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situazione al limite

Pronto Soccorso di Cosenza, una crisi strutturale senza fine all’Annunziata

Nonostante i recenti tentativi di riorganizzazione, il principale presidio d’emergenza della provincia si ritrova ciclicamente paralizzato dalle criticità

Pubblicato il: 10/04/2026 – 17:54
di Ennio Stamile
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Pronto Soccorso di Cosenza, una crisi strutturale senza fine all’Annunziata

Mi capita spesso, anche per il mio servizio sacerdotale, di ascoltare sofferenze di ogni tipo, fisiche e morali, unite a diverse storie di malasanità in Calabria. Sono narrazioni che dovremmo ascoltare tutti, nessuno escluso, principalmente chi ha responsabilità di governo, oltre che medici e paramedici. Già, perché quella che con un ossimoro viene definita “malasanità” sta incidendo, e non poco, anche in alcuni professionisti sanitari i quali rischiano di dimenticare che la virtù che afferisce a così antica e nobile professione medica è, oltre la phronesis, la saggezza delle competenze acquisite anche, e direi soprattutto, quella dell’empatia e della compassione. La situazione del Pronto Soccorso dell’Ospedale “SS. Annunziata” di Cosenza continua a essere insostenibile e al limite del collasso. Nonostante i recenti tentativi di riorganizzazione, il principale presidio d’emergenza della provincia si ritrova ciclicamente paralizzato da criticità che ne minano la funzione vitale.

Oltre tre ore per avere una tac

Una parte rilevante della pressione (circa il 60-70%) è causata da “codici bianchi e verdi”, ovvero pazienti che dovrebbero essere curati sul territorio ma che si rivolgono all’hub per la carenza di filtri sanitari intermedi. Anche quando il codice è rosso le cose non vanno meglio, purtroppo. Alcuni pazienti sono stati costretti ad attese di oltre tre ore per avere una TAC, con non poca apprensione da parte di parenti ed amici, spesso maltrattati da persone che dovrebbero provare l’ebbrezza del lavoro nelle miniere in Congo per estrarre il coltan, minerale essenziale per la produzione di componenti elettronici come smartphone e computer, magari per qualche anno prima di esercitare tale professione. Esattamente come quella dottoressa di origine cubana che teneva inchiodato in una barella un Signore che aveva avuto un incidente appena fuori casa urtando la testa e perdendo i sensi oltre che molto sangue. Si è permessa il lusso di dire alla moglie che lo aveva accompagnato che “se lo era meritato”, probabilmente perché nei giorni che precedevano la Pasqua aveva bevuto qualche bicchiere in più. Alla figlia che gli faceva notare che la madre che stava con cortesia chiedendo notizie era un ex infartuata la stessa dottoressa rispondeva “beh, meno male che è ex”. Chissà, forse la sedicente dottoressa venuta dalla caliende isola cubana, avrà pensato fosse uno dei tanti alcolisti anonimi, niente sapendo che era un Signore che dopo aver servito le forze armate del nostro Paese sta cercando di godersi la meritata pensione.

Un deficit organico strutturale

Come se ciò non bastasse dopo circa dieci giorni i familiari dello stesso paziente sono stati costretti a portarlo nuovamente al Pronto Soccorso cosentino, per una grave crisi deambulatoria che non gli consentiva di stare piedi, con vista offuscata e conati di vomito. Una sorta di triagista, dopo le solite tre ore di attesa, ha trattato in malo modo la moglie che chiedeva semplicemente notizie. Vero che recentemente, il carico è stato aggravato da un’impennata di casi di morbillo (15 ricoveri in un solo giorno ad aprile 2026) e dal picco influenzale invernale che ha registrato oltre 600 accessi in sole 48 ore. Ma ciò non giustifica affatto la grave carenza di umana compassione da parte di alcuni medici e paramedici, pochi a dire il vero. Il “cuore” del problema, comunque, risiede in un deficit organico strutturale che i sindacati, e non solo loro, denunciano da anni. Si stima una carenza di centinaia di figure professionali tra medici, infermieri e OSS, rendendo i turni dei sanitari in servizio massacranti e spesso privi di indennità adeguate. Il Pronto Soccorso diventa un “imbuto” perché i reparti interni (chirurgia, medicina, ortopedia) operano con un numero di posti letto, attivi inferiore a quelli previsti sulla carta, impedendo lo smaltimento dei pazienti in attesa. Vero che i pazienti debbono avere pazienza, direbbe il buon Totò, altrimenti che pazienti sono. Ma è vero altresì che la pazienza ha un limite…

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