Claudio Martelli a Castrolibero ritorna con il merito e il bisogno, sempre caro al socialismo calabrese
Il nuovo film di Papaleo rende i paesaggi di Diamante e del Pollino personaggi di una magnifica storia

Martedì prossimo parte con il botto una bella rassegna di incontri letterari a Castrolibero. Si inizia con Claudio Martelli, intervistato da Francesco Verderami; nella sua ultima opera, Martelli è acutamente ritornato al suo celebre discorso del Congresso di Rimini del 1982 su “il merito e il bisogno”, che resta un caposaldo del riformismo italiano e dell’area socialista. Martelli, pur essendo l’enfant prodige di Bettino Craxi, fu sempre legato in modo sincero alla figura di Giacomo Mancini. È sempre circolata una battuta apocrifa del “bel Claudio”: “Io sono legato a tre uomini dal nome Giacomo: Mancini, Leopardi e Casanova. La politica, l’intelletto e la seduzione”.

Martelli, capace di organizzare persino un brindisi a via del Corso in direzione nazionale in piena era craxiana, mantenne un dialogo costante e affettuoso, quasi filiale, con Mancini; le divergenze (poche) non alienavano le molte affinità elettive e politiche tra i due. Non è un caso che Martelli sia stato chiamato nel 2022 dalla Fondazione Mancini a ricordare il ventennale della scomparsa del “leone socialista” calabrese. In quell’occasione, socialisti e sinistra di ogni tendenza si ritrovarono ad ascoltarlo. Martedì quel pubblico ritornerà, anche per ascoltare le tesi di un ex Guardasigilli che ha lasciato il segno nella storia della Repubblica sul referendum imminente, a pochi giorni dal voto. Altrettanto attuale sarà il giudizio sul PD e sul destino dei riformisti del “Sì”, dove spicca anche la sua compagna Lia Quartapelle. Segnaliamo che a Castrolibero, nei prossimi appuntamenti, saliranno sul podio Claudio Petruccioli con inedite notizie sul caso Cirillo che investono anche Luigi De Sena, Giancarlo Rondinelli con le novità su Garlasco, Davide Giacalone con le sue “eresie” e Attilio Sabato con il suo nuovo romanzo.
***

Uscendo dal cinema dove ho visto il film “Il bene comune”, quinta regia di Rocco Papaleo, e scrollando le notizie dal cellulare, ho una sorta di vertigine nell’apprendere che dalle parti di Orsomarso due operai e il loro datore di lavoro sono stati denunciati per taglio abusivo di bosco in un’area del Parco del Pollino. Cuore e mente restano turbati perché ho appena visto e apprezzato una storia corale dei nostri tempi che santifica la metafora degli alberi del Pollino, in particolar modo il pino loricato, simbolo di resilienza del nostro tempo complesso perché sa adattarsi a territori impervi e climi ostili. So bene che è difficile far coesistere l’ecologia di un Parco e i bisogni materiali delle sue popolazioni, ma i film a questo servono: a porsi domande oltre che a liberare la testa. E la testa si libera a guardare la nuova storia cinematografica di Papaleo, ambientata nel Parco del Pollino con un finale pirotecnico sulla meravigliosa costiera tra Diamante e Cirella. Rocco, nativo di Lauria e ormai di conclamato successo nazionale — che di recente da attore aveva valorizzato il calcio picaresco di “Palmese” diventando talismano umano della città della Varia — dirige un bel progetto che valorizza i territori di confine tra Basilicata e Calabria. L’opera ottimizza al meglio il sostegno delle due film commission contermini, proseguendo un’intuizione di cui fui parte in causa con il progetto “Lu.Ca.”: un’iniziativa che ha creato tante buone pratiche con economie di scala che meriterebbero di essere attuate anche in altri campi. Il film è una matrioska con diverse storie ben intrecciate tra loro, unite da una sorta di coro greco che dà vita a uno spettacolo fuori contesto che, se all’inizio spiazza, poi amalgama. Secondo una costante autoriale di Papaleo, il film è anche un musical con 9 canzoni tipiche del suo teatro-canzone. Altra costante testuale è l’ on the road. Fedele al successo del cult “Basilicata coast to coast”, il regista ripropone un cammino. Nel cinema del nuovo secolo, che sia Il diavolo veste Prada o una nuova Notte prima degli esami, la serialità è un “usato sicuro”. Sempre meglio, comunque, dei prodotti in serie diffusi in 180 paesi che creano pochi pensieri ed emozioni. “Il bene comune” è altro: è un film d’autore “calvinianamente” leggero.
Papaleo scrive, dirige e recita davanti alla macchina da presa (magnifico attore dai tempi giusti, come dimostra nel flashback da maresciallo dell’esercito), orchestrando musica e spettacolo. Il suo protagonista, Biagino, è una guida del Parco fedele alla linea degli alter ego papaleoneschi: sempre poetici, teneri, candidi e lievemente scorretti politicamente. C’è anche un nipote con i suoi muti pensieri di adolescente: insieme sono la parte maschile di un’insolita comitiva che conduce, in un’escursione sulle cime più alte del Pollino, un gruppo di detenute in permesso premio quasi alla fine della loro pena. Sono guidate da un’attrice di insuccesso, magnificamente interpretata da Vanessa Scalera, che propone laboratori sensoriali alla sua comunità reclusa. Ogni ragazza ha una storia che viene svelata con piccoli e deliziosi flashback. Altro magnifico personaggio è il paesaggio. Emozionanti e mozzafiato i panorami tra il Pollino e Diamante, con connotazioni antropologiche e geografiche di rilievo. C’è anche la Catasta di Campotenese, citazione neorealistica di un hub del turismo di confine. E tra i personaggi di accompagnamento, citazione d’obbligo per Max Mazzotta nel ruolo del marito maschilista di Claudia Pandolfi, la quale in una scena ricorda molto la Melanie Griffith di “Qualcosa di travolgente”. Risate a denti stretti in una “non-commedia” alla Woody Allen che parte piano, come un diesel, ma arriva dritta al cuore di chi è ancora sensibile alle foglie, al cinema, agli umani sentimenti.
A Diamante hanno annunciato la cittadinanza onoraria per Rocco Papaleo come segno di riconoscenza. In Basilicata non ce n’è più bisogno. Una nuova impresa meridionale per il regista che, con lo scuolabus di Lauria che appare nel film, ci conduce a riflettere sul “bene comune”: una piccola suite per immagini utile e necessaria a rimescolare, senza urlare, l’immaginario collettivo del presente.
***

