«La ’ndrangheta voleva controllare anche l’amore». La storia di Pino Russo raccontata dal fratello Matteo
L’uomo ha ripercorso la vicenda del 22enne, ucciso nel 1994 per una relazione osteggiata da una cosca del Vibonese. «Da queste tragedie dobbiamo costruire percorsi di vita e di luce»

«Quando Pino non è tornato a casa c’è stato lo sconforto totale. È il buio, la disperazione».
La voce di Matteo Luzza di fronte agli studenti in un incontro svoltosi a Rende, riporta le lancette della storia indietro di oltre trent’anni. A quella sera del 15 gennaio 1994, quando la famiglia di Giuseppe Russo Luzza iniziò a capire che qualcosa di grave era accaduto.
Tutti lo chiamavano Pino. Aveva 22 anni, viveva ad Acquaro, nel Vibonese. Un ragazzo semplice, lavoratore, lontano da qualsiasi dinamica criminale. Eppure la ’ndrangheta aveva deciso la sua morte.
L’ultima giornata di Pino
È tarda sera quando Teresa, la madre, si accorge che il figlio non è ancora rientrato a casa. Pino era uscito la mattina presto dicendo che sarebbe tornato per mezzogiorno. Poco dopo aveva telefonato per avvisare di un ritardo: sarebbe rientrato tre ore più tardi.
Ma il tempo passa e di lui non si hanno più notizie.
I familiari avvertono i carabinieri. Le ricerche iniziano subito. A tarda sera viene ritrovata la Fiat Panda del ragazzo, ai bordi di una strada. Dentro non c’è nessuno. Sull’asfalto c’è un segno di frenata, le chiavi sono ancora nel cruscotto. Un dettaglio che non lascia presagire nulla di buono.
Chi era Giuseppe Russo
Giuseppe Russo Luzza, per tutti Pino, aveva 22 anni. Era figlio di Teresa, mentre Orlando Luzza, piccolo imprenditore edile, era il suo patrigno. Con lui viveva anche il fratello minore Matteo, più giovane di due anni. Finite le scuole medie aveva iniziato subito a lavorare. Faceva il carpentiere. Un ragazzo serio, educato, responsabile. Nel tempo libero giocava a calcetto e frequentava la scuola calcio del paese.
«Non aveva problemi, era un bravo ragazzo, lavorava con papà nell’azienda di famiglia. Pino non aveva ombre, giocava a calcetto. Non c’era ombra di dubbio sulla sua vita», racconta oggi Matteo.
Proprio per questo la sua scomparsa appare inspiegabile. Gli investigatori ascoltano familiari, amici, conoscenti. Nessuno riesce a dare una spiegazione.
La scoperta due mesi dopo
Passano settimane. Poi, il 21 marzo 1994, arriva la svolta. Grazie alle rivelazioni di un collaboratore di giustizia il corpo di Pino viene ritrovato nelle campagne di Dinami, a oltre dieci chilometri da Acquaro. È in una buca scavata nella terra. La ricostruzione che emerge è agghiacciante. La sera stessa del rapimento il ragazzo era stato portato nei boschi, picchiato e buttato in una fossa appena scavata. Cosparso di benzina e bruciato vivo. Durante quell’atto brutale qualcuno aveva persino sparato dei colpi di pistola contro il suo corpo ormai esanime.
Una verità che verrà poi confermata dalle dichiarazioni di altri due collaboratori che avevano preso parte all’omicidio. «Il 21 marzo del 1994 i resti di Pino sono stati ritrovati. Per noi quei resti hanno significato la luce», racconta Matteo.
Un delitto nato da un amore
Ma perché uccidere un ragazzo come Pino? La risposta è semplice e allo stesso tempo assurda: perché si era innamorato. Pino aveva una relazione con Angela, cognata del boss della ’ndrangheta Antonio Gallace, protagonista della faida delle Preserre vibonesi. Un amore giovane, ricambiato, vissuto alla luce del sole. Per chi controllava quella famiglia, però, quella relazione rappresentava un affronto.
«Dalla storia del fidanzamento di Pino con Angela siamo entrati in un altro mondo, in un’altra ottica, nella subcultura della ’ndrangheta, quella dei Gallace», spiega Matteo. «In quelle zone c’è la ’ndrangheta più crudele. Ma a loro interessava anche controllare le menti e dimostrare di comandare su tutto».
In quel sistema la libertà di scegliere chi amare diventa una minaccia. «Se in quell’ambiente – spiega ancora Matteo – passa il messaggio che mia cognata è libera, io non vengo considerato autorevole, non sono più un capo. La ’ndrangheta si nutre dei legami di sangue». Per questo viene presa la decisione di eliminare Pino. «Ma le vittime – tiene a precisare oggi Matteo Luzza – sono due in questa storia: mio fratello e Angela, una ragazza che non ha potuto amare liberamente».
