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la sentenza

Processo al clan Ofria a Messina, 15 condanne

Una sola persona assolta

Pubblicato il: 03/04/2026 – 7:17
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Processo al clan Ofria a Messina, 15 condanne

MESSINA Quindici condanne, con pene comprese tra due anni e otto mesi e 16 anni e 4 mesi di reclusione, un’assoluzione: è la sentenza emessa, a conclusione del procedimento celebrato col rito abbreviato, dal gup di Messina Alessandra Di Fresco nel processo 16 presunti appartenenti alla famiglia mafiosa barcellonese degli Ofria accusata di aver continuato a gestire una storica azienda di rottamazione, ricambi auto e smaltimento rifiuti nonostante la confisca della società. Tra i reati contestati, a vario titolo, estorsione, violazione della pubblica custodia di cose e sottrazione di beni sottoposti a sequestro, commessi con l’aggravante del metodo e della finalità mafiosi. Le condanne maggiori sono state comminate a Salvatore Ofria, 16 anni e 4 messi di reclusione, a Domenico Ofria, 15 anni e due mesi, e a Giuseppe Ofria, 14 anni e un mese. Assolta, con la formula perché il fatto non sussiste, Chiara Ofria. Il gup ha condannato tutti gli imputati al risarcimento, da liquidarsi in separata sede, alla parte civile costituita, l’associazione antimafia Rita Atria che, in una nota, ribadisce come «l’assenza dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati» nel processo «rappresenta un grave danno politico e un segnale di estrema gravità rispetto al sistema delle confische» perché così si «determina un messaggio distorto e pericoloso: o la mafia o nessuno». L’associazione antimafia Rita Atria annuncia che «nelle prossime settimane intende presentare ulteriori esposti per approfondire alcune dinamiche emerse nel procedimento e sollecitare gli organi competenti a verificare che altri beni confiscati non risultino ancora occupati o gestiti da soggetti non aventi diritto, al fine di salvaguardare il valore sostanziale e simbolico della confisca e impedirne lo svuotamento». «Un sentito e profondo ringraziamento – conclude la nota – va agli avvocati Valentino Gullino, del foro di Messina, e Goffredo D’Antona, del foro di Catania, il cui lavoro ha reso possibile questo risultato, contribuendo in modo determinante ad affermare, anche in sede processuale, il principio che i beni sottratti alla mafia devono tornare realmente alla collettività e non rimanere, neppure indirettamente, nella disponibilità dei contesti criminali».

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