Il fiume ferito. Quando il profitto calpesta la legalità e la coscienza
Dietro un grave presunto reato ambientale emerge una più profonda crisi di responsabilità civile ed etica

COSENZA Il sequestro preventivo di un distributore di carburanti di circa 1.000 metri quadrati – avvenuto nella giornata di ieri nel comune di Tortora, sul Tirreno cosentino – ordinato dalla Procura di Paola, guidata dal dott. Domenico Fiordalisi, magistrato di spiccate doti umane e professionali, ed eseguito dai Carabinieri Forestali di Scalea, è un fatto di cronaca che impone una riflessione profonda. Dietro i sigilli posti a un’attività commerciale e dietro le cinque denunce a piede libero, non c’è solo la fredda contabilità di un reato ambientale. C’è la ferita profonda inferta al fiume Noce, un corso d’acqua dall’alto valore naturalistico che segna il confine tra Calabria e Basilicata e alla nostra umanità. Questo episodio ci costringe a interrogarci sul confine, troppo spesso valicato, tra l’iniziativa economica e la responsabilità etica.
Un fallimento morale prima che giuridico
L’indagine ha svelato un meccanismo consolidato di totale anarchia gestionale e documentale: una condotta interrata di ben 130 metri usata per sversare reflui tossici nelle sponde del fiume; acque di dilavamento contaminate da idrocarburi, oli usati e metalli pesanti immesse senza depurazione; vasche di filtraggio sature, registri dei rifiuti pericolosi inesistenti e totale assenza di conformità antincendio.
La gravità del fatto risiede nella “scientificità” della condotta. Costruirne una sotterranea per occultare i veleni non è una disattenzione; è una scelta consapevole. È il sintomo di un capitalismo miope che considera l’ambiente come una discarica gratuita per abbattere i costi di gestione.
Questo comportamento rappresenta un profondo fallimento morale prima ancora che giuridico.
Per una nuova ecologia della cultura
L’insegnamento di papa Francesco nell’enciclica Laudato sii, ripreso e rilanciato dalla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, è esplicito al riguardo: quando il profitto privato calpesta il bene comune, si spezza il patto di cittadinanza, a causa di un sistema economico che adora il denaro e la crescita illimitata, che considera l’ambiente solo come una risorsa da sfruttare. Il fiume Noce non è un semplice elemento geografico, ma un ecosistema vivo, un patrimonio collettivo e una risorsa per il futuro del territorio. Avvelenarlo significa sottrarre ricchezza e salute alle prossime generazioni.
L’eccellente operazione dei Carabinieri Forestali dimostra che lo Stato vigila ma, lo abbiamo detto e ripetuto centinaia di volte, la repressione da sola non basta: serve una “insurrezione culturale”. Felice espressione profetica di Jonathan Nossiter, autore e regista americano che ho avuto la fortuna di conoscere quando a Reggio Calabria presentai il suo interessantissimo volume dal titolo: Insurrezione culturale. Per una nuova ecologia della cultura. Un’azione culturale e sociale che rimetta al centro la custodia del territorio come dovere civico inderogabile. La tutela dell’ambiente non può essere vissuta dalle imprese ( o dai singoli cittadini) come un mero intralcio burocratico da aggirare, ma come la precondizione stessa per operare sul mercato in modo dignitoso e sostenibile.
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