Una storia che merita la segnalazione di questa rubrica è quella dell’educatrice calabrese Maria Gabriella De Luca, che racconta “La mia vita con i Rom. Storia di una scuola tra le baracche” (Edizioni Il Millimetro). È la cronaca in diretta di un’esperienza molto simile a quella del Maestro di Pietralata negli anni ’70, il celebre racconto televisivo di Vittorio De Seta che aprì gli occhi sul fare scuola in periferia. Qui l’esperienza realista è quella dell’accampamento Rom di via Lucrezia della Valle a Catanzaro. Grazie al buon impiego dei fondi europei, in questa zona degradata nacque una scuola in un prefabbricato che ha modificato l’esistenza di tanti bambini. Soprattutto bambine dedite alle faccende domestiche, che non sapevano impugnare una penna e parlavano un italiano meticcio. Gabriella coinvolse anche le loro mamme in un progetto di crescita condiviso che includeva gite al mare per dare dignità a tutti. Trent’anni di ricordi e aneddoti che sono un toccasana al tempo dei decreti sicurezza.
***
Infine, è stato riconosciuto tra i “Giusti dell’umanità” il sindacalista calabrese della CGIL Filippo Di Benedetto. Chi era costui? Un comunista di Saracena, sindaco a soli 25 anni, che guidò le lotte degli umili nelle sue contrade. Nel 1952, dopo un viaggio in Argentina dal fratello, decise di restare oltreoceano per amore della calabrese Rosa Garofalo, diventando ebanista e restando militante di sinistra. Quando calarono le ombre del golpe militare di Videla, Filippo non si sottrasse. Insieme a un inviato del Corriere della Sera, Gian Giacomo Foà, e al viceconsole italiano Enrico Calamai, si prodigò per mettere in salvo circa 300 giovani italo-argentini che altrimenti sarebbero finiti nel buco nero dei desaparecidos. Filippo pagherà caro quell’impegno, perdendo due nipoti. Nel 1977 fu costretto dal regime a lasciare il Paese. Come per Schindler, anche per Di Benedetto vale la frase del Talmud: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. A Saracena, una targa in piazza Castello ne ricorda l’eroismo. Il documentario “L’angelo di Buenos Aires” ne racconta la vita; ora è, a pieno titolo, un Giusto dell’umanità. (redazione@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato