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«L’APPETITO VIEN STUDIANDO»

A Cassano allo Ionio la rivolta dei quaderni: «Così l’educazione scava un solco contro la ‘ndrangheta e la povertà»

In un territorio segnato dalla dispersione scolastica e dai Neet, Diocesi e Caritas fanno di un palazzo un presidio contro il disagio e il reclutamento mafioso. Ma senza nuovi fondi, l’esperienza ris…

Pubblicato il: 10/09/2026 – 12:08
di Angelo Palmieri
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A Cassano allo Ionio il silenzio ha un peso specifico. È il silenzio dell’omertà, quello che la ‘ndrangheta coltiva come un giardino segreto, nutrendosi di sguardi bassi e parole non dette. Ma c’è un altro silenzio, altrettanto assordante, che precede la criminalità: è quello dei bambini che smettono di fare domande. Quello delle mamme che abbassano la testa davanti alle bollette. Quello dei ragazzi che, a quindici anni, hanno già imparato a non credere più a niente. È in questo cratere, dove la povertà educativa si mangia il futuro prima ancora che arrivi, che la Diocesi di Cassano allo Ionio ha deciso di piantare un presidio di rumore e di vita. Si chiama «L’Appetito vien studiando», un progetto voluto con ostinazione dal vescovo monsignor Francesco Savino, un pastore che ha scelto di sporcare il Vangelo nelle periferie esistenziali, convinto che la fede, se non si fa carne, resta preghiera a metà, e coordinato dalla Caritas diocesana, il cui direttore, padre Giuseppe Cascardi, ha trasformato l’intuizione in una casa vera, con le porte aperte e il fumo della mensa che esce dalle finestre.

Un presidio nel cuore del centro storico

Grazie ai fondi dell’8xmille, un palazzo nel cuore del centro storico, in un quartiere popolare stretto tra le trame pervasive della locale ‘ndrangheta, è diventato un rifugio. Oggi il progetto coinvolge 40 minori tra i 6 e i 14 anni, 35 famiglie e altri 25 ragazzi sono in lista d’attesa. Qui non si trova solo un doposcuola. Si trova qualcuno che li chiama per nome. Qualcuno che li aspetta. Qualcuno che, per la prima volta, dice loro: «Tu conti». Perché la mafia, nelle periferie del Sud, non si limita a imporre la paura: sfrutta la solitudine. Dove le istituzioni faticano ad arrivare, il clan offre appartenenza, uno status, un «reddito» immediato. Per questo, un progetto come questo non è mera assistenza. È la costruzione di un capitale umano che restituisce ai ragazzi la possibilità di immaginare un domani diverso, dimostrando che il futuro non si eredita dai padrini, ma si conquista con il metodo, lo studio, la scoperta dei propri talenti.

Il Centro per le Famiglie

Il pasto, spesso l’unico nutriente della giornata, e lo studio si tengono per mano. Ma la vera rivoluzione sta nell’aver compreso che non si salva un bambino se non si sostiene la sua famiglia. La struttura, infatti, ospita un vero e proprio Centro per le Famiglie, un punto di ascolto psicologico gratuito. In un contesto dove la fragilità economica si intreccia con ferite che vengono da lontano, il supporto clinico ed educativo ai nuclei familiari, oltre 35 seguiti dal 2016, è la chiave di volta. Cura la genitorialità, scioglie i nodi dell’emarginazione, impedisce che la disperazione dei padri diventi la condanna dei figli. Il Centro resta un riferimento fondamentale perché consente di guardare alla situazione del minore non come a un problema isolato, ma all’interno della famiglia e delle relazioni in cui vive. Le difficoltà di un bambino, infatti, spesso coinvolgono l’intero nucleo familiare e, allo stesso tempo, le difficoltà della famiglia possono ricadere sul benessere del minore. Avere un luogo in cui i genitori possano essere ascoltati, orientati e sostenuti permette quindi di intervenire in maniera più completa e, soprattutto, di non lasciare sole le famiglie davanti alle loro difficoltà. «Per contrastare la povertà educativa serve una comunità educante. Perché educare non significa soltanto studiare, fare i compiti o raggiungere buoni risultati a scuola. Educare significa offrire a ogni bambino e a ogni ragazzo opportunità di crescita, di relazione, di scoperta delle proprie capacità, accompagnandolo nella costruzione del proprio futuro. Contrastare la povertà educativa significa allora fare in modo che nessun minore sia privato di queste opportunità a causa del contesto familiare, sociale o territoriale in cui cresce. Ma è una responsabilità che non può essere affidata a un solo soggetto: nessuno educa da solo. È questa oggi la nostra sfida più grande: costruire una vera comunità educante, capace di mettere insieme famiglie, scuola, istituzioni, servizi sociali e sanitari, parrocchie, associazioni e tutte le realtà del territorio. Non semplicemente una rete di soggetti che collaborano quando emerge un problema, ma una comunità che si senta corresponsabile della crescita dei propri bambini e ragazzi. Significa imparare a lavorare insieme, condividere responsabilità, intercettare prima le fragilità e, soprattutto, creare opportunità. Perché contrastare la povertà educativa non vuol dire soltanto intervenire sulle difficoltà, ma costruire le condizioni affinché ogni bambino e ogni ragazzo possa crescere, partecipare, scoprire i propri talenti e avere la possibilità di immaginare il proprio futuro. È su questa alleanza educativa che vogliamo continuare a lavorare, perché prendersi cura dei più piccoli significa, in fondo, prendersi cura del futuro dell’intera comunità», spiega Angela Marino, responsabile del progetto.

