Una mozione d’ordine per la politica
La domanda di un neo consigliere comunale su cosa sia una mozione d’ordine racconta la crescente distanza tra la politica delle piattaforme digitali e la cultura delle istituzioni

Di recente un consigliere comunale alla sua prima elezione ha chiesto apertamente che cosa fosse una mozione d’ordine. La domanda non è peregrina e dà conto dell’evoluzione della politica, che dovrebbe ritornare alla scuola dei partiti.
Strumento tipico delle assemblee elettive, la mozione d’ordine serve a richiamarne le regole, a tutelare il corretto svolgimento delle sedute e a garantire i diritti dei consiglieri. Fa parte dell’alfabeto istituzionale, ma ignorarla all’inizio di un mandato non può essere una colpa. Sarebbe invece un problema ritenere superfluo oppure inutile conoscerla.
Le recenti elezioni amministrative hanno riguardato 79 Comuni calabresi. Molti consiglieri eletti siedono per la prima volta in aula. La loro esperienza inizia in una stagione in cui la politica è piuttosto invasiva, poiché i telefoni la portano ovunque e in ogni momento. Le piattaforme digitali riversano un flusso continuo di dichiarazioni, immagini, polemiche, sondaggi, video e dirette. La politica occupa larga parte della quotidianità, ma le istituzioni sembrano sfuggenti: se ne parla abbastanza e si conoscono appena.
Nel Novecento accadeva spesso il contrario. La politica aveva meno strumenti di comunicazione e più luoghi di formazione. I partiti, il sindacato, il mondo cattolico, le cooperative, l’associazionismo e i movimenti giovanili fornivano occasioni di confronto, studio e crescita. Si imparava a leggere il bilancio dell’ente locale, a comprendere lo statuto del Comune, a distinguere una delibera da una determina, la funzione di indirizzo politico da quella amministrativa, un’interrogazione da una mozione. Vi erano però diversi limiti, anche macroscopici, sicché non si potrebbe idealizzare quel periodo oppure esaltarlo per impulsi nostalgici. La formazione politica aveva però un ruolo centrale.
Allora sorse il municipalismo italiano. Luigi Sturzo considerava il Comune la prima scuola della democrazia. L’espressione mantiene ancora una forza straordinaria. Nel Comune la politica perde qualunque possibilità di accomodarsi nell’astrazione. Il bilancio va approvato, il regolamento deve essere scritto e votato, le strade sono indispensabili e bisogna trovare le risorse per garantire i servizi: mense scolastiche, assistenza alle persone con disabilità, trasporto pubblico eccetera. In breve, le parole incontrano i fatti.
Il Comune ha formato generazioni di amministratori. Molti protagonisti della vita nazionale hanno imparato la politica nei Consigli comunali, nelle Province, nelle assemblee locali. Lì hanno scoperto che il consenso apre la porta delle istituzioni. Appena dopo inizia la rappresentanza. La rappresentanza non coincide con l’elezione. L’elezione apre una possibilità; la rappresentanza matura invece nello studio, nell’ascolto e nelle scelte.
Negli ultimi decenni è cambiato il modo di concepire la politica e l’amministrazione del potere. Nel 1967 Guy Debord pubblicò “La società dello spettacolo”. Molti videro in quel libro una critica alla televisione, alla pubblicità, ai consumi. In realtà, Debord descriveva una trasformazione più radicale. La rappresentazione occupava uno spazio sempre maggiore, sino ad alterare il rapporto con la realtà. Oggi basta osservare una discussione pubblica per capire quanto quella intuizione fosse lungimirante. La politica si esprime spesso mediante immagini, dichiarazioni, frammenti di pochi secondi. In pratica, l’evento conta più del processo che lo ha prodotto.
Qualche anno dopo Neil Postman portò il ragionamento su un terreno più concreto. In “Divertirsi da morire”, spiegò che il problema era la trasformazione del linguaggio pubblico. La politica iniziava, cioè, ad assumere le forme dell’intrattenimento. L’attenzione si indirizzava verso azioni che potevano sorprendere, emozionare, divertire. Il ragionamento lungo e articolato trovava sempre meno spazio e meno seguito.
Le piattaforme digitali hanno accelerato questo processo. Gli studiosi Jesper Strömbäck, Frank Esser e Winfried Schulz hanno parlato di «mediatizzazione» della politica. Che, inevitabilmente, finisce per adattarsi alle regole dei mezzi di comunicazione. Cambiano il linguaggio, i tempi e finanche le priorità.
La ricerca scientifica è andata oltre. Psicologi cognitivi, sociologi e studiosi delle piattaforme digitali descrivono un ambiente creato per trattenere l’attenzione. Gli algoritmi privilegiano i contenuti che provocano reazioni emotive intense. Rabbia, paura, entusiasmo e indignazione inducono partecipazione, commenti e condivisioni. È il modello economico sul quale si fondano le principali piattaforme digitali.
Hartmut Rosa e Byung-Chul Han guardano questa trasformazione da prospettive differenti. Rosa descrive una società sottoposta ad accelerazione continua. Han avverte dell’esposizione permanente dell’individuo e della sua ricerca perpetua di approvazione. Entrambi concordano sul restringimento del tempo dedicato alla riflessione, che tende a comprimersi, parafrasando René Guénon.
Torniamo al significato delle istituzioni. Il Consiglio comunale ha tempi diversi, dilatati, umani, reali. Le Commissioni, le istruttorie, i regolamenti, gli emendamenti, i pareri e le votazioni hanno procedure specifiche, per cui bisogna conoscere le relative regole e i problemi da trattare. Il lavoro del consigliere comunale è quindi complesso, lungo e spesso non pagato. Ma questo è un altro discorso. L’episodio della mozione d’ordine ha dunque un valore simbolico. Non rivela l’impreparazione, fisiologica e ammissibile, di un consigliere alle prime armi. Piuttosto, mostra la distanza crescente fra la cultura delle piattaforme e quella delle istituzioni.
Vale allora la pena ricordare la lezione di Norberto Bobbio, che descriveva la democrazia come insieme di regole, le quali rimangono un presidio di libertà anche nell’era digitale. Banalmente, il regolamento di un Consiglio comunale garantisce la maggioranza e tutela la minoranza, disciplina modi e tempi del confronto, evita arbitri e consente alla politica di muoversi nel campo del diritto. Lo studio, quindi, non rappresenta un ornamento culturale e costituisce la condizione dell’indipendenza del singolo consigliere. Conoscere gli atti favorisce la libertà di discussione, di proposta e dissenso. Rinunciare allo studio determina invece una grande, e grave, dipendenza dal lavoro altrui. Pertanto, è essenziale studiare il diritto degli enti locali, il bilancio, lo statuto, il regolamento e la storia amministrativa del proprio Comune. Bisogna approfondire i problemi, per individuare le soluzioni.
Chi insegna oggi la politica? È una domanda da porsi, da porre. In genere non ci sono guide, spazi, occasioni e strumenti di conoscenza dei temi, delle specificità, del linguaggio e dei princìpi della politica. I partiti dovrebbero coprire questa mancanza. Sarebbe una mozione d’ordine, forse la più importante della politica italiana. (redazione@corrierecal.it)
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