Cosenza, rapimento piccola Sofia: Rosa Vespa condannata a 5 anni e 4 mesi
È il verdetto emesso dal Tribunale di Cosenza. Il rapimento sarebbe stato compiuto in maniera «consapevole» e non segnato da un’azione psicotica

COSENZA Il gup del tribunale di Cosenza, Letizia Benigno, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato, ha condannato Rosa Vespa alla pena di 5 anni e 4 mesi, con la concessione delle attenuanti generiche. Inoltre è stata condannata al pagamento della provvisionale da 15mila per la famiglia. La donna è accusata del rapimento della neonata Sofia Cavoto dalla clinica “Sacro Cuore” di Cosenza. Questa mattina, al termine della requisitoria, il pubblico ministero Antonio Bruno Tridico aveva chiesto la condanna dell’imputata a 8 anni di reclusione.
Rosa Vespa, non presente in aula, è difesa dall’avvocato Gianluca Garritano e dall’avvocato Teresa Gallucci. La famiglia della piccola — i genitori erano entrambi presenti in aula al momento della lettura del dispositivo della sentenza — si è costituita parte civile tramite gli avvocati Chiara Penna e Paolo Pisani, affiancati da due consulenti: Simonetta Costanzo e Flaminia Bolzan.
La perizia
Rosa Vespa si era sottoposta – tra ottobre e novembre 2025 – a perizia psichiatrica, come disposto dal giudice per le indagini preliminari di Cosenza, Letizia Benigno, che ha nominato tre periti: Michele Di Nunzio (psichiatra, psicoterapeuta, specialista in criminologia clinica e psichiatria forense, docente alla “LUMSA” di Roma), Gabriella Bolzoni (psicologa e criminologa) e Roberta Costantini (psicoterapeuta e psicologa giuridica). L’esame si è concentrato sullo “stato di gravidanza” simulato dalla donna, ritenuta «consapevole dell’agito, mentre non si può escludere che durante la gravidanza immaginaria sia stata sostenuta da periodi di protratta sospensione dell’aderenza al reale, preferendo viversi in una realtà autoreferenziale». Rosa Vespa avrebbe assunto una serie di “cautele” come, ad esempio, «l’aver regolarmente evitato i normali accertamenti ginecologici che, alla sua età, sarebbero stati indispensabili e non solo “obbligatori”». Il rapimento della piccola Sofia, dunque, sarebbe stato compiuto — da quanto emerge dalla relazione — in maniera «consapevole» e non segnato da un’azione psicotica.
Le parti civili e le difese
L’avvocato Chiara Penna, nel corso della discussione, ha sostenuto come sia impossibile, ad oggi, ipotizzare «le reali conseguenze, che potrebbero essere devastanti, per la piccola Sofia, che nei primi istanti di vita meritava di stare accanto alla madre e al padre». Rosa Vespa — sottolinea ancora il legale — avrebbe sottovalutato gli effetti della diffusione dei video che cristallizzavano i momenti del rapimento. «Lo dice quando ammette di aver ipotizzato di confessare tutto nel corso della festa organizzata a casa sua, a Castrolibero», prima del blitz della polizia di Cosenza che ha permesso a Sofia di tornare tra le braccia della madre. Sul punto è intervenuta anche l’avvocato della difesa Teresa Gallucci: «Al momento del fatto, le perizie effettuate non consentono di asserire se Rosa Vespa fosse o meno in grado di intendere e di volere in merito a quanto compiuto. Si mostra alle telecamere, è vero, ma se fosse stata una pianificatrice avrebbe usato accortezza». In buona sostanza, per la difesa, mancano elementi riferiti e riferibili alla criminodinamica, motivi per i quali la legale ha chiesto l’assoluzione per incapacità totale e, in subordine, il riconoscimento della incapacità parziale. L’avvocato Gianluca Garritano conclude soffermandosi sul significato del processo, che ritiene sia stato fatto «sulla persona». Il legale cita un libro dedicato all’avvocato Tommaso Sorrentino, dal titolo Persona, pena e processo: tre elementi che ritornano nel fatto discusso oggi in aula. Garritano richiama la testimonianza resa dall’addetta alla reception della clinica Sacro Cuore, Maria Musacco. La stessa dichiara di aver visto Rosa Vespa e di aver parlato con l’imputata il giorno del rapimento. La donna, dopo aver fornito le proprie generalità, avrebbe chiesto informazioni su una visita ginecologica. Elemento, secondo la difesa, che dimostrerebbe l’assenza di pianificazione da parte della donna accusata del reato. L’avvocato conclude chiedendo la riqualificazione del reato da sequestro a sottrazione di minore. (f.benincasa@corrierecal.it)
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