Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 10:31
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 4 minuti
Cambia colore:
 

un delitto senza giustizia

Antonino Scopelliti, il “giudice solo” contro le mafie. L’agguato nel 1991 e il patto tra ‘ndrangheta e Cosa nostra

L’ombra del Maxiprocesso, i misteri sull’agguato del 9 agosto e i recenti rilievi. Dopo 35 anni l’omicidio del magistrato resta ancora senza colpevoli

Pubblicato il: 09/08/2026 – 10:31
di Marco Russo
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

REGGIO CALABRIA Era una calda giornata, tipica dell’estate calabrese. Il “giudice solo”, come era stato ribattezzato, Antonino Scopelliti, stava rientrando dal lido “Il Gabbiano” di Santa Trada, dove aveva trascorso la giornata al mare. A bordo della sua BMW stava percorrendo la strada che collega la frazione Ferrito di Villa San Giovanni a Piale di Campo Calabro. Esattamente alle 17:20, come confermato dalle più recenti ricostruzioni effettuate nell’ambito delle nuove indagini, i killer esplosero due colpi di fucile raggiungendo il magistrato al volto. L’auto andò a finire lentamente contro un terreno agricolo, un dettaglio che in un primo momento fece pensare a un tragico incidente. La realtà era ben diversa e assai più drammatica: la mafia, attraverso uno spietato patto tra ’ndrangheta e Cosa Nostra, aveva assassinato il giudice Antonino Scopelliti.

Dopo 35 anni non c’è ancora giustizia

Sono trascorsi esattamente 35 anni da quel giorno e la verità sull’omicidio che sconvolse la Calabria non è stata ancora scritta. In migliaia parteciparono ai suoi funerali, tra loro c’era anche Giovanni Falcone. «Quando arrivò la notizia dell’omicidio Scopelliti, Falcone era in ufficio» ricorda Giovanni Bianconi nel suo libro L’assedio. «Andò sul posto insieme al ministro Martelli, al quale confermò la propria ferma convinzione: “Questa non è una questione calabrese. Qui c’entra la mafia e c’entra il maxiprocesso”. Ancora una volta lo Stato fu costretto a radunarsi intorno alla bara di un magistrato assassinato».

La pista siciliana

La pista siciliana apparve concreta fin dalle prime battute: Scopelliti era infatti il magistrato incaricato di sostenere l’accusa in Cassazione nel maxiprocesso contro Cosa Nostra, occupandosi del rigetto dei ricorsi della difesa. Due furono i processi celebrati davanti al Tribunale di Reggio Calabria: nel primo tra gli imputati figurava Totò Riina, nel secondo Bernardo Provenzano. Entrambi furono assolti in Corte d’Appello dopo una condanna in primo grado, lasciando per anni impunito uno dei più drammatici attentati di mafia mai avvenuti in terra calabrese. Le nuove indagini, scaturite dal ritrovamento del fucile nel 2019 su indicazione del pentito Maurizio Avola, aggiungono un tassello fondamentale: fu Cosa nostra a promuovere l’omicidio del giudice, ma soltanto dopo aver ottenuto il beneplacito della ’ndrangheta.

Le nuove indagini

Nel registro degli indagati è figurato fin da subito il gotha della criminalità organizzata calabrese e siciliana. Nel tempo l’elenco si è aggiornato con nomi di primissimo piano. La Procura di Reggio Calabria lo scorso anno ha impresso un’accelerazione all’inchiesta, disponendo nuovi rilievi scientifici sia sull’arma ritrovata sia sulla BMW. La Polizia Scientifica ha riposizionato il veicolo esattamente nel punto della frazione Ferrito dove tutto ebbe fine. Da lì l’inchiesta si è sviluppata in due direzioni: gli accertamenti tecnici su alcune tracce rinvenute e gli esami balistici sull’arma. Secondo la ricostruzione più recente, a sparare sarebbe stato Vincenzo Salvatore Santapaola, figlio del boss Nitto Santapaola, a bordo di una moto guidata dallo stesso Maurizio Avola. Dietro l’agguato si allunga l’ombra di uno scambio tra organizzazioni: in cambio del “favore”, Cosa nostra avrebbe contribuito a far cessare la sanguinosa faida di ’ndrangheta che terrorizzava Reggio Calabria in quegli anni.

Quella targa vandalizzata a Polistena

Indagini, accuse, inchieste parziali. A 35 anni da quell’agguato del 9 agosto 1991, per Antonino Scopelliti non c’è ancora una verità giudiziaria definitiva né, soprattutto, una condanna per gli esecutori e i mandanti. Come ha evidenziato con amarezza la figlia Rosanna Scopelliti: «Tutti i passi in avanti si fermano senza un motivo. Eppure si è trattato del delitto di un uomo dello Stato, un magistrato, un sostituto procuratore in Cassazione. Senza verità e giustizia mi chiedo come possa un cittadino avere fiducia se gli accade qualcosa». Un uomo dello Stato che, ancora oggi, continua a fare paura alla criminalità organizzata: solo pochi giorni fa è stata danneggiata la targa in sua memoria a Polistena. Segno che, chi ha voluto mettere a tacere Antonino Scopelliti, teme ancora oggi la forza della sua memoria. (m.russo@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x