«20 minuti buoni buoni». Il “codice” dello spaccio di droga a Isola Capo Rizzuto decifrato dalla Dda
Ventidue indagati, dieci arresti. Il termine “minuti” usato per indicare il denaro della droga: per gli inquirenti un sistema rodato e consolidato nel tempo

CROTONE È un impianto accusatorio che, per come emerge dagli atti, restituisce l’idea di un’attività sistematica, strutturata e tutt’altro che improvvisata. Le prime intercettazioni scattano all’inizio di gennaio 2024 nei confronti dei fratelli Gualtieri. Poi il monitoraggio si estende: captazioni telefoniche, ambientali all’interno dell’abitazione, fino all’installazione di telecamere di videosorveglianza. Un’indagine a tutto campo che avrebbe consentito agli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro di delineare un quadro accusatorio nei confronti di 22 indagati, 10 dei quali raggiunti da misura cautelare in carcere.
«Una quotidiana e frenetica attività di spaccio»
Secondo l’accusa, sarebbe stata accertata «una quotidiana e frenetica attività di spaccio di sostanza stupefacente», con «l’attiva collaborazione tra i fratelli Gualtieri, Giuseppina Muto (cl. ’92) e Francesco Bruno detto “Pocket Coffee” (cl. ’96)», tutti finiti in carcere. Un sistema che, a differenza di molte altre piazze di spaccio dove si fa largo uso di linguaggi criptici, si sarebbe fondato su conversazioni tutt’altro che cifrate. Gli indagati, scrive il gip, si sarebbero mostrati «incuranti di eventuali investigazioni a proprio carico», adottando una sola precauzione: utilizzare il termine “minuti” per indicare l’importo in denaro corrispondente alla sostanza richiesta. Un codice semplice, condiviso sia dagli indagati sia dai clienti abituali, ritenuto dagli investigatori «indice sintomatico di un sistema ben collaudato nel tempo», operativo non solo nella piazza di spaccio di Isola di Capo Rizzuto ma anche con acquirenti provenienti dai centri vicini.
«20 minuti buoni al cugino»
Emblematico, per l’accusa, un dialogo del 22 gennaio 2024. «Cugino mio!» «Ohi cugì, 20 minuti buoni buoni eh?». A parlare, secondo gli atti, sarebbero Raffaele Gualtieri e un cliente. Il termine “cugino”, nel contesto locale, sarebbe utilizzato anche in assenza di vincoli di parentela. Per gli inquirenti il riferimento è chiaro: 20 euro di droga richiesti a Raffaele Gualtieri, all’epoca sottoposto a sorveglianza speciale. Ottenuta una risposta negativa, l’interlocutore avrebbe chiesto a chi rivolgersi, indicando Paolo o Francesco “Pocket Coffee”, dimostrando – annota il gip – di conoscere il «modus operandi del gruppo».
Il giorno successivo, 23 gennaio 2024, un’altra conversazione intercettata: «Dove sei? Io sono al tuo bar». «Ok dai, quanti minuti ti devo portare?». «Vieni di qua, vieni. 60 minuti dai ciao». Per la Dda anche in questo caso il termine “minuti” indicherebbe la quantità di droga richiesta. E ancora, nella stessa serata, emergerebbe la «complicità e collaborazione» tra i due fratelli, intenti – secondo quanto riportato nell’ordinanza – a fare un conteggio della sostanza da consegnare ai clienti: «25 euro a zio Raffaele glieli hai portati?» «No, gliene devo mandare uno… uno è pagato già… lo ha pagato a me, ora ne deve avere un altro, se andate a portarglielo non gli dobbiamo dare nulla più».
Il sistema dello spaccio dei fratelli Gualtieri
Un meccanismo rodato, secondo l’accusa, fatto di cessioni quotidiane documentate anche dai sequestri di stupefacente eseguiti nei confronti dei Gualtieri e di Domenico Soda, arrestato mentre – secondo la ricostruzione investigativa – stava trasportando un chilo di cocaina destinato a Raffaele Gualtieri. Le immagini delle telecamere avrebbero completato il quadro: consegne di involucri ai clienti, confezionamento della droga, gestione della contabilità dell’organizzazione e trattative con i fornitori. Elementi che, messi insieme, avrebbero consentito agli inquirenti di ricostruire un sistema di spaccio ritenuto stabile e strutturato nel tempo. (g.curcio@corrierecal.it)
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