Dalla droga agli affari: mezzo secolo di ’ndrangheta nel Comasco, l’ultimo fronte è quello economico
L’amministrazione giudiziaria di Euroscatola ha riacceso i riflettori sul radicamento della criminalità organizzata nel territorio lariano. Dalle prime locali alle inchieste più recenti
L’ultima fotografia arrivata da Cantù racconta uno dei volti più attuali dell’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia del Nord: la capacità di inserirsi nei circuiti economici attraverso rapporti commerciali, società e filiere produttive. È questo il quadro al centro del decreto con cui il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Euroscatola Spa, azienda comasca attiva nella lavorazione della carta e del cartone, eseguito il 21 luglio dai militari della Guardia di Finanza del Comando provinciale di Como.
Il provvedimento è arrivato nell’ambito degli sviluppi investigativi successivi all’operazione «Cavalli di razza». Secondo la prospettazione accusatoria richiamata dalla Procura, dal 2019 sarebbero proseguiti rapporti economici tra la società di Cantù e un’altra azienda con sede a Lomazzo, riferibile a un esponente di primo piano della locale di ’ndrangheta di Fino Mornasco, condannato in via definitiva quale partecipe della locale e per il reato di trasferimento fraudolento di valori aggravato dall’agevolazione mafiosa, proprio in relazione alle quote della società.
Secondo quanto emerso dagli approfondimenti investigativi, l’affidamento della commessa di lavorazione da parte di Euroscatola sarebbe proseguito anche dopo le condanne inflitte al socio occulto della società di Lomazzo. Le indagini avrebbero inoltre fatto emergere rapporti economici con fornitori operanti nel settore del trasporto merci per conto terzi, alcuni dei quali condannati in via definitiva per associazione mafiosa. Gli accertamenti avrebbero riguardato anche la gestione della società. Secondo la ricostruzione della Procura, il management sarebbe rimasto inerte di fronte alla progressiva infiltrazione mafiosa, mentre l’assenza di controlli sul personale avrebbe consentito, in alcuni casi, l’impiego di dipendenti risultati gravati da precedenti penali qualificati e destinatari di misure cautelari personali per reati connessi al traffico di stupefacenti. L’amministrazione giudiziaria consentirà ora, d’intesa con gli organi amministrativi della società, di analizzare i contratti in corso e di procedere alla rimozione di quelli con soggetti direttamente o indirettamente collegati alla criminalità organizzata. L’obiettivo è inoltre rafforzare i presidi di prevenzione e controllo per evitare il ripetersi di circostanze analoghe a quelle emerse nel corso delle indagini.
L’intervento sulla società di Cantù rappresenta, dunque, un nuovo capitolo di una storia che nel Comasco dura da decenni: quella del radicamento della ’ndrangheta e della sua capacità, secondo le ricostruzioni investigative e giudiziarie, di adattarsi ai cambiamenti economici del territorio.
Mezzo secolo di radicamento: dai soggiorni obbligati alle prime locali
La presenza della ’ndrangheta nel Comasco affonda le radici negli anni Cinquanta, quando iniziarono ad arrivare nel territorio lariano esponenti provenienti dalla Calabria, in particolare dall’area di Giffone, nel Reggino. Una fase decisiva fu quella compresa tra il 1965 e il 1975, quando il soggiorno obbligato portò in provincia di Como numerosi esponenti delle organizzazioni criminali calabresi.
Quella che inizialmente appariva come una presenza di singoli soggetti si trasformò progressivamente in un insediamento stabile. Nel territorio cominciarono a strutturarsi le prime locali di ’ndrangheta, tra Como, Socco, frazione di Fino Mornasco, Cermenate e Mariano Comense.
Tra gli anni Settanta e Novanta il territorio comasco divenne anche uno dei punti di interesse per importanti traffici criminali. In quel periodo emerse la figura di Franco Coco Trovato, originario di Marcedusa, nel Catanzarese, considerato dagli investigatori uno degli esponenti più influenti della ’ndrangheta lombarda. Secondo le ricostruzioni investigative e giudiziarie, avrebbe costruito una rete legata al narcotraffico e reinvestito parte delle risorse ottenute in attività economiche.
Parallelamente crebbe il peso di gruppi riconducibili a Giuseppe Mazzaferro, originario di Marina di Gioiosa Jonica, che secondo le indagini avrebbe contribuito al consolidamento di diverse locali in Lombardia, comprese alcune realtà presenti nel territorio comasco.
Negli anni Novanta le indagini iniziarono a delineare con maggiore chiarezza la struttura organizzativa della presenza mafiosa. L’operazione «Notte dei fiori di San Vito», nel 1994, portò all’emissione di numerosi provvedimenti cautelari e fece emergere, secondo gli inquirenti, l’esistenza di diverse articolazioni territoriali nella provincia di Como.
Da Infinito a Insubria: le indagini che hanno fotografato la rete delle locali
La svolta investigativa arriva nel 2010 con l’operazione «Infinito», una delle più importanti inchieste sulla presenza della ’ndrangheta in Lombardia. L’indagine ha ricostruito, secondo l’impostazione accusatoria poi esaminata nei procedimenti giudiziari, l’esistenza di una struttura organizzata delle locali lombarde collegata alle cosche calabresi.
Il territorio comasco emerge come una delle aree maggiormente attenzionate dagli investigatori. Le indagini hanno riguardato le locali di Canzo-Asso, Cermenate, Erba e Mariano Comense, evidenziando come la Lombardia non fosse soltanto un luogo di investimento di capitali criminali, ma un territorio nel quale erano presenti articolazioni organizzate. Negli anni successivi altre operazioni hanno continuato a interessare la provincia. L’inchiesta «Insubria» ha portato l’attenzione sulle locali di Fino Mornasco e Cermenate, mentre l’operazione «Crociata» ha riguardato accuse relative a traffici internazionali di droga che avrebbero coinvolto soggetti ritenuti vicini ad ambienti della criminalità organizzata. Un quadro investigativo che ha mantenuto alta l’attenzione su un territorio caratterizzato da una forte presenza imprenditoriale, dalla vicinanza con la Svizzera e da un sistema economico nel quale le organizzazioni mafiose, secondo gli inquirenti, possono tentare di trovare spazi di inserimento.
Il nuovo volto delle cosche: meno violenza visibile, più affari
La storia della ’ndrangheta nel Comasco racconta anche una trasformazione delle modalità di infiltrazione. Se negli anni passati il fenomeno era maggiormente associato ai grandi traffici di droga e agli episodi di violenza, oggi l’attenzione investigativa si concentra sempre di più sulla capacità delle organizzazioni criminali di entrare nell’economia legale. Trasporti, logistica, facchinaggio, servizi e appalti sono alcuni dei settori maggiormente monitorati dagli investigatori. Il meccanismo ipotizzato nelle indagini non passa necessariamente attraverso forme evidenti di intimidazione, ma attraverso relazioni, disponibilità finanziarie e rapporti economici costruiti nel tempo. Il caso Euroscatola si inserisce proprio in questo scenario: la misura di prevenzione adottata dal Tribunale di Milano punta a verificare i rapporti contrattuali esistenti e a rafforzare gli strumenti di controllo all’interno dell’azienda. La vicenda dimostra come la presenza della ’ndrangheta nel Comasco non rappresenti un fenomeno confinato al passato. (f.v.)
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