Diga del Metramo: 26 milioni di metri cubi d’acqua fermi da anni, ecco perché
La Regione Calabria ha stanziato oltre 34 milioni di euro per completare condotte e impianto di potabilizzazione, ma ancora è inutilizzato
REGGIO CALABRIA Alle porte della Piana di Gioia Tauro c’è una diga che non dovrebbe trovarsi lì, in mezzo a boschi e uliveti secolari, a 879 metri sul livello del mare, in una vallata sospesa tra i territori di Galatro e San Pietro di Caridà, c’è una diga che non dovrebbe esistere lì. Il suo nome tecnico è diga Castagnara, dalla contrada che la ospita, ma tutti la conoscono come diga del Metramo, dal fiume che sbarra. Secondo i dati della Regione Calabria è la più grande diga zonata d’Europa: uno sbarramento in terra e pietrame alto 102 metri, largo 461 alla base e 10 al coronamento, con uno sviluppo in lunghezza di 595 metri. Ha una capacità lorda di 27,4 milioni di metri cubi d’acqua, di cui 26,5 milioni utilizzabili, su una superficie di invaso di 1,06 chilometri quadrati, con un livello di massimo riempimento fissato a quota 888,50 metri sul mare. Da qui, in teoria, ogni anno potrebbero defluire 35 milioni di metri cubi d’acqua: abbastanza per irrigare ottomila ettari di terreno, un terzo dell’intera Piana di Gioia Tauro. Nella pratica, per decenni, quell’acqua è rimasta quasi interamente imprigionata dietro lo sbarramento, mentre attorno alla diga si sono succeduti sopralluoghi, promesse, mobilitazioni popolari e, solo negli ultimi mesi, i primi segnali concreti di una possibile svolta.
L’acqua e le terme
Non è un caso che proprio a Galatro l’acqua sia da secoli l’elemento identitario del paese. A pochi passi dal centro storico sorgono le sue terme, tra le più rinomate e antiche della Calabria: la sorgente di Sant’Elia, scoperta già in epoca medievale dai monaci basiliani rifugiatisi nell’entroterra e sfruttata a fini terapeutici fin dall’Ottocento, sgorga a 37 gradi con acque sulfuree e salso-bromo-iodiche note per le proprietà curative su patologie reumatiche, respiratorie e dermatologiche. Un paese che vive d’acqua da secoli, insomma, si è ritrovato per decenni a fare i conti con un intero lago accumulato a pochi chilometri di distanza e sostanzialmente irraggiungibile per l’agricoltura del territorio.
Un progetto nato negli anni Cinquanta
L’idea di sbarrare il Metramo risale agli anni Cinquanta, quando il Consorzio di Bonifica Tirreno Reggino comincia a studiare un’opera destinata a garantire acqua stabile a un comprensorio agricolo tra i più fertili della regione. Il progetto definitivo arriva però solo nel 1973, quando la Cassa per il Mezzogiorno lo finanzia e ne affida la realizzazione tecnica ai propri ingegneri. In quegli stessi anni la diga viene concepita anche in funzione di un obiettivo industriale oggi quasi dimenticato: fornire acqua di raffreddamento al quinto centro siderurgico che si immaginava di costruire a Gioia Tauro, nell’ambito della grande stagione di industrializzazione del Mezzogiorno. Il centro siderurgico non vedrà mai la luce, travolto dalla crisi dell’acciaio dei primi anni Ottanta, ma il cantiere della diga, avviato nel 1981, va avanti comunque, restituendo l’opera alla sua funzione originaria: irrigazione e usi civili.
La conclusione dei lavori e il collaudo
I lavori si concludono nel 1998, dopo diciassette anni. Il collaudo definitivo arriva però solo il 6 aprile 2013: quindici anni dopo la fine del cantiere, quarant’anni dopo il progetto originario. Un intervallo che nessuna motivazione tecnica sembra giustificare pienamente, e che pesa sul conto finale dell’operazione: circa 388 miliardi e 750 milioni delle vecchie lire di spesa storica, equivalenti oggi a poco più di un miliardo di euro attualizzato. A questi vanno aggiunti i costi correnti: la sola manutenzione della struttura, secondo le stime circolate negli anni tra gli amministratori locali, pesa per circa 200mila euro l’anno sulle casse pubbliche, a fronte di un’opera rimasta largamente inutilizzata.
