«Fa parte della ‘ndrangheta». Il caso di “Jimmy” De Maria, il calabrese che il Canada cerca di espellere da 42 anni
Una condanna per omicidio nel 1981, ma nessuna prova dei legami con il crimine di Toronto. Dopo decenni di battaglie legali, il governo ha incassato da poco l’ennesimo stop
TORONTO C’è un calabrese, dall’altra parte del mondo, che il Canada non vuole più. O meglio, che non ha mai voluto perché lo ritiene un boss della ‘ndrangheta: da ben 42 anni Ottawa sta cercando, con una battaglia legale «storica e monumentale», di espellerlo dal suo paese, senza però mai riuscirci. È la storia di Jimmy De Maria, all’anagrafe Vincenzo De Maria, nato a Siderno, in provincia di Reggio Calabria, ma trasferitosi oltreoceano dopo appena nove mesi dalla nascita, nel 1955. Nonostante 72 anni trascorsi in Canada, De Maria non ha mai ottenuto la cittadinanza: a pesare una condanna per omicidio risalente al 1982, a cui seguì due anni dopo la prima “espulsione” ufficiale.
L’omicidio nel 1981 per appena due mila dollari
Tutto ha inizio nel 1981, quando appena 27enne De Maria uccide a colpi di pistola, dietro un negozio di frutta della Little Italy, Vincenzo Figliomeni, reo di essersi indebitato con lui per appena due mila dollari. Condannato per il delitto pochi mesi dopo, trascorre in carcere dieci anni prima di venire rilasciato nel 1992. La vera “pena” però fu un’altra: De Maria non poté più ottenere la cittadinanza canadese e nel 1984 arrivò anche il primo decreto di espulsione. Tra ricorsi e udienze infinite, però, è riuscito sempre a bloccare la procedura, rimanendo a vivere in Canada con la sua famiglia. Il suo, nel tempo, è diventato un vero e proprio caso giudiziario.
Un lungo iter giudiziario fino al 2026
Da una parte il governo canadese, dall’altra gli avvocati di De Maria. Nel mezzo l’Immigration and Refugee Board (IRB), che per primo nel 2018 ha indicato “Jimmy” come inammissibile su territorio canadese in quanto ritenuto figura di spicco del crimine di Toronto riconducibile alla ‘ndrangheta. A riferire di lui come uno dei “top guys” della criminalità organizzata sono diversi rapporti di Polizia, che però non sono mai sfociati in una condanna. Interrogato più volte, De Maria ha sempre rigettato le accuse: della mafia, ha risposto, «so solo quello che leggo sui giornali», ammettendo di aver incrociato a volte anche il suo nome, ma ribadendo che lui della ‘ndrangheta proprio non ne sa nulla. Neanche di quel Vito Rizzuto, boss di Montreal, che nel 2012, secondo la Polizia, lo aveva minacciato di morte: «Non so nemmeno chi sia o cosa sia. Non sono mai stato a Montreal. Non so nemmeno dove sia Montreal».
Le dieci udienze del 2025
Dopo la decisione della IRB nel 2018, De Maria ha impugnato il provvedimento e la Corte federale ha imposto di rivalutare la sua posizione: cinque anni dopo è stata la stessa IRB ad ammettere che non ci sono prove concrete del legame di “Jimmy” con la ‘ndrangheta. A sua volta, il governo ha presentato un ulteriore ricorso, dando il via ad un’altra lunga battaglia giudiziaria. Lo scorso anno a De Maria sono state dedicate dieci udienze, con depositi di documenti da oltre 20 mila pagine, tanto che – scrive il National Post – «il sistema informatico dell’IRB continuava a bloccarsi nel momento in cui si aprivano più file di grandi dimensioni». Tra le testimonianze figura anche quella di un agente italiano, secondo cui alcuni affiliati giunti in Canada sarebbero stati intercettati mentre parlavano di De Maria che per anni, secondo l’accusa, avrebbe riciclato i soldi del crimine di Toronto con le sue attività.
Dopo 42 anni, De Maria continua a vivere in Canada
Tutte accuse respinte dallo stesso “Jimmy” e mai provate in aula di tribunale. Pochi giorni fa, riporta il National Post, l’ennesima “vittoria” giudiziaria: per l’IRB si tratterebbe solo di «speculazioni», rigettando dunque il ricorso del governo sulla sua espulsione. Anche i rapporti intrattenuti con altri “mafiosi” non proverebbero nulla, così come sarebbero «inaffidabili e inattendibili» le intercettazioni in cui si discute di lui come membro della criminalità organizzata. In sostanza, De Maria non sarebbe un boss come ritenuto dall’accusa, ma solo «un assassino condannato arrivato in Canada da neonato, provenendo da una provincia italiana associata alla ‘ndrangheta». In mancanza di prove d’affiliazione, l’espulsione è stata respinta per l’ennesima volta. Dopo oltre quarant’anni di udienze, lo Stato incassa l’ennesimo stop, mentre Jimmy De Maria continua a vivere nel Paese che ha cercato di cacciarlo per quasi mezzo secolo. (m.russo@corrierecal.it)
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