Panetti di coca marchiati “Africa” e narco-chat: così il clan Alvaro gestiva i traffici
Dalle piattaforme di messaggistica blindate ai nascondigli negli abitacoli: la mappa degli affari e i ruoli chiave nella rete di spaccio gestita dalla cosca
REGGIO CALABRIA Due chili di cocaina caricati all’alba dentro un’autovettura modificata, l’ombra del mercato siciliano da conquistare «facendo la differenza» e una trattativa parallela pronta a movimentare altri cinque chili di stupefacente della qualità più pregiata. È un ritratto d’insieme di estrema operatività quello che emerge tra le pagine dell’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Dda, nell’ambito dell’inchiesta sui traffici di droga gestiti dalla cosca Alvaro. Al centro della ricostruzione degli inquirenti figurano le manovre di Francesco Alvaro – affiancato nelle imputazioni provvisorie da Cosimo Damiano Gallace e con la regia del padre Vincenzo Alvaro – nel vivo delle trattative con un acquirente non identificato sulla piattaforma di messaggistica criptata Sky ECC. Elementi che per i magistrati reggini provano in modo inequivocabile l’esistenza di un’attività di spaccio strutturata, con ruoli ben definiti tra fornitori, intermediari e corrieri al servizio della cosca.
I marchi del narcotraffico e i nascondigli nelle auto
La transazione prende il via il 22 febbraio 2021, subito dopo la cessione di una partita da 17 chili di cocaina. Francesco Alvaro avvia le interlocuzioni inviando all’interlocutore la fotografia del nuovo stupefacente disponibile: «E questo è il prodotto che avevi visto amico». Il compratore dimostra subito entusiasmo – «Buona già si vede; Cerchiamo di rompere il mercato» – e sollecita l’organizzazione delle consegne: «Invece per la coca organizziamoci bene prezzo è tutto». Nel corso dei messaggi emerge anche l’interesse per un carico di marijuana proposta da Alvaro come intermediario. Il piano esecutivo per la cocaina scatta la mattina del 23 febbraio. Alvaro garantisce la massima logistica, promettendo di sfruttare la manodopera specializzata del gruppo per occultare i panetti nell’auto del corriere. All’arrivo dell’emissario – definito in chat «un corriere amico di lusso» – Alvaro dispone l’invio di due “pacchi” da un chilo con marchi differenti, uno denominato “Africa” e l’altro “RCN”: «Un amico mio ne ha mandati 5 nelle tue zone e nessuno si è lamentato», rassicura il venditore dopo aver precisato che «la assaggiata il tuo corriere ha detto che è ok». I due panetti vengono infine stipati a fatica nell’abitacolo.
Le direttive e i 65mila euro in contanti
I riscontri sulla qualità non si fanno attendere, ma l’acquirente sottolinea le dinamiche del mercato di destinazione in Sicilia: «Si fratello xo Africa già c’è l’anno anke qua uguale noi dobbiamo fare la differenza nn uguale cmq ok fratello». Alvaro, dal canto suo, richiama la controparte alla massima prudenza sugli orari per evitare di attirare sguardi indiscreti sui punti di contatto. Il giorno successivo il compratore chiede garanzie per una nuova e più consistente fornitura di merce marchiata “Africa”: «Fratello allora però ora parlo con te x Africa come siamo messi? Fratello casomai x 5/6 Africa ci siamo?». La risposta di Alvaro punta a blindare l’affare: «Calcola che di Africa ce ne quantità assai… dimmi il numero esatto tu e ti faccio trovare tutto pronto figurati».
Nell’affare, secondo la ricostruzione della Dda, risulta determinante la regia di Vincenzo Alvaro, figura al vertice del clan che interviene nelle comunicazioni tramite un nickname criptato. È il figlio Francesco a sollecitare l’acquirente. La gestione dei flussi di denaro passa direttamente dalle intese con il capoclan. Per il saldo dei primi 2 chili di cocaina, i corrieri recapitano ad Alvaro la somma di 65.500 euro (pari a 32.750 euro al chilo). (m.r.)
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