Dalle aule ai talk-show: il “processo mediatico” e la rincorsa alla verità spettacolarizzata
L’opinione pubblica tra presunzione d’innocenza, diritto all’oblio e Riforma Cartabia

Diverse volte ho scritto sul fenomeno tutto italiano del processo mediatico. Mi accingo a farlo nuovamente perché ho l’impressione che nonostante gli interventi legislativi poco o nulla sia cambiato. In Italia, il confine tra l’aula di tribunale e lo studio televisivo è diventato sempre più sottile. Quella che i sociologi definiscono ormai come una “patologia della rappresentazione”, continua a dominare l’opinione pubblica, trasformando gli indagati in colpevoli prima ancora che un giudice possa leggere il fascicolo.
Mentre la durata dei processi penali in Italia ha mostrato segnali di miglioramento nel 2025 – con una media scesa a circa 2 anni e 4 mesi nel primo semestre dell’anno rispetto ai tempi biblici del passato – la “sentenza” dei media rimane istantanea amplificata ancora di più dal social. Da ultimo ne ha fatto le spese nuovamente il Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, che ha visto prima rimbalzare su diversi media nazionali la notizia di essere indagato, poi è stato costretto a registrare le solite critiche sui social con un linguaggio che forse viene utilizzato nei bassifondi di qualche dimenticata periferia. Già perché sono in tanti a frequentare i social, per alcuni è come sedersi in una taverna frequentata da persone triviali.
La cronaca giudiziaria, alimentata da una ricerca della verità spesso “distorta e frammentaria”, rischia di generare una miscela esplosiva che si allontana dal metodo scientifico del “ragionevole dubbio”. Molte testate sottolineano l’urgenza di proteggere la presunzione di innocenza, messa a dura prova da quella che viene definita come una “pena naturale” anticipata: lo stigma sociale che colpisce chi finisce sotto i riflettori della cronaca. Sono convinto che la deriva mediatica del crimine spettacolarizzato non sia solo una questione di ascolti. Il pericolo reale può essere rappresentato dall’influenza sulla serenità del giudizio e sulla violazione dei diritti fondamentali della persona.
Come riportato da analisi recenti su La Gazzetta del Mezzogiorno, il giornalismo giudiziario ha la responsabilità etica di non trasformarsi in uno strumento di linciaggio mediatico, preservando il sacrosanto diritto dell’equo processo. In un sistema che conta ancora milioni di abitanti e migliaia di procedimenti ogni anno, la sfida del 2026 resta quella di conciliare il diritto di cronaca con la dignità dei soggetti coinvolti, evitando che il verdetto della TV e dei Giornali arrivi prima di quello della Cassazione. La presunzione di innocenza non è solo un concetto astratto, ma un pilastro della democrazia sancito dall’Articolo 27 della Costituzione Italiana, che recita: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Questo principio impone intanto che l’onere della prova ricada interamente sull’accusa, obbligando il giudice a condannare solo se la colpevolezza è provata «al di là di ogni ragionevole dubbio».
Oggi, purtroppo, la battaglia per l’innocenza si combatte non solo nei Tribunali, ma anche online. Il cosiddetto diritto all’oblio, rafforzato dalla Riforma Cartabia, permette a chi è stato assolto o ha scontato la pena di richiedere la deindicizzazione di notizie datate dai motori di ricerca, cercando di ricucire una reputazione spesso lacerata da un click troppo precoce. Ricordare che “è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente” non è una debolezza del sistema, ma la sua massima garanzia di civiltà. (redazione@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato