’Ndrangheta, dal Brasile alla Turchia sotto falsa identità: la storia di Khamees, narcos legato alla rete di Rocco Morabito
Dal carico da 592 chili di cocaina del 1992 ai rapporti con il Pcc e Vincenzo Macrì. Waleed Issa Ahmad Khamees avrebbe poi ricostruito la propria vita a Istanbul con il nome di “Robert Sekeres”
LAMEZIA TERME Dal Brasile alla Turchia, passando per la Calabria e per una delle stagioni in cui la ’ndrangheta costruiva le fondamenta del proprio dominio nel narcotraffico internazionale. La storia di Waleed Issa Ahmad Khamees, narcotrafficante giordano oggi 65enne, riemerge da un’inchiesta pubblicata da Nordic Monitor. Una storia fatta di carichi di cocaina, identità false, società aperte all’estero e rapporti che portano direttamente a Rocco Morabito, il boss di Africo conosciuto come “’u Tamunga”. Secondo la ricostruzione, Khamees sarebbe riuscito a stabilirsi in Turchia utilizzando l’identità di Robert Sekeres, apparentemente cittadino serbo. Con quel nome avrebbe ottenuto un permesso di soggiorno e nel dicembre 2019 avrebbe costituito a Istanbul una società attiva formalmente nel settore immobiliare, delle costruzioni e della consulenza. Tutto mentre sul suo conto risultavano già pendenti provvedimenti giudiziari brasiliani e segnalazioni internazionali. Ma per comprendere la rilevanza del personaggio bisogna tornare indietro di oltre trent’anni.

I 592 chili e l’incontro con Morabito
Il nome di Khamees compare nella storia del narcotraffico della ’ndrangheta già all’inizio degli anni Novanta. Un’inchiesta realizzata nel 2019 da UOL, Investigative Reporting Project Italy (IRPI) e OCCRP, sulla base di documenti investigativi europei e brasiliani, indicava il giordano come uno degli intermediari utilizzati dalla rete riconducibile ai Morabito per acquistare e trasportare la cocaina sudamericana verso l’Europa. Secondo quella ricostruzione, Khamees e Rocco Morabito si sarebbero conosciuti in Italia e avrebbero costruito nel tempo un rapporto destinato a durare decenni. Già nel 1990 avrebbero gestito traffici di cocaina dal Brasile verso l’Italia, mentre parte dei proventi sarebbe stata movimentata attraverso circuiti finanziari europei. L’episodio più significativo risale al 1992. Khamees e Morabito avrebbero organizzato una spedizione di 592 chili di cocaina, proveniente dalla Bolivia e destinata all’Europa. Morabito sarebbe arrivato in Brasile e sarebbe stato ospitato per oltre venti giorni nella casa di Khamees nel quartiere Morumbi, a San Paolo. La cocaina sarebbe stata trasportata in aereo fino a una fazenda di Uberlândia, nello Stato di Minas Gerais, e successivamente caricata su un camion diretto verso la Praia do Pacheco, nei pressi di Fortaleza. Da lì il progetto prevedeva il trasferimento della droga su uno yacht e quindi su un’imbarcazione più grande destinata all’Europa. Il piano saltò il 14 luglio 1992, quando la polizia brasiliana fece irruzione nell’immobile utilizzato dal gruppo e trovò oltre mezzo quintale di cocaina nascosto all’interno di dodici tonnellate di sacchi di riso. Tra il materiale sequestrato, secondo l’inchiesta, comparvero anche mappe sulle quali era tracciato il percorso dal Mediterraneo verso Sicilia e Calabria. Khamees venne successivamente condannato a nove anni per traffico internazionale di stupefacenti.

Il ponte tra la ’ndrangheta e il Pcc
Gli anni passano, ma il nome del giordano riappare nelle successive indagini brasiliane. Nel settembre 2017 la Polícia Federal lanciò l’operazione Brabo, una vasta indagine su un’organizzazione accusata di esportare cocaina verso Africa ed Europa e nella quale furono ricostruiti anche i rapporti con il Primeiro Comando da Capital, la potente organizzazione criminale brasiliana. Khamees risultava tra i soggetti ricercati. L’inchiesta UOL-IRPI-OCCRP lo descriveva proprio come uno dei possibili punti di collegamento tra fornitori sudamericani, Pcc e ambienti della mafia calabrese. La difesa di Khamees aveva respinto questa ricostruzione, sostenendo che le accuse più recenti derivassero essenzialmente dal suo passato e negando un suo ruolo attuale come intermediario tra il Pcc e la ’ndrangheta. A riportare nuovamente gli investigatori italiani sulle sue tracce fu anche un altro nome pesante della ’ndrangheta: Vincenzo Macrì. Arrestato nel giugno 2017 all’aeroporto di Guarulhos mentre viaggiava utilizzando una falsa identità, Macrì sarebbe stato assistito proprio attraverso contatti riconducibili a Khamees, che avrebbe cercato un avvocato in Brasile dopo l’arresto dell’italiano. Secondo i documenti brasiliani richiamati da Nordic Monitor, nel 2017 furono inoltre rilevati contatti tra Khamees e altri soggetti coinvolti nelle rotte internazionali della droga. Il giordano sarebbe stato poi condannato nel 2019, in un altro procedimento, a 19 anni di carcere per traffico di stupefacenti e partecipazione a un’organizzazione criminale, in relazione a un quantitativo di 545 chili di cocaina.
La nuova identità in Turchia
Mentre le autorità brasiliane lo cercavano, Khamees avrebbe ricostruito la propria vita in Turchia. Il nome utilizzato sarebbe stato quello di Robert Sekeres. Con documenti serbi avrebbe ottenuto un permesso di soggiorno temporaneo e registrato una società a Istanbul, nel quartiere finanziario di Maslak. A individuarlo sarebbero state proprio le autorità brasiliane. Nel luglio 2020 l’ufficio Interpol del Brasile comunicò alla controparte turca informazioni sulla sua presenza nel Paese e sul luogo nel quale avrebbe potuto trovarsi. Il 22 luglio la polizia turca perquisì la sua abitazione e il veicolo. Khamees continuò inizialmente a sostenere di essere il cittadino serbo Robert Sekeres, ma le impronte digitali avrebbero consentito di associarlo alle segnalazioni internazionali. Da quel momento iniziò una complicata procedura di estradizione. I tribunali turchi esaminarono più volte la richiesta brasiliana e il procedimento arrivò fino alla Corte costituzionale turca. Secondo Nordic Monitor, una notizia locale riferì che Khamees sarebbe stato consegnato alle autorità brasiliane all’aeroporto di Istanbul il 31 ottobre 2023. Ma una decisione della Corte costituzionale del gennaio 2024 evidenziava che negli atti delle autorità turche non risultava documentato in maniera chiara né il trasferimento in Brasile né la sua liberazione. Il suo destino successivo resta dunque non definitivamente chiarito dalle fonti pubbliche disponibili.
Trent’anni lungo la rotta della cocaina
Rocco Morabito, dopo una latitanza durata oltre vent’anni, è stato arrestato nuovamente in Brasile nel 2021 ed estradato in Italia nel luglio 2022. Interpol lo ha definito uno dei principali broker internazionali della droga legati alla ’ndrangheta e ha sottolineato il ruolo delle reti sudamericane nell’approvvigionamento della cocaina destinata all’Europa. La vicenda di Khamees racconta però un pezzo precedente di quella storia: gli anni in cui la mafia calabrese costruiva in Sudamerica relazioni, contatti e infrastrutture capaci di garantire l’acquisto di enormi quantitativi di cocaina e il loro trasferimento verso il mercato europeo. (g.curcio@corrierecal.it)
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