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La visita

Carceri, il Sappe da Reggio: «Situazione esplosiva, indietro di 30 anni»

Denuncia l’accorpamento tra San Pietro e Arghillà e la carenza di oltre cento agenti. Durante: “A livello nazionale servono taser e meno detenuti in cella”

Pubblicato il: 01/09/2026 – 13:11
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA Corridoi sorvegliati da un organico ridotto all’osso, agenti che a fine turno devono spostarsi da un istituto all’altro senza nemmeno una caserma dove poter alloggiare, celle che si preparano ad accogliere nuovi detenuti in un padiglione di prossima apertura: è il quadro che emerge dalla visita che la delegazione del Sappe, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, ha compiuto oggi negli istituti penitenziari di San Pietro e Arghillà. Ad attraversarne i cancelli il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante, il segretario regionale Francesco Ciccone e il segretario provinciale Franco Denisi. Al termine del sopralluogo, davanti alla stampa, il segretario regionale Francesco Ciccone non usa mezzi termini: la gestione delle carceri reggine, dice, è “indietro di almeno 30 anni”.

Un istituto unico, due carceri lontane

Al centro della denuncia sindacale c’è il provvedimento di marzo che ha accorpato gli istituti di San Pietro e Arghillà in un’unica gestione. Una scelta che, secondo il Sappe, non tiene conto della realtà logistica e organizzativa delle due strutture. “C’è un provvedimento di marzo dove è stato accoppiato l’istituto di San Pietro a quello di Arghillà, quindi un istituto unico che dovrebbe avere una gestione unica: è una cosa che non può andare bene”, ha spiegato Ciccone, sottolineando come i due istituti siano di fatto troppo distanti tra loro per essere amministrati come un’unica realtà. Il personale che smonta da un turno in un istituto per raggiungere l’altro, ha aggiunto, incontra difficoltà concrete, aggravate dall’assenza di una caserma dove alloggiare gli agenti.

Carenza di organico e aggressioni “all’ordine del giorno”

Il sindacato denuncia una carenza organica di oltre cento unità di polizia penitenziaria, in una situazione definita “esplosiva”. Mancano un accordo decentrato e una revisione dei circuiti penitenziari, mentre le aggressioni al personale sarebbero ormai frequenti. “Non può essere più tollerata questa questione, bisogna intervenire immediatamente, sedersi a un tavolo e ragionare sull’organizzazione del lavoro di questo istituto”, ha detto Ciccone, chiamando in causa la direzione e il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria affinché coordinino un intervento e rivedano sia i circuiti sia la pianta organica. Il sindacalista ha ricordato che tutte le organizzazioni sindacali, insieme alla stessa amministrazione regionale, avevano già presentato un documento contrario all’accorpamento dei due istituti in una gestione unica, proprio per l’impossibilità di amministrare in modo efficace due strutture così distanti.

Sovraffollamento e nuovo padiglione ad Arghillà

Alle criticità di organico si somma il sovraffollamento delle carceri reggine. Durante ha annunciato l’imminente apertura di un nuovo padiglione ad Arghillà, una delle due nuove strutture realizzate in Calabria insieme a quella di Palmi. Un’apertura che, secondo il sindacato, richiederebbe l’assegnazione di nuovo personale, mentre l’amministrazione starebbe procedendo diversamente. “È chiaro che serve altro personale, invece l’amministrazione, come spesso succede, con il personale che ha si è arrangiata e ha aperto un altro padiglione, e poi vedremo quello che c’è da fare”, ha detto Ciccone, criticando quello che ha definito un “fenomeno di accontentamento”: l’invio di pochi agenti aggiuntivi a fronte di esigenze ben maggiori. “Il Sappe non starà a guardare”, ha avvertito il sindacalista, rivendicando il ruolo del sindacato, definito “il primo in Calabria e in Italia” nel settore. Sono cinque, ha ricordato, i provvedimenti nazionali che hanno interessato altrettanti istituti penitenziari, ma quello di Reggio Calabria presenta le maggiori criticità, trattandosi di due strutture difficilmente gestibili in maniera unificata. “Noi lo abbiamo contrastato, l’amministrazione ha fatto una scelta: adesso deve rispettare le regole e deve fare in modo soprattutto che non ci siano aggressioni verso il personale”, ha concluso Ciccone su questo punto.

