Narcotraffico, la cocaina dalla Colombia e il possibile ingresso «nella zona della Calabria». Il racconto sul gruppo albanese di Durazzo
Nell’ordinanza della Dda di Bari sul traffico internazionale tra Albania, Puglia e Nord Europa le dichiarazioni del collaboratore Dumani

BARI La cocaina dalla Colombia, il possibile ingresso in Italia «nella zona della Calabria» e il profilo di un narcotrafficante albanese indicato negli atti come figura di peso negli equilibri criminali di Durazzo. È uno dei passaggi che emergono dall’ordinanza del gip di Bari nell’inchiesta della Dda sul traffico internazionale di droga lungo l’asse Albania, Puglia e Nord Europa. Il blitz risale allo scorso anno e aveva colpito una rete internazionale capace di muovere droga, denaro e uomini tra Albania, Italia e Nord Europa. La Dia di Bari e le autorità albanesi, con il supporto di Interpol, dell’Ufficio dell’esperto per la sicurezza di Tirana e della polizia albanese, avevano eseguito due ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Bari e dal Tribunale speciale di primo grado di Tirana. Cinquantadue, complessivamente, le persone coinvolte nell’operazione coordinata dalla Dda di Bari, dalla Procura speciale di Tirana, da Eurojust e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Le accuse, a vario titolo, erano quelle di associazione finalizzata al traffico internazionale di ingenti quantitativi di stupefacenti, riciclaggio e altri reati. In quell’occasione furono eseguiti anche sequestri patrimoniali, in Albania e in Italia, per diversi milioni di euro. Alcuni cittadini albanesi, però, riuscirono a sottrarsi alla cattura e a rendersi irreperibili.
Dentro quell’inchiesta emerge anche un riferimento alla Calabria. Al centro c’è Doci Elvis (cl. ’78), destinatario della misura cautelare e indagato in relazione al capo che riguarda una fornitura di 8 chili di cocaina proveniente dalla Germania e arrivata a Mola di Bari. La Calabria torna invece nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia albanese Nuredin Dumani, che parla del gruppo riconducibile a Troplini Xhevdet, detto “Poja”, e della capacità di muovere carichi di droga anche fuori dall’Albania.
Il profilo di “Visi di Poja”
Ma andiamo con ordine. Doci Elvis, nato a Durazzo, viene indicato nelle carte come “Visi di Poja”. Il nome compare nell’ordinanza non soltanto per la contestazione relativa agli 8 chili di cocaina, ma anche per il profilo criminale tracciato attraverso intercettazioni e dichiarazioni del collaboratore Dumani.
Secondo l’impostazione accusatoria, Doci sarebbe stato collegato al gruppo criminale riconducibile a Troplini Xhevdet, detto “Poja”, considerato dagli inquirenti una figura centrale del narcotraffico albanese. Secondo il pentito, il gruppo aveva ramificazioni in Italia e Germania e referenti in Sud America. La cocaina, racconta Dumani, «arrivava dalla Colombia» e in Italia vi sarebbe stata la possibilità di farla entrare «nella zona della Calabria». Dumani riferisce di conoscere Doci da molti anni e lo identifica come soggetto inserito nel traffico di droga. Nel verbale richiamato dall’ordinanza, il collaboratore lo definisce «un negoziatore molto buono». Prima l’eroina, poi la cocaina: secondo il racconto del pentito, dal 2013 “Visi di Poja” avrebbe lasciato il traffico di eroina per passare alla cocaina, movimentata in quantitativi definiti «a tonnellate». Per Dumani non ci sarebbero dubbi sull’identificazione: nell’ambiente criminale albanese, riferisce, «tutti lo chiamano Visi di Poja».
Le intercettazioni e il peso del gruppo
Il peso criminale attribuito a “Visi di Poja” emerge anche dalle conversazioni intercettate. In un dialogo captato dagli investigatori, Presi Erigels parla dei rapporti tra Adi Coba, il latitante arrestato a Durazzo, indicato come capo e promotore del sodalizio, e “Visi di Poja”. Il riferimento è al capitale, alla solidità economica e alla reputazione del gruppo. Nelle carte gli interlocutori vengono descritti come soggetti con disponibilità economiche rilevanti: «hanno del capitale», si legge in uno dei passaggi riportati nell’ordinanza. È in questo contesto che gli investigatori collocano Doci Elvis e cioè una rete più ampia, fatta di contatti, chat criptate Sky Ecc, rapporti con altri gruppi criminali e movimentazioni internazionali di stupefacenti.
Gli 8 chili di cocaina dalla Germania
Il capo A8 riguarda una partita da 8 chili di cocaina proveniente dalla Germania. Secondo la ricostruzione accusatoria, la droga sarebbe stata caricata su un’autovettura e trasportata fino a Mola di Bari da un corriere non identificato. La consegna sarebbe avvenuta nell’officina meccanica di Francesco Campanella, dove il carico sarebbe stato ricevuto da Ganaj Agron. Una parte dello stupefacente, pari a 5 chili, sarebbe stata affidata in custodia ad Andrea Nicola Buonsante, mentre i restanti 3 chili sarebbero rimasti nella disponibilità di Ganaj. Nell’operazione, secondo gli inquirenti, Doci Elvis avrebbe avuto il ruolo di fornitore della cocaina, con l’intermediazione di Coba Adi. La contestazione viene aggravata dalla transnazionalità, per il coinvolgimento di un gruppo criminale operante tra Germania, Albania e Italia.
Il gip
Un racconto che il gip ritiene significativo anche sotto il profilo dei riscontri. Nell’ordinanza si sottolinea che «Dumani avrebbe indicato in modo puntuale l’attività illecita svolta dagli indagati, con particolare riferimento al traffico di cocaina ed eroina, alle modalità di approvvigionamento dello stupefacente e al trasporto del denaro». Per il giudice, inoltre, non emergono motivi per «dubitare della credibilità soggettiva del collaboratore, le cui dichiarazioni vengono ritenute puntuali, coerenti e riscontrate dagli elementi raccolti nel corso delle indagini». (g.curcio@corrierecal.it)
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