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Acqua e tariffe alte: al Sud fino a giorni senza erogazione, mentre il Nord resta stabile – I DATI CALABRESI

L’indagine conoscitiva a cura del Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Mezzogiorno, Immigrazione della Uil

Pubblicato il: 23/03/2026 – 12:41
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Acqua e tariffe alte: al Sud fino a giorni senza erogazione, mentre il Nord resta stabile – I DATI CALABRESI

L’acqua è il bene pubblico per eccellenza. Di conseguenza, il servizio idrico che la fornisce è uno snodo cruciale per la qualità di vita delle persone, con un impatto diretto sulla tenuta sociale, economica e ambientale del Paese. Nonostante ciò, continuiamo a scontare ritardi strutturali, forti disuguaglianze territoriali e un’evidente frammentazione gestionale. Secondo i dati disponibili più recenti del Rapporto annuale Arera – Stato dei servizi 2022 (2020-2021), ripreso anche dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, le perdite idriche nella rete di distribuzione si attestano mediamente, al 41,8% a livello nazionale, con forti differenze territoriali. Si passa dal 32,6% nel Nord-Est al 38,2% nel Nord-Ovest, fino al 45% nel Centro e al 50,8% nel Sud e nelle Isole. Si tratta di livelli di dispersione estremamente elevati, che indicano uno stato di forte obsolescenza delle infrastrutture e una cronica insufficienza degli investimenti. Sempre sulla base degli stessi dati Arera, le interruzioni dell’erogazione dell’acqua risultano quasi nulle nel Nord (circa 0,7 ore annue), mentre salgono a 31,5 ore nel Centro e raggiungono le 204 ore annue nel Sud e nelle Isole, a fronte di una media nazionale di 54,4 ore. Questo significa che in alcune aree del Paese i cittadini restano senza acqua per diversi giorni all’anno. In tale contesto, le tariffe assumono un rilievo centrale: cristallizzano le storture tra i costi del servizio e il livello di equità, efficienza e qualità garantito alle persone. Per questo, in occasione del 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, il servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Mezzogiorno, Immigrazione della Uil, diretto dal segretario confederale Santo Biondo, ha analizzato le tariffe del servizio idrico nei comuni italiani, elaborando sia le informazioni o le delibere messe a disposizione dai gestori, pubblici e privati. L’obiettivo è valutare le differenze territoriali e il rapporto tra costi e qualità del servizio, mettendo in evidenza le principali distorsioni del sistema. Le tariffe, come è noto, sono composte da una quota fissa e una variabile, che dipende dal consumo dei volumi annui, da componenti perequative e dall’Iva al 10%. Quelle prese in esame si riferiscono agli anni 2025 e 2026 e sono distinte per uso domestico residente. Inoltre, la casistica considerata si riferisce a un nucleo familiare composto da 3 componenti e a consumo annuo pari a 180 mc per due annualità. Laddove le tariffe non sono state aggiornate, i calcoli sono stati effettuati su quelle ancora in vigore. La ricerca evidenzia che, In Italia, la spesa annua per l’acqua per una famiglia tipo, si colloca mediamente sui 500 euro circa, ma con variazioni significative tra Nord e Sud e tra gestioni più efficienti e realtà in maggiore difficoltà. Inoltre, in molti comuni, si è registrato un incremento della spesa per il servizio idrico, con forti differenze tra città e territori, dove a parità di costo non sempre corrisponde un adeguato livello di qualità del servizio. «È inaccettabile – ha dichiarato il segretario confederale della Uil, Santo Biondo – che nel 2026 milioni di persone continuino a sostenere costi rilevanti per un servizio idrico che, in troppe realtà, è discontinuo, inefficiente o addirittura assente per periodi prolungati. Le recenti emergenze climatiche, che hanno portato in alcune regioni anche alla sospensione temporanea dei pagamenti delle bollette, hanno messo in luce tutte le fragilità del sistema. Tuttavia, non possiamo limitarci a parlare di eventi straordinari: le criticità sono strutturali e derivano da anni di ritardi, scarsa programmazione e gestione inadeguata. Per questo – ha proseguito Biondo – è necessario che sia fatta chiarezza sull’impiego delle risorse del Pnrr destinate al settore idrico: vogliamo sapere quanti fondi sono stati realmente spesi, quali interventi sono stati avviati e quali, invece, risultano ancora fermi. Allo stesso tempo, serve un intervento straordinario a sostegno dei comuni del Mezzogiorno, che spesso non dispongono delle competenze tecniche e amministrative per progettare e utilizzare efficacemente i finanziamenti disponibili. Non è più rinviabile – ha aggiunto – un piano nazionale di manutenzione e ammodernamento delle reti, con obiettivi chiari e verificabili di riduzione delle perdite. È altrettanto urgente definire per legge uno standard minimo di servizio idrico che sia garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, anche nelle fasi di emergenza». «L’acqua – ha concluso Biondo – non è una merce qualsiasi, ma un diritto fondamentale riconosciuto a livello internazionale da tutelare con maggiore determinazione. È arrivato il momento che lo Stato assuma un ruolo più forte e coerente, intervenendo con politiche strutturali e superando le disuguaglianze territoriali che oggi penalizzano soprattutto il Sud e le aree più fragili del Paese».

Cosenza tra le dieci città con i costi più bassi

Cosenza risulta tra le dieci città italiane con un costo più basso per quanto riguarda il consumo stimato in 180 mc/annui (in euro) con 223 euro. Tra le città metropolitane, Reggio Calabria ha un costo stimato di 358 euro.

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