Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 20:20
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

la lente di emiliano

L’urgenza di preservare il Ponte della Cona

È una testimonianza preziosa della storia e del paesaggio della Sila. Oggi però l’incuria ne minaccia la sopravvivenza

Pubblicato il: 06/03/2026 – 12:16
di Emiliano Morrone
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
L’urgenza di preservare il Ponte della Cona

COSENZA È un pomeriggio umido di fine inverno. Fra un’oretta calerà la sera e forse pure la nebbia che adesso aleggia sul declivio a sud. Scendo verso la valle del Neto mentre sale dal bosco un odore di bagnato con sentore di ozono e memorie di piogge. A San Giovanni in Fiore basta allontanarsi un po’ dal centro abitato per entrare in un’altra dimensione del tempo e dello spazio. Come quando arrivi alla chiesa della Cona, dove Gioacchino da Fiore aveva collocato l’oratorio dei diaconi, e ti muovi giù verso il fiume Neto, che significa «navi bruciate» e solca un territorio proteso verso lo Ionio, cangiante e assieme fertile, pieno di storia accantonata e natura più che mai selvaggia.
La strada si restringe a causa di una frana recente, i rumori scompaiono, la vegetazione s’infittisce. Cammino lungo la viuzza semideserta che porta a Palla Palla e guardo intorno, con il suono fisso dell’acqua che risale dal fondo valle. Al termine della discesa emerge una struttura antica, quasi imprevedibile, timida ma presente. Ancora viva. È il ponte della Cona. Lo vedo apparire che sembra crescere dalla terra stessa. È un’opera importante di muratura, tuttavia oggi malmessa. I conci irregolari mostrano i segni del tempo e dell’abbandono; l’umidità e l’incuria lo stanno consumando e si teme perfino che possa cadere.
Resto immobile a guardarlo. Sotto c’è il Neto con il suo moto quieto ma imprevedibile. L’acqua porta con sé il rumore che da secoli accompagna questo posto. È probabile che il ponte non sia stato costruito per essere guardato. Dà infatti la sensazione di essere un’opera nata dalla necessità di collegare due versanti del territorio sangiovannese, centro della spiritualità e del profetismo gioachimita.
Il ponte della Cona risale alla fine del Settecento. Allora San Giovanni in Fiore viveva una condizione di forte isolamento geografico. Il paese era un centro montano legato ai boschi, alla pastorizia, alle attività connesse all’imponente patrimonio forestale della Sila. I collegamenti con la costa ionica e con il resto della Calabria erano complicati. Ci si serviva di mulattiere, di guadi, di ponti come questo. Per molto tempo la struttura costituì uno degli accessi principali alla città per i viandanti della valle del Neto e del Marchesato crotonese. Vi transitavano mercanti, contadini, viaggiatori. Passavano greggi, carri, uomini a cavallo. Il ponte svolgeva una funzione vitale nella rete delle vie antiche che collegavano la montagna al mare e viceversa. Cammino sopra l’arco centrale e provo a immaginare la stessa scena due secoli fa. Il paesaggio silano era più duro, più selvaggio. Le strade moderne non esistevano. Il ponte di pietra costituiva un’infrastruttura indispensabile per la sopravvivenza economica della comunità montana. La storia del luogo incrocia addirittura quella nazionale. Nel 1844, dopo la cattura in Sila, i fratelli Bandiera attraversarono queste terre durante il tragitto che li condusse verso la fucilazione a Cosenza. Il fatto trasmette alla zona un interesse ulteriore. Il ponte della Cona entrò in contatto, potremmo dire, con la geografia morale del Risorgimento italiano. Continuo a osservare la struttura. Le arcate poggiano su basi robuste. Il disegno architettonico è elementare, tipico dell’ingegneria preindustriale. Gli antichi costruttori conoscevano la pietra e il comportamento delle singole forze in gioco. In questo caso, l’equilibrio è dato dalla forma dell’opera, che si trova in perfetta armonia con il paesaggio. Il ponte appare un pezzo stesso della valle. In pratica, è un esempio di come la natura e l’ingegno umano possano incontrarsi e accompagnarsi senza elidersi, senza contrasti, competizioni. Le pietre hanno quasi assunto le tinte della terra circostante. La vegetazione cresce attorno alle arcate e il paesaggio tra architettura e ambiente offre una continuità incantevole. L’infrastruttura esprime, in qualche modo, un rapporto antico tra comunità e territorio. Tali opere venivano costruite con materiali locali, con tecniche adattate alla morfologia del luogo. L’architettura seguiva il paesaggio. È una lezione di storia e di saggezza, molto utile in tempi di cicloni, erosioni, smottamenti, perdita di quartieri, pezzi di città, memorie, affetti familiari. Mentre guardo il ponte mi ritorna in mente che i paesi della Sila sono fatti di queste stratificazioni. Chiese, fonti d’acqua, strade antiche, mulattiere, muri a secco, ponti, tracce ineliminabili ma sovente diseredate. La civiltà montana lascia spesso segni discreti, diffusi, molte volte lontani dalle rotte turistiche e dai riflettori della narrazione dominante. Il ponte della Cona appartiene a questa costellazione di luoghi. Poi lo sguardo cade sui segni dell’abbandono. La vegetazione cresce incontrollata e nei pressi c’è una piccola discarica a cielo aperto. Alcuni punti della muratura hanno l’aspetto di ferite di guerra, di un conflitto inavvertito contro la modernità, che tende a sciupare, produrre e sostituire molto, a conservare e valorizzare poco oppure niente.