Il quadro nazionale secondo Durante: “Un mix esplosivo”

Dalla situazione reggina, il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante allarga lo sguardo al resto del Paese, con numeri che fotografano una crisi strutturale: “La situazione in generale è a dir poco drammatica: abbiamo un grave sovraffollamento, circa 15.000 detenuti in più rispetto ai posti previsti”. A fronte di circa 50.000 posti disponibili, gli istituti italiani ne ospitano oltre 65.000. A pesare sulla gestione quotidiana è anche la carenza di personale: circa 4.000 agenti in meno rispetto all’organico previsto, con il risultato che un solo agente si trova spesso a gestire da 70 a 100 detenuti. “Tutto questo crea un mix esplosivo che rende difficile la gestione degli istituti”, spiega Durante, che parla di circa duemila aggressioni l’anno alla polizia penitenziaria e di rivolte ormai ricorrenti. “Noi dovremmo garantire legalità e sicurezza, ma in queste condizioni diventa quasi impossibile”.

Braccialetti elettronici e meno tossicodipendenti in cella

Per allentare la pressione sugli istituti, il Sappe chiede all’amministrazione di puntare sulla deflazione carceraria, portando sul territorio, con il controllo del braccialetto elettronico, i detenuti “meritevoli” prossimi al fine pena, a partire dai tossicodipendenti. Durante guarda con favore alla recente legge del governo sul tema, pur con una riserva: “Dobbiamo vedere come si riesce a tradurre in pratica, perché spesso si fanno buone leggi ma poi non ci sono le condizioni amministrative per applicarle”. Il sindacato stima che si potrebbero far uscire almeno 10.000 dei circa 20.000 detenuti tossicodipendenti attualmente reclusi. Come modello, Durante cita l‘esperienza di un istituto di Rimini, dove i detenuti tossicodipendenti sottoscrivono un programma che li porta a smettere il metadone, lavorare, studiare e seguire corsi di formazione prima di reinserirsi in comunità esterne: “Tutti quelli che sono passati attraverso questo progetto sono stati recuperati, non sono più entrati in carcere”.

Malati psichiatrici e taser: le altre richieste al Parlamento

Un altro fronte riguarda i detenuti con problemi psichiatrici, che secondo il sindacato andrebbero allontanati dagli istituti ordinari. Durante richiama una sentenza della Corte Costituzionale del 2022 che invita a rivedere la normativa sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari: “Questi soggetti creano problemi di sicurezza all’interno delle carceri, non vengono curati in maniera adeguata, sarebbe opportuno che il Parlamento legiferasse”. Sul fronte della sicurezza del personale, il Sappe torna a chiedere l’uso del taser o di strumenti alternativi per la difesa degli agenti in caso di rivolte, come accaduto di recente in Sicilia. “A mani nude è difficile affrontare 4, 5, 6, 7 detenuti che creano problemi di ordine e di sicurezza”, osserva Durante, citando il caso di un collega finito indagato a Prato dopo aver dovuto usare la pistola in ospedale: “Se avesse avuto il taser tutto ciò non sarebbe avvenuto”.

Istituti divisi per livello di sicurezza e lavoro per i detenuti

Durante chiede al governo “uno sforzo ancora maggiore” nella parte finale della legislatura, riconoscendo che sono già state fatte assunzioni, ma sollecitando una riorganizzazione degli istituti su base regionale, distinti tra massima sicurezza, media sicurezza e custodia attenuata, per distribuire meglio il personale. Il segretario insiste infine sul lavoro come leva di recupero: “Bisogna creare lavoro per i detenuti, tenerli impegnati durante il giorno così creano meno problemi”. Durante cita l’esperienza di alcuni istituti tedeschi visitati anni fa, dove l’80% dei detenuti lavora o segue corsi di formazione, contro una realtà italiana in cui, denuncia, i detenuti “rimangono a oziare tutto il giorno negli istituti a creare problemi”.

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