Dieci laboratori per costruire un’alternativa

Dieci laboratori, dalla ceramica alla musica, dal teatro alla danza, dall’informatica alla cucina, dal creativo al digitale, dall’ecologico all’emotivo-relazionale, fino a «mani che parlano», giochi di logica e intelligenze multiple, e cineforum, diventano così spazi di meticciato e rinascita. Sono palestre di cittadinanza dove si impara a gestire la rabbia, a riconoscere le emozioni, a guardare l’altro non come un rivale o un affiliato, ma come un compagno di strada.

La battaglia per tenere aperte le porte

Eppure, dietro la bellezza di tutto questo, c’è una verità che pochi raccontano: questo progetto va avanti a fatica. La sostenibilità economica è una battaglia quotidiana, una corsa contro il tempo e contro i bilanci che non tornano mai. Ogni mese è un’impresa tenere aperte quelle porte, pagare le utenze, garantire i pasti, stipendiare gli operatori. Non ci sono rendite di posizione, non ci sono finanziamenti strutturati che diano serenità. C’è solo la tenacia di una comunità ecclesiale che non vuole mollare e la generosità di chi, ogni tanto, sceglie di credere in un sogno che non fa notizia ma cambia la vita.

Il supporto psicologico

All’interno di questo percorso continua anche il supporto psicologico, rivolto sia ai minori sia ai familiari. È un aspetto particolarmente importante perché permette di dare spazio a difficoltà, fragilità e situazioni che non possono essere affrontate soltanto attraverso il sostegno educativo. Il lavoro con i minori e quello con i familiari procedono insieme, perché sostenere un bambino significa spesso anche sostenere gli adulti che si prendono cura di lui. «Lavorare con questi minori significa, prima di tutto, incontrare delle storie. Dietro una difficoltà scolastica, un comportamento o una fatica nelle relazioni, spesso c’è qualcosa che merita di essere ascoltato e compreso. Per questo, nel lavoro con i bambini e i ragazzi, è importante andare oltre ciò che appare e tenere sempre presente anche la famiglia e il contesto in cui crescono. In questo senso, il sostegno psicologico rappresenta una parte essenziale del progetto. Non è qualcosa di separato dal percorso educativo, ma uno spazio in cui fermarsi, ascoltare e cercare di comprendere ciò che sta accadendo. È rivolto ai minori, ma anche ai loro familiari, perché alcune difficoltà possono essere affrontate davvero soltanto coinvolgendo chi vive quotidianamente accanto al bambino o al ragazzo. Anche il fatto che questo supporto sia inserito all’interno di un percorso che le famiglie già conoscono è importante. Non sempre è facile chiedere aiuto o riconoscere di averne bisogno. A volte è proprio la relazione che si costruisce nel tempo a permettere a una famiglia di sentirsi abbastanza accolta e al sicuro da poter esprimere una difficoltà. Il Centro per le Famiglie ha un ruolo molto importante perché permette di incontrare i nuclei non soltanto quando una situazione è già diventata emergenziale, ma anche quando iniziano ad emergere delle fragilità. Avere uno spazio di ascolto e accompagnamento significa poter intervenire prima, sostenendo la famiglia e cercando insieme le risorse necessarie per affrontare ciò che sta vivendo. Credo che sia proprio questa possibilità di esserci nel tempo, con continuità, a fare la differenza: non limitarsi a intervenire sul problema quando emerge, ma costruire intorno al minore e alla sua famiglia uno spazio in cui poter essere ascoltati e accompagnati», racconta Silvia Cirigliano, psicologa del progetto.

«Senza risorse rischiamo di chiudere»

Se questo polo venisse meno, sarebbe una sconfitta per l’intero territorio. E padre Giuseppe Cascardi lo sa bene: «Senza risorse, rischiamo di chiudere. E chiudere qui significa lasciare di nuovo i ragazzi alla strada, alle lusinghe del clan, al silenzio». Ad oggi emerge ancora un bisogno significativo e concreto. L’accompagnamento di 40 minori e 35 famiglie rende evidente quanto sia importante mantenere attivi questi percorsi e poter contare su risorse che ne garantiscano la continuità. Oggi le attività di «L’Appetito vien studiando» proseguono anche grazie a «Pepe Meridiano», un progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e sostenuto anche da Caritas Italiana e UniCredit, oltre che attraverso i fondi dell’8xmille. Queste risorse consentono di dare continuità agli interventi educativi e ai percorsi di accompagnamento rivolti ai minori e alle loro famiglie. Perché in una terra dove le mafie tentano ancora di decidere chi può sognare e chi deve tacere, questo rifugio è la prova che la libertà si costruisce con gesti semplici e ostinati: una mano che accompagna, uno sguardo che incoraggia, un bambino che finalmente si sente visto. Ogni volta che un minore torna a casa col cuore più leggero e la mente più piena, la ‘ndrangheta perde un pezzo del suo potere. L’educazione non fa rumore, ma scava in profondità. E risponde, con dolce fermezza, al silenzio imposto. Qui, nel cuore della Calabria, la speranza ha smesso di essere un’utopia. Ha preso la forma di un pane spezzato, di una lezione di matematica, di un abbraccio psicologico che rimette in piedi una famiglia intera. E di una domanda, ogni giorno, che risuona come un appello: «Chi ci aiuterà a tenere aperta questa porta, domani?». (redazione@corrierecal.it)

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