Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 8:07
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 3 minuti
Cambia colore:
 

il dominio assoluto

Da Cutro all’Emilia: il potere dei Grande Aracri tra «autonomia organizzativa», cassa comune e imprese complici

Le motivazioni della Cassazione sul processo “Perseverance” confermano il radicamento dell’organizzazione sul territorio emiliano: «Non è mai scomparsa»

Pubblicato il: 15/04/2026 – 7:00
di Mariateresa Ripolo
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Da Cutro all’Emilia: il potere dei Grande Aracri tra «autonomia organizzativa», cassa comune e imprese complici

ROMA Una «propria autonomia organizzativa rispetto alla casa madre di Cutro» e un «rigido inquadramento gerarchico» con una rigorosa ripartizione dei ruoli tra i membri. La ‘ndrangheta in Emilia-Romagna «non è mai scomparsa», ma ha semplicemente «mutato la sua composizione soggettiva, perpetuando il suo dominio incontrastato sul territorio di elezione». È questa la ricostruzione che i giudici della Corte di Cassazione forniscono nelle motivazioni relative al processo nato dall’inchiesta “Perseverance”, scattata nel marzo 2021, confermando come la criminalità organizzata calabrese sia riuscita a mantenere le proprie radici ben salde nel tessuto economico del Nord Italia, anche all’indomani dei grandi blitz degli anni passati.

L’eredità di Grande Aracri e l’autonomia emiliana

Secondo gli ermellini, gli atti confermano l’esistenza di una «consorteria ’ndranghetista radicata in Emilia-Romagna», che dopo la morte dello storico boss Antonio Dragone è passata stabilmente sotto l’egida di Nicolino Grande Aracri. Il boss di Cutro si era infatti affermato come leader prevalente «anche nelle zone del Nord Italia in cui erano state create delle strutture mafiose delocalizzate». Il gruppo emiliano ha acquisito, sin dal 2004, una propria indipendenza gestionale rispetto alla Calabria, pur mantenendo con essa vari collegamenti operativi.
La forza del clan non si è basata solo sul prestigio del nome, ma su una violenza sistematica e silenziosa esercitata sul territorio. Tra il 2010 e il 2012, nelle province coinvolte sono stati registrati «ben 124 episodi di danneggiamento e incendio», ai quali ha corrisposto un «diffuso atteggiamento omertoso delle persone offese». Questa capacità intimidatoria ha permesso alla consorteria di infiltrarsi in alcuni gangli nevralgici della vita imprenditoriale, in specie nei settori dell’autotrasporto e dell’edilizia, oltre che nei comparti politico-amministrativi della regione.

L’infiltrazione economica e il ruolo degli imprenditori

Il clan – ricostruiscono i giudici – ha saputo mutare pelle, affiancando ai reati tradizionali un sofisticato sistema di infiltrazione economica. La Cassazione parla di un «accaparramento monopolistico di attività imprenditoriali e commerciali», attuato da personaggi che apparivano formalmente come imprenditori puliti. Parallelamente, è emerso un ampio fenomeno di «riciclaggio di capitali illeciti, in particolare con l’impiego di false fatture». In questo contesto, molti imprenditori locali non sono stati solo vittime: la sentenza sottolinea come diversi soggetti si siano «messi a disposizione del sodalizio, divenendo, in pratica, suoi finanziatori e favorendone l’ascesa nel contesto economico di riferimento».

Resilienza post-Aemilia e il sistema della “cassa comune”

Un altro aspetto cruciale emerso dall’inchiesta è la capacità della cosca di sopravvivere ai maxi-processi come “Aemilia” e “Grimilde”. Il clan ha mostrato una notevole capacità di reagire alle inchieste con la «immediata sostituzione dei singoli tratti in arresto» e ha adottato modalità meno sanguinose, preferendo mimetizzarsi dietro l’apparenza di attività lecite.
I giudici evidenziano come l’associazione sia rimasta operativa «quantomeno fino al marzo 2021», continuando a dedicarsi a estorsioni e intestazioni fittizie. A dimostrare la solidità del gruppo sono le intercettazioni, che hanno rivelato un «rigido inquadramento gerarchico». Il sistema economico interno prevede infine che i proventi confluiscano in una «cassa comune» diretta a garantire un sistema di mutuo sostentamento per gli affiliati in caso di arresto o detenzione. (m.ripolo@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x