divari tra le aree più svantaggiate del Paese, favorire lo sviluppo e stimolare crescita, lavoro e infrastrutture nel Mezzogiorno. Non sono – o almeno non dovrebbero essere – un “bancomat” per coprire emergenze generate da eventi calamitosi, per quanto gravi, che già vedrebbero competenze ordinarie di Stato e regioni.
I fondi di coesione sono progettati per sviluppo strutturale, non per rispondere ad urgenze dovute a eventi atmosferici estremi: infrastrutture, competitività, occupazione, servizi pubblici. Utilizzarli per riparare danni post-disastro significherebbe deviare risorse destinate a programmi di lungo periodo verso spese correnti o straordinarie. Questo abbassa l’efficacia delle politiche di coesione e rischia di compromettere gli interventi programmati. Ma, soprattutto è un precedente pericoloso. Per la verità neppure un punto zero. E’ già successo per Il Ponte sullo Stretto, una quota de fondi di coesione di Calabria e Sicilia sono stati “scippati” per un’infrastruttura considerata strategica dallo Stato (salvo ora, come dicevamo più su, a chiedere di ridestinarli). Così è successo in Campania per la riqualificazione di Bagnoli, sito nazionale. L’ex governatore De Luca ancora sta gridando per lo scippo.
La percezione è che il Sud sia costretto a “pagare due volte”. Solo il Sud. Perché nel caso dell’alluvione dell’Emilia Romagna, ad esempio, furono subito attivati meccanismi per fondi europei aggiuntivi e meccanismi di solidarietà che gravarono su tutti i contribuenti italiani. Si autorizzò anche l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ad effettuare estrazioni straordinarie del Lotto e del Superenalotto.
Anche questa è una forma di coesione e solidarietà nazionale. Fu così anche per l’alluvione della Valtellina del 1987. Oggi lo scenario è cambiato, certo anche perché lo scenario europeo e mondiale sono cambiati. Ma per i cittadini del Mezzogiorno l’idea che il loro futuro venga “razionato” per tamponare emergenze mette sale su ferite già aperte. Per dirla tutta, si rischia di risarcire Calabria Sicilia e Sardegna con i loro stessi soldi. (redazione@corrierecal.it)
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