storica dell’arte Vittoria De Luca
Vittoria De Luca – storica dell’arte

Perché il destino di questa struttura interessa soltanto a qualcuno, fra cui la storica dell’arte Vittoria De Luca, che da due anni buoni lancia inascoltata appelli per un intervento di salvaguardia più che mai necessario?
Il ponte della Cona è una testimonianza storica dell’architettura civile della Sila, la porta più evidente di San Giovanni in Fiore e parte della sua memoria materiale, da preservare e conservare. Il Comune di San Giovanni in Fiore ha il compito di proteggere il patrimonio storico del territorio. La Regione Calabria può attivare strumenti di valorizzazione culturale e paesaggistica. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio possiede le competenze tecniche per valutare il valore storico e predisporre eventuali vincoli di tutela. Un intervento sul ponte della Cona dovrebbe partire da un rilievo accurato della struttura. Bisognerebbe avviare, se possibile presto, già nell’anno corrente, una verifica statica delle murature, un restauro conservativo rispettoso delle tecniche originarie e una sistemazione dell’area circostante che renda il luogo più accessibile e comprensibile. L’Italia possiede una quantità straordinaria di architetture minori: ponti, mulini, strade storiche, manufatti rurali. Spesso si tratta di opere invisibili nelle grandi narrazioni culturali, ma che costituiscono la trama reale del paesaggio storico. Se esse scompaiono, il territorio perde molto della propria memoria. Resto ancora per qualche minuto sul ponte. Il vento scende dalla Sila e taglia la valle. Il fiume va come deve. Immagino tutte le persone che hanno attraversato questo passaggio nei secoli. Penso alla pazienza con cui le pietre sono state scelte, lavorate, messe. E penso al luogo in cui si trova la struttura, carico di suggestioni gioachimite, attraversato dalle leggende silane ricostruite in un gran bel libro dello storico e giornalista Saverio Basile, ideale per ricavare un percorso di sicuro pregio naturalistico, come potrebbe confermare l’ambientalista e documentarista Gianluca Congi. La memoria architettonica vive in queste opere, grazie alla loro esistenza. Proteggere il ponte della Cona è doveroso, giusto e urgente. Anzitutto per custodire una parte della storia di San Giovanni in Fiore, legata all’abate Gioacchino e ai rapporti, molto più remoti, che univano la valle del Neto e le pendici della Sila sudorientale. (redazione@corrierecal.it)

Foto: Nuovo Corriere della Sila

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x