«Se una cosa si doveva fare si faceva»: Rinaldo Loielo e la regia silenziosa della faida
Dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia emerge la figura dell’uomo come vertice operativo della cosca: sopralluoghi armati, omicidi decisi e progetti rimasti incompiuti

Un’indagine lunga e articolata, costruita attraverso attività tecniche, riscontri investigativi e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ha portato la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro a ricostruire assetti, equilibri e responsabilità nell’ambito della faida tra le cosche Loielo ed Emanuele, attive nel territorio delle Preserre vibonesi. Su questa base, il Gip del Tribunale di Catanzaro ha emesso il provvedimento cautelare nei confronti di 15 persone, gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidi, tentati omicidi, estorsioni aggravate e reati in materia di armi. All’interno di questo quadro, l’ordinanza dedica ampio spazio alla figura di Rinaldo Loielo, indicato come elemento di vertice dell’omonima ‘ndrina e punto di riferimento operativo della consorteria attiva tra Gerocarne, Soriano e Sorianello.
Il vertice della cosca

Secondo l’impianto accusatorio, Loielo avrebbe svolto un ruolo centrale nelle scelte strategiche e nelle azioni delittuose del gruppo. A delinearne il profilo sono in particolare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Nicola Figliuzzi, ex appartenente al contesto criminale poi divenuto collaboratore.
È proprio Figliuzzi a indicare con chiarezza la catena decisionale interna: “Le decisioni le prendevano Lioelo Rinaldo e Loielo Valerio ed il cognato Filippo Pagano”.
Una ricostruzione che lo stesso collaboratore precisa, correggendo un iniziale errore: non Loielo Cristian tra i vertici, ma Valerio, mentre Cristian avrebbe avuto un ruolo esecutivo. Un passaggio che rafforza, secondo gli inquirenti, la posizione apicale di Rinaldo Loielo.
Il coinvolgimento nei progetti di omicidio
Le dichiarazioni raccolte nell’ordinanza collocano Loielo al centro anche delle decisioni relative agli omicidi maturati nella faida con gli Emanuele. Figliuzzi racconta di essere stato direttamente incaricato di partecipare all’omicidio di Antonino Zupo: “Ero stato incaricato dell’omicidio Zupo Antonino, da Loielo Rinaldo…”.
Il collaboratore riferisce di aver effettuato sopralluoghi armato insieme ad altri affiliati, senza riuscire a portare a termine l’azione, poi eseguita da un altro soggetto. Rilevante, nell’economia dell’accusa, è il ruolo decisionale attribuito a Loielo nella fase di pianificazione.
Lo stesso Figliuzzi aggiunge che fu proprio Loielo a spiegargli le ragioni dell’omicidio, collegandole agli equilibri criminali del territorio e alla necessità di colpire i referenti della cosca avversaria.
Il caso Zannino e la ricostruzione dell’agguato
Uno dei passaggi più significativi riguarda il progetto di omicidio nei confronti di Domenico Zannino, che evidenzia sia la concretezza delle azioni pianificate sia il lavoro di ricostruzione svolto dagli inquirenti. Figliuzzi racconta di aver preso parte a un appostamento armato, indicando inizialmente come obiettivo un soggetto identificato come “Guarino Antonio”. Solo in un secondo momento chiarisce: “Ho fatto confusione tra i due nominativi per via della similitudine… il soggetto con l’Audi A3… era Zannino”.
La correzione consente di identificare con precisione il bersaglio e di collocare l’episodio in un contesto operativo ben definito. Il collaboratore fornisce infatti dettagli precisi: l’agguato era stato organizzato in occasione di una visita alla fidanzata nella frazione Savini di Sorianello, con un appostamento predisposto insieme ad altri affiliati. Anche in questo caso, Loielo emerge come figura di riferimento nelle discussioni sugli obiettivi da eliminare.
Gli obiettivi della faida
Dalle dichiarazioni emerge una lista precisa di bersagli riconducibili alla cosca Emanuele. Tra questi, Domenico Tassone e altri soggetti ritenuti operativi nel gruppo rivale. Figliuzzi sintetizza così la logica che guidava tali scelte: “con Rinaldo si parlava di Tassone Domenico e di Guarino, che dovevano morire perché stavano con gli Emanuele”.
Una frase che restituisce il clima della faida: l’individuazione degli obiettivi sulla base dell’appartenenza e il ricorso sistematico alla violenza come strumento di affermazione.
Un profilo riservato ma operativo
Accanto al ruolo decisionale, le dichiarazioni delineano anche il profilo personale di Loielo, descritto come soggetto riservato e determinato: “era molto riservato; se una cosa si doveva fare si faceva e basta e non ne parlava dopo”. Un tratto che, secondo l’impostazione accusatoria, si inserisce coerentemente nella figura di un vertice mafioso: capacità di comando, gestione delle informazioni e controllo delle azioni del gruppo. Nel complesso, l’ordinanza costruisce attorno a Rinaldo Loielo l’immagine di un leader operativo, al centro delle principali decisioni e dei progetti omicidiari maturati nella faida con gli Emanuele. Le dichiarazioni dei collaboratori, in particolare quelle di Nicola Figliuzzi, non si limitano a indicarne il ruolo, ma ne descrivono in modo concreto azioni, contesti e responsabilità, contribuendo a delineare un quadro accusatorio dettagliato e strutturato. (f.v.)
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