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l’espansione nella capitale

Dal monopolio del pesce alla raccolta degli oli esausti: la ’ndrangheta che cancella la concorrenza a Roma

Commercianti costretti al silenzio e bypassate le aste pubbliche per il pescato. Il monopolio della cellula nelle motivazioni del processo Propaggine

Pubblicato il: 24/06/2026 – 7:00
di Mariateresa Ripolo
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Dal monopolio del pesce alla raccolta degli oli esausti: la ’ndrangheta che cancella la concorrenza a Roma

ROMA Il monopolio del pesce, il business degli oli esausti, il controllo della macellazione e un arsenale di armi pronto all’uso, dai «ferri» intercettati fino ai sogni bellici di una «mitraglietta Uzi e un bazooka». Le motivazioni della Corte di Cassazione sul processo “Propaggine” svelano i dettagli della sistematica infiltrazione della ’ndrangheta nei settori nevralgici dell’economia di Roma. Un’espansione guidata da una «compagine che, nata con l’avallo della casa-madre calabrese, ha sfruttato la sperimentata caratura ndranghetista delle figure apicali» per alterare le regole del libero mercato attraverso la «concreta spendita da parte dei sodali del metodo mafioso».

Il monopolio del pesce e i patti con i clan calabresi

Al centro dell’impero economico romano c’era il mercato ittico capitolino. I supremi giudici evidenziano come Vincenzo Alvaro ed il commerciante Marco Pomponio si fossero mossi «al fine di acquisire il controllo» del settore, dopo che l’Alvaro era entrato di fatto nella compagine societaria della ditta. Le indagini tratteggiano una «sistematica prevaricazione degli altri operatori commerciali», attuata spendendo «ad ampie mani la capacità di intimidazione del gruppo di appartenenza e la fama mafiosa dell’Alvaro». Gli interventi dei boss – ricostruiscono i giudici – servivano a «neutralizzare la concorrenza o riscuotere debiti». In un caso, di fronte alle resistenze di un debitore, l’Alvaro si era spinto a rivendicare una vera e propria funzione «“didattica”» dei suoi interventi, affermando che «“va educato anche questo”». L’efficacia dell’intimidazione era tale da spingere le vittime, persino dopo aver subito aggressioni fisiche, «a omettere la denuncia».
Una macchina da guerra che contava su alleanze strategiche di altissimo livello. Gli accordi negoziati direttamente da Vincenzo Alvaro con Giuseppe Spagnolo, esponente di vertice dei Farao-Marincola di Cirò e Cariati, avevano garantito al gruppo romano «un canale privilegiato di approvvigionamento del pescato che scavalcava del tutto il sistema delle aste», determinando la «completa alterazione delle dinamiche di mercato».

Dagli oli esausti alle minacce ai custodi giudiziari

Il monopolio della cellula romana non si fermava ai prodotti ittici. I giudici della Suprema Corte descrivono un «espansionismo condotto nel segno della mafiosità» che toccava anche la green economy e i rifiuti speciali. Il clan era riuscito a imporre la propria presenza nella «raccolta degli oli esausti con la pretesa di conferimenti gratuiti da parte degli esercizi di ristorazione», e nella raccolta dei residui della macellazione, dove l’obiettivo fisso era quello di «estromettere le ditte concorrenti».
La forza intimidatrice del gruppo era talmente pervasiva da piegare anche le istituzioni. Nelle motivazioni viene ricordata la vicenda del sequestro di un panificio intestato a Carmela Alvaro: una gestione resa impossibile per l’amministrazione giudiziaria, con «almeno tre coadiutori giudiziari costretti a lasciare l’incarico» a causa delle «gravi e reiterate minacce e dell’ostentata evocazione dell’appartenenza ndranghetista della famiglia».

L’arsenale del locale: dai «capocolli» al sogno del bazooka

A fare da scudo a questa penetrazione economica c’era la costante disponibilità di armi, una circostanza che la Cassazione ha blindato confermando l’aggravante mafiosa. Le intercettazioni svelano un fitto traffico tra il Lazio e la Calabria per rifornire la struttura romana. I dialoghi tra Antonio Carzo e il figlio registrano la trattativa per l’acquisto di una pistola Beretta 9×21 e, pochi giorni dopo, i riferimenti alla «necessità di procurarsi una mitraglietta Uzi e un bazooka».
Per eludere le indagini, i sodali utilizzavano termini in codice: il trasporto di una pistola calibro 357 dalla Calabria veniva camuffato dietro l’ordine di avvertire il custode facendo riferimento a un «“capocollo”». Le armi venivano poi nascoste nei modi più disparati, dalle pistole nell’abitazione con i proiettili «occultati in un vaso sul balcone», fino ai carichi sepolti nella terra, di cui i sodali andavano fieri sottolineando come fossero «custodite sottoterra da sei mesi» senza mostrare «alcun segno di ruggine per essere state ben unte».
I supremi giudici hanno respinto ogni linea difensiva volta a dimostrare l’inconsapevolezza dei singoli affiliati circa la presenza delle armi. Nel perimetro del locale romano, come «orgogliosamente rivendicato dal Carzo», tutti gli associati erano «“dotati”», cioè provvisti di un grado formale nell’organigramma della ’ndrangheta. E a quel livello di carriera criminale, per la Cassazione, la conoscenza della disponibilità di armi della compagine è un dato indiscutibile.

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