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Il caro mobilità

La crisi energetica e la tentazione del lockdown come livella sociale

Quell’inconfessabile desiderio di fermare tutti come forma di eguaglianza, sintomo di una crisi economica profonda

Pubblicato il: 12/04/2026 – 10:30
di Lucia Serino
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La crisi energetica e la tentazione del lockdown come livella sociale

È bastata la parola, lockdown energetico, ed è tornata la paura. Chiariamo subito – con nettezza con le informazioni ad oggi disponibili –  che non siamo di fronte alla replica di quanto vissuto negli anni più duri della pandemia. Non ci sono decreti che chiudono le persone in casa, né coprifuoco, né controlli. C’è, piuttosto, la prospettiva concreta di una scarsità: meno energia, più costi, meno mobilità. Se manca il carburante – o se il suo prezzo diventa proibitivo – muoversi diventa più difficile, più selettivo. Una forma di diseguaglianza sociale. E questo, da solo, basterebbe a raccontare quanto sia fragile la transizione ecologica che abbiamo immaginato rapida, inevitabile, persino indolore.
Ma il punto a mio avviso interessante su cui riflettere, dal punto di vista delle reazioni sociali, è più profondo e anche più scomodo.
Colpisce il consenso, neanche troppo nascosto, che un improbabile lockdown inteso alla vecchia maniera sembra raccogliere in giro. Una specie di rassegnazione attiva, quasi una forma di sollievo. Come se, sotto sotto, l’idea del “tutti a casa” evocasse una paradossale giustizia. Una livella , verrebbe da dire, pensando a Totò, capace di azzerare differenze e ostentazioni. Niente viaggi, niente tavolate esibite sui social, niente shopping. Tutti fermi, tutti uguali. La stessa sensazioni si avvertì, paradossalmente, alla fine del lockdown da covid. Con la “detenzione” domestica, eravamo tutti uguali. Appena riacquistammo la libertà di muoverci, chi poteva iniziò la vita di sempre, anzi, potenziata, per un umano desiderio di recuperare occasioni e tempo. Chi non aveva la possibilità di andare a Dubai prima, non poté farlo neppure dopo, con la frustrazione di osservare gli altri spostarsi aggrappati alla propria “restanza” forzata.
Qual è, allora, il vero problema che serpeggia nella nostra società? La preoccupazione della necessità di una “resilienza” energetica o il desiderio di azzerare di nuovo le differenze che nel frattempo sono diventata ancora più profonde? La verità è che da anni la classe media scivola verso il basso. Non all’improvviso, ma con una lentezza costante e inesorabile. Il potere d’acquisto si è ridotto, ce ne siamo accorti a Pasqua, ce n’eravamo accorti a Natale, le possibilità si sono ristrette, ciò che era normale cinque anni fa oggi appare un lusso. Nel frattempo, la forbice sociale si è allargata: i ricchi più ricchi, i poveri più poveri, e in mezzo un ceto medio sempre più fragile e disilluso.
È dentro questa frattura che cresce qualcosa di più pericoloso della crisi economica: un risentimento diffuso, una stanchezza che diventa livore. Sono meccanismi difficili da ammettere, quasi imbarazzanti: andate a rileggervi alcune reazioni davanti alla strage dei ragazzi di Capodanno scorso nella discoteca di Crans Montana. Commozione, tanta, e meno male che il senso di umanità non è dissolto. Ma anche agghiacciante soddisfazione davanti ai simboli del lusso improvvisamente vulnerabili e un giudizio severo, crudele, verso chi – in questo caso giovani di famiglie benestanti – continua a vivere in una dimensione percepita come irraggiungibile. Stesse reazioni appena i missili hanno colpito Dubai e le influencer con le borsette di Hermes postavano foto mentre correvano verso i ricoveri. “Tornateve a casa”, il commento più docile. La reazione alla guerra è diversa, a seconda che colpisca Gaza o l’oasi del lusso.
Si chiama frustrazione per un ascensore sociale fermo, per un orizzonte che si restringe. Sempre di più. E allora il lockdown — anche solo evocato — smette di essere una misura emergenziale e diventa, simbolicamente, un riequilibrio. Se non posso permettermi di muovermi, allora che non si muova nessuno. Se non posso consumare, allora si fermi tutto.
È una forma di livellamento verso il basso che solo gli illusi possono immaginare riduca le disuguaglianze. Al massimo le sospende soltanto per il tempo di una crisi. E’ il segno preoccupante di una società che ha perso coesione. Una società che non crede più nella possibilità di migliorare la propria condizione, e che per questo finisce per trovare consolazione nel limite altrui. E’ una società più triste. Del resto lo conferma la classifica del “World happiness report”: nel 2026 l’Italia si colloca al 26esimo posto, i paesi del Nord sono sopra in tutti i sensi. E all’interno dell’Italia, guarda caso, sono le città del Sud le più infelici. No, non bastano più sole e mare e buona cucina. Servono reddito e servizi. Chi non ha il sole e può spendere se lo va a cercare in qualche altro posto al mondo. Chi ce l’ha e non ha la possibilità economica di muoversi deve accontentarsi del proprio. Dunque se manca la benzina abbiamo un alibi per la nostra infelicità.  Alla fine del ragionamento il discorso è politico. La questione meridionale torna prepotente nelle agende della politica. Cominciano quelli del campo largo a sinistra, con esponenti di tutte le regioni meridionali riuniti a Napoli per due giorni, il 10 e l’11 aprile per discutere di temi che tornano ciclicamente: classe dirigente e questione morale, diritto al ritorno, emigrazione dei giovani, competitività del Mezzogiorno. Centinaia di nomi, faticoso anche leggerli tutti. Più facile fermare il mondo e starsene tutti a casa.

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