Del Grande evade ancora, tre fughe e i «limiti del sistema italiano»
Evaso per la terza volta dalla casa lavoro dove era sottoposto a misura di sicurezza

La sera di domenica 5 aprile Elia Del Grande, 50enne di Cadrezzate, è evaso per la terza volta dalla casa lavoro dove era sottoposto a misura di sicurezza e svolgeva attività di volontariato presso la Caritas. L’allarme è scattato intorno alle 20:30. Senza contare che scappò in Svizzera e fu per un breve periodo irrintracciabile subito dopo il triplice omicidio del 1998, la sua prima evasione avvenne dal carcere di Pavia, durante un tentativo di trasferimento verso la Sardegna, fallito e sanzionato con un’ulteriore condanna. La seconda, più recente, avvenne il 30 ottobre 2025, da una struttura di Castelfranco Emilia, quando Del Grande si calò da un balcone con una corda. Dopo settimane di ricerche era stato rintracciato il 12 novembre a Cadrezzate, dopo aver vagato di notte sul lago con un pedalò.
Ma facciamo un passo indietro per capire di chi stiamo parlando
Del Grande, ragazzino problematico sin dall’adolescenza, tra abuso di sostanze e comportamenti violenti, picchia un tassista che a seguito dell’aggressione perde un occhio. Per allontanarlo dal contesto, la famiglia lo manda a Santo Domingo, dove possedeva alcune proprietà e dove il giovane inizia una relazione osteggiata dai familiari. Rientrato in Italia, il 7 gennaio 1998 compie, dunque, la cosiddetta “strage dei fornai”: uccide il padre, la madre e il fratello a colpi di fucile. Condannato all’ergastolo, ottiene 30 anni in Appello per seminfermità mentale. Dopo la scarcerazione, a seguito di episodi di furti e molestie, ritenuto socialmente pericoloso, viene assegnato a una casa lavoro, misura prorogabile periodicamente e in scadenza il 13 aprile prossimo. Se il caso di Del Grande mette, dunque, in luce con drammatica evidenza i limiti del sistema italiano nella gestione di persone socialmente pericolose con problemi di salute mentale, nel caso specifico la sua storia di evasioni e le condizioni di semi-infermità avrebbero probabilmente richiesto un collocamento più protettivo, come in una casa di cura e custodia, dove sorveglianza e supporto psicologico avrebbero potuto prevenire rischi per Del Grande e per gli altri. Le case lavoro, infatti, pur concepite per attività rieducative e percorsi occupazionali, non garantiscono sorveglianza costante né un monitoraggio medico regolare e risultano quindi spesso inadatte a soggetti con rischi concreti di fuga o comportamenti violenti. Allo stesso modo, le REMS e le case di cura e custodia, pur essendo strutture più protettive, sono poche e la loro gestione dipende dal sistema sanitario territoriale, con conseguenti disomogeneità e difficoltà operative. Tuttavia, nel caso di Del Grande, l’errore principale, forse, potrebbe risiedere nella valutazione iniziale del soggetto. Nonostante la sua storia e i segnali di rischio, gli erano infatti concessi permessi di allontanarsi dalla casa lavoro, col dubbio legittimo che la pericolosità e lo stato di salute mentale non siano stati correttamente stimati. La vicenda mostra così una doppia criticità: da un lato, i limiti strutturali del sistema; dall’altro, forse, un giudizio non proprio corretto sul singolo caso, con conseguenze concrete per la sicurezza collettiva e per lo stesso Del
Grande, qualora non sia individuato a breve.