La condanna a morte
La decisione di uccidere il ragazzo viene presa rapidamente. Secondo le indagini, Gallace chiede a Gaetano Albanese, latitante legato a una cosca della Piana di Gioia Tauro, di eliminare quel giovane. L’organizzazione del rapimento e dell’omicidio viene affidata a Rocco Franco, che si avvale della collaborazione di tre complici: Alessandro Morfei e Angelo Benedetto, giovanissimi, e lo stesso Albanese.
«Lo hanno attirato in un tranello», racconta Matteo. Dopo il rapimento Pino viene portato nelle campagne di Dinami. «Lo hanno rapito, stordito, bruciato e poi hanno ordinato a un ragazzo di 17 anni di sparargli». Quel ragazzo è Angelo Benedetto.
«Nella volontà iniziale – sottolinea ancora Matteo Luzza – c’era anche quella di non fare trovare il corpo. “Ammazzatelo e fatelo sparire”, questo era l’ordine».
Il processo
Le indagini porteranno a un processo che ricostruirà tutta la dinamica dell’omicidio. Antonio Gallace verrà condannato all’ergastolo come mandante del delitto. Vent’anni di carcere saranno inflitti a Gaetano Albanese, Angelo Benedetto e Alessandro Morfei. Rocco Franco verrà invece assolto. La famiglia Russo Luzza decide di costituirsi parte civile nel processo, una scelta tutt’altro che scontata in un territorio segnato dall’omertà. «Nel 1996 ci siamo costituiti parte civile contro i colpevoli, tra le prime famiglie», ricorda Matteo. «Abbiamo avuto tanta vicinanza».
Il peso delle parole e della memoria
La storia di Pino non si chiude con il processo. Negli anni la famiglia ha dovuto affrontare anche intimidazioni: «Qualche anno fa è arrivata una busta indirizzata a mia mamma con tre proiettili. Evidentemente dà fastidio che parliamo della storia di Pino». Ma Matteo continua a raccontarla, soprattutto ai più giovani come accaduto a Rende con gli studenti del liceo Pitagora e dello Scorza.
«Cosa può la ’ndrangheta quando raccontiamo storie come quella di Pino davanti a tantissimi studenti? Non può nulla», sottolinea il fratello di Giuseppe Russo.
Nel tempo la famiglia ha trovato sostegno anche nell’impegno dell’associazione Libera e nell’incontro con il suo fondatore Luigi Ciotti: «Siamo stati fortunati ad incontrare Libera che ci ha seguito in tutti questi anni. L’incontro con don Luigi Ciotti è stato fondamentale».
Il dolore e la scelta di non odiare
Il percorso della famiglia non è stato semplice. «Quando ti entra la ’ndrangheta in casa, la devi affrontare, la devi capire».
Un passaggio difficile arriva quando dal carcere scrive proprio il ragazzo che aveva sparato a Pino. «Quando quel 17enne ci ha scritto – ricorda Matteo – chiedendoci di perdonarlo, abbiamo capito, anche grazie a Libera, che dovevamo affrontare questo dolore in un modo nuovo». Una scelta precisa: «Bisogna chiedere giustizia, ma non bisogna provare odio e vendetta». Anche per questo, vent’anni fa, Matteo ha accettato di incontrare alcuni detenuti nel carcere di Parma. «Lì ho capito che la morte può generare vita».
«L’ultima parola deve essere vita»
Oggi Matteo continua a raccontare la storia di suo fratello, convinto che la memoria possa cambiare le cose. «Se facciamo uscire dal buio le storie di queste vittime innocenti, restituiamo loro dignità».
E ricorda che proprio il 21 marzo, il giorno in cui Pino è stato ritrovato, coincide con la giornata dedicata alla memoria delle vittime di mafia. «La primavera deve raccontare la vita. L’ultima parola deve essere vita e non morte».
In maniera semplice, Matteo ha provato a spiegare agli studenti cosa significa, concretamente, combattere la ’ndrangheta. «È semplice: rispettare le regole. Buttare la plastica nell’apposito contenitore, parcheggiare la macchina tra le righe, insomma, si parte dalle piccole cose. Con la consapevolezza che alle inchieste ci pensa chi di dovere».
Infine un ricordo più personale: «Quando c’era un temporale andavo subito nel letto di Pino. Era due anni più grande di me. È questo il primo pensiero di mio fratello che mi porto dentro ancora oggi». (fra.vel.)
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