Proiettili e pizzo, la “bacinella” riempita con le estorsioni agli imprenditori di Isola. «La priorità sono i carcerati»
La morsa dei clan nelle parole di un imprenditore: «Ti prendono con le buone, poi te la ‘ntostano». La minaccia: “Ma tu vuoi combattere con noi su un terreno nostro?”

ISOLA CAPO RIZZUTO «Vengono con il sorriso, ti prendono con le buone, poi come si dice a Isola te la ‘ntostano. Tu fai ancora il tosto e dicono: “ma tu vuoi combattere con noi su un terreno nostro?”». Il terreno è quello di Isola Capo Rizzuto, la logica è quella criminale dei clan che spadroneggiavano minacciando ed estorcendo denaro per rimpinguare costantemente le cassa comune, la cosiddetta “bacinella” utile ai detenuti e alle loro famiglie. Il racconto, invece, è quello di un imprenditore, titolare di un supermercato, vittima prima di una intimidazione e poi di continue richieste di denaro. È quanto emerge dall’inchiesta “Libeccio” della Dda di Catanzaro, che ha svelato come i clan Arena, Manfredi e Nicoscia – nonostante i colpi inferti dai precedenti blitz “Blizzard”, “Folgore” e “Black Flower” – siano stati capaci di riorganizzarsi, impartendo ordini, attraverso i vertici, anche da dietro le sbarre sotto il regime del 41bis.
«La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi»
L’inchiesta ha svelato la rigenerazione di una «struttura verticistica» fondata su «intrecci e alleanze, legami di sangue, battesimi e doti», capace di mantenere il «predominio sul territorio» nonostante i precedenti arresti. Il cuore economico del clan risiede nella gestione della «bacinella», una cassa comune alimentata dalle estorsioni e dall’edificazione di una «vera e propria impresa finalizzata al narcotraffico», organizzata con ruoli precisi e ingenti capitali. Tali risorse vengono utilizzate per garantire il «mantenimento economico delle famiglie attinte da iniziative giudiziarie».
Emblematico il diktat catturato dalle intercettazioni degli inquirenti: «La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi». Una “bacinella”che non era un semplice fondo, ma uno strumento – si legge nell’ordinanza – per assicurare il «sostentamento delle famiglie dei detenuti, facendo leva sullo stato di assoggettamento degli imprenditori locali e il senso di omertà che ne deriva».
I proiettili, le richieste e la promessa: “Non ti toccherà nessuno”
Il metodo per alimentarla era ben studiato: nel marzo 2024, Rosario Capicchiano e Luigi Morelli, detto “il Pinguino”, si presentano al titolare del supermercato chiedendo 2mila euro. Dicono che il contributo è «spontaneo» e che le famiglie dei detenuti «stavano letteralmente morendo di fame». L’imprenditore, che si definisce «uomo di Chiesa che tende ad aiutare i bisognosi», cede inizialmente senza opporsi, ma la spirale si fa presto asfissiante. Come raccontato, infatti, seguono richieste di 40 colombe pasquali per i detenuti, spese non pagate e la pretesa di altri 4mila euro per l’acquisto di un’auto.
Prima ancora della richiesta di denaro, la vittima racconta agli investigatori di aver trovato nella cassetta delle lettere una bustina per alimenti con dentro due proiettili. Un episodio che l’imprenditore non sa se ricollegare direttamente alle richieste che poi avrebbe effettivamente ricevuto.
Ma dopo aver esaudito le richieste degli indagati, la promessa di uno di loro è emblematica: «mi disse che grazie a questo contributo non sarei stato toccato da alcuno». (m.ripolo@corrierecal.it)
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