La seconda guerra di ‘Ndrangheta e il canale d’accesso con la Spagna. La parabola giudiziaria e criminale di “Don Mico” Paviglianiti
Dalle garanzie sull’ergastolo negli anni ’90 al clamoroso caso della scarcerazione del 2019. L’estradizione è un punto definitivo
REGGIO CALABRIA Tutti lo conoscono come “Don Mico“, il percorso criminale di Domenico Paviglianiti si inserisce nel contesto della seconda guerra di ‘Ndrangheta, combattuta tra il 1985 e il 1991. In quel periodo, secondo quanto ricostruito, ricopriva già un ruolo di primo piano e si schierò a sostegno della cosca De Stefano nella contrapposizione con il gruppo Condello, in una fase caratterizzata da numerosi episodi omicidiari che incisero sugli equilibri mafiosi della provincia reggina. Negli anni successivi Paviglianiti ha ricevuto diverse condanne definitive per associazione mafiosa, omicidio e narcotraffico. In particolare, è stato condannato a 30 anni di carcere, per fatti commessi a partire dagli anni ’80. A quella condanna se ne deve aggiungere un’altra per omicidio e per altri gravi reati.
Questa mattina, l’autorità giudiziaria spagnola ha consegnato all’Italia l’ex latitante: catturato il 26 giugno scorso a Soria, una località dell’entroterra della Spagna, a circa 200 chilometri da Madrid. Non era la prima volta che Paviglianiti ha provato a rendersi irreperibile. Era già accaduto due volte, nel 1996 e nel 2021. Ritornato poco dopo in libertà, si era reso nuovamente irreperibile e, nel luglio 2022, nei suoi confronti era stato emesso un nuovo mandato di arresto europeo.
Dalla Spagna alla Spagna
La vicenda giudiziaria di “Don Mico”, rappresenta uno dei capitoli più complessi e dibattuti dei rapporti d’estradizione tra Italia e Spagna. Catturato a Madrid nel 1996 e consegnato alle autorità italiane nel 1999, il boss della ’ndrangheta è stato al centro di una lunga contesa legale. La sua estradizione fu infatti concessa dalla Spagna a una condizione precisa: la garanzia che non gli sarebbe mai stato applicato l’ergastolo, pena all’epoca non prevista dal diritto penale iberico nei termini dell’ordinamento italiano. In Italia, Paviglianiti accumula condanne pesantissime per associazione mafiosa, omicidio e traffico di sostanze stupefacenti. Quando la sommatoria delle pene porta alla determinazione del carcere a vita, i legali del boss sollevano il mancato rispetto degli accordi internazionali da parte dello Stato italiano. Il contenzioso esplode nell’agosto del 2019: dopo 23 anni trascorsi al regime di 41-bis, il gip di Bologna ne ha disposto la scarcerazione per violazione del principio di buona fede internazionale. Nonostante un immediato riarresto maturato a poche ore di distanza sulla base di un ricalcolo della pena residua, nell’ottobre dello stesso anno una nuova istanza della difesa è stata accolta. Un esito clamoroso che ha restituito la libertà a uno dei principali protagonisti della seconda guerra di ’ndrangheta.
La libertà e la cattura
Ottenuta la libertà nel 2019, Paviglianiti lascia l’Italia riattivando il suo storico canale d’accesso con la penisola iberica. Nell’agosto 2021, scatta il primo arresto a Madrid, eseguito dai carabinieri di Bologna in collaborazione con la Policia Nacional, in forza di un ordine di esecuzione per pene concorrenti pari a 11 anni, 8 mesi e 15 giorni per mafia, omicidio e narcotraffico. Tuttavia, la parabola giudiziaria del boss non si conclude con il blitz di Madrid. Nel 2022 Paviglianiti, si rende nuovamente irreperibile a seguito dell’emissione di un ulteriore ordine di carcerazione per cumulo pene, questa volta per oltre 19 anni di reclusione per reati di mafia, armi e omicidio. La sua ultima latitanza si chiude nell’entroterra spagnolo, a Soria. Quest’ultimo arresto chiude il cerchio su “Don Mico”. (f.b.)
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