Un invaso pieno, un rubinetto quasi chiuso
Il paradosso del Metramo sta tutto in un numero: della capacità di erogazione teorica, per anni è stata sfruttata solo una minima parte, sufficiente a irrigare non più di qualche centinaio di ettari contro gli ottomila potenziali. La causa non è un difetto della diga, che tecnicamente regge e trattiene l’acqua in sicurezza — è dimensionata per gestire, in caso di necessità di svuotamento, una portata di piena artificiale fino a 200 metri cubi al secondo. Il problema sta a valle: mancano le condotte di derivazione che dovrebbero portare l’acqua ai campi, e manca un impianto di potabilizzazione che ne consentirebbe l’uso anche per gli acquedotti civili. La galleria di derivazione, in particolare, si è fermata per anni a circa un terzo del suo tracciato complessivo, bloccata da un lungo contenzioso tra il Consorzio di Bonifica e le imprese appaltatrici, complicato dalle rivendicazioni dei proprietari dei terreni espropriati per i lavori. La vertenza, tra ricorsi e richieste di risarcimento, si è chiusa solo nel 2022 davanti al Tribunale delle acque di Napoli, che ha respinto le pretese economiche avanzate dalle imprese, riaprendo formalmente la strada al completamento dei lavori. Nel frattempo, chi coltiva nella Piana ha continuato ad approvvigionarsi da pozzi privati, pagando l’acqua a un costo di gran lunga superiore a quello che avrebbe potuto avere dall’invaso.
La mobilitazione civica e il ritorno del Metramo nell’agenda politica
Se negli anni la vicenda è rimasta a lungo relegata a sopralluoghi istituzionali senza seguito — tra questi la visita dell’allora presidente della Regione Mario Oliverio, nel 2017, quando si parlava già di uno stanziamento ministeriale di 23 milioni di euro necessario per completare canalizzazioni e condotte — una spinta diversa è arrivata a partire dal 2021 dal basso. Il 27 giugno di quell’anno cittadini, amministratori locali e rappresentanti del mondo agricolo si sono ritrovati sull’invaso in una mobilitazione promossa dall’associazione “Progetto Città della Piana”, guidata da Armando Foci, con il sostegno della Banca di Credito Cooperativo di Cittanova e dello stesso Consorzio di Bonifica Tirreno Reggino. Da quella mobilitazione è nato un percorso che ha portato, nel novembre 2024, alla presentazione a Gioia Tauro di un dossier tecnico sulle energie rinnovabili — curato dal dirigente dell’associazione Nicola Marazzita con la collaborazione di Confindustria Reggio Calabria — che propone di ripensare il Metramo come infrastruttura a uso plurimo: non solo irrigazione, ma anche produzione idroelettrica, turismo sostenibile legato al lago (canottaggio, trekking, mountain bike) e un possibile ruolo nella futura “Hydrogen Valley” ipotizzata per l’area portuale di Gioia Tauro, dove l’energia generata dall’invaso potrebbe sostenere la produzione di idrogeno verde collegata al porto e alla sua area retroportuale. Il percorso ha avuto un passaggio politico rilevante con la visita alla diga dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e si è tradotto in un atto parlamentare concreto lo scorso gennaio: un ordine del giorno alla Legge di Bilancio, presentato dal deputato del Movimento 5 Stelle Riccardo Tucci, che impegna formalmente il Governo ad adottare le iniziative necessarie per rendere l’infrastruttura pienamente funzionale.
I fondi stanziati e il nodo delle centrali idroelettriche
Sul piano amministrativo, nel 2025 Regione Calabria e Ministero delle Infrastrutture hanno concordato una rimodulazione degli interventi, vidimata dalla Corte dei Conti all’inizio del 2026. Il piano prevede 26,5 milioni di euro per le condotte di derivazione e ulteriori 7,7 milioni di fondi regionali per realizzare l’impianto di potabilizzazione destinato a rifornire l’acquedotto del vicino comune di Laureana di Borrello. Dal progetto attuale sono state escluse, almeno per ora, le due centrali idroelettriche in project financing previste in una prima versione del piano, per non appesantire ulteriormente l’iter burocratico e non ritardare la priorità assoluta: far arrivare l’acqua a chi la aspetta. Sul fronte energetico, comunque, restano sul tavolo della Regione manifestazioni di interesse di gruppi industriali per un possibile sfruttamento idroelettrico futuro dell’invaso.
Una storia ancora aperta
A distanza di oltre settant’anni dalle prime ipotesi progettuali e di più di quaranta dalla posa della prima pietra, la diga resta un cantiere aperto più nella sostanza politica e amministrativa che in quella fisica: l’opera c’è, l’acqua pure, mancano ancora i collegamenti che la porterebbero davvero ai campi e ai rubinetti della Piana di Gioia Tauro. Tra i fondi già stanziati, l’impegno parlamentare e la sentenza che dal 2022 ha sbloccato il contenzioso sui lavori, gli elementi per una svolta ci sono tutti sulla carta. Restano da vedere i cantieri.
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