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Inchiesta Curva Nord, i verbali shock di Gianfranco Ferdico: l’arma dalla Calabria e il ruolo di Nepi

Le rivelazioni del padre dell’ex capo ultrà davanti ai pm: l’offerta da 50mila euro, l’ingaggio di Simoncini, i contatti calabresi e il condizionamento verso il figlio Marco

Pubblicato il: 18/09/2026 – 19:00
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Un quadro dettagliato sulle dinamiche interne alla Curva Nord dell’Inter e sul piano per l’omicidio del leader storico Vittorio Boiocchi emerge dal verbale dell’interrogatorio reso il 7 settembre 2026 da Gianfranco Ferdico. Padre di Marco Ferdico, ormai ex capo ultrà nerazzurro, l’uomo è stato interrogato più volte negli ultimi giorni dai pm della Dda di Milano Giovanni Musarò, Stefano Ammendola e Paolo Storari, oltre che dal pm della Dna Paolo Musarò nell’ambito della collaborazione con gli inquirenti.
Proprio nel processo per l’omicidio di Boiocchi, a carico tra gli altri dei due Ferdico e dell’ormai pentito Andrea Beretta, sono stati depositati alcuni verbali di Gianfranco Ferdico. Come il figlio, anche il padre sta collaborando con i magistrati milanesi. Nei suoi racconti, Ferdico indica anche le responsabilità che attribuisce all’ultrà nerazzurro Mauro Nepi nell’organizzazione dell’omicidio. Nepi è a sua volta imputato nel processo per la morte di Boiocchi e la sua posizione sarà presto riunita in Corte d’Assise.

I vecchi rancori e la sceneggiata della pistola di Nepi

Le tensioni tra i vertici nerazzurri non erano recenti. Gianfranco Ferdico fa risalire l’incrinatura dei rapporti con Andrea Beretta al 2016, quando nacque un contenzioso economico legato alla gestione e al cambio di ragione sociale della pizzeria Flower. Da allora i rapporti si interruppero, fino a quando Mauro Nepi intervenne per chiedere supporto.
Ferdico ricorda un episodio a casa di Nepi: «Siamo a casa di Nepi e vedo che Nepi prende una pistola e se la mette qua […], una pistola piccolina». Segue una scena quasi teatrale, con Nepi che si inginocchia davanti alla figlia prima di andare a dare man forte a Beretta contro Boiocchi nei pressi del bar Tenconi: «Guarda, papà potrebbe non tornare a casa…».
La svolta arriva con il ritorno dagli ambienti ultrà a Roma e il successivo incontro a Omate, dove si comincia a parlare esplicitamente della necessità di “parcheggiare” (ovvero eliminare) Boiocchi e di riorganizzare il controllo della curva e del business del merchandising. Poco dopo, Nepi si presenta con una proposta economica precisa: «Arriva Nepi nel frattempo, fuori da casa mia, con la proposta dei 50.000 euro che Beretta avrebbe messo a disposizione se si trovava qualcuno che potesse…».

L’ingaggio di Simoncini: “Vengo dalla Calabria e lo so fare”

Nella mappa delle alleanze e dei ruoli esecutivi entra in gioco il calabrese Domenico Simoncini. Durante una riunione nel box a cui partecipano Beretta, i Ferdico e probabilmente D’Alessandro, Simoncini viene presentato come la persona idonea a portare a termine l’agguato.
Alla richiesta di chiarimenti da parte dei magistrati su come Simoncini intendesse accreditarsi per un simile incarico, Gianfranco Ferdico risponde: «Perché sono della Calabria, perché vengo dal mestiere […] il concetto è: “Sono qua perché lo so fare, perché lo voglio fare”». Simoncini, che in quel periodo andava e veniva viaggiando tra Torino, Roma e la Calabria, viene persino ospitato in casa dello stesso Ferdico. Quando in casa compaiono i soldi messi a disposizione da Beretta (trasportati da D’Alessandro dopo la consegna da parte di Nepi), Gianfranco Ferdico afferma di aver cercato di allontanare Simoncini mettendolo alla porta, sebbene poi il figlio Marco lo abbia accompagnato a sistemarsi a Omate.

La missione in Calabria, la pistola inutilizzabile e la prova fallita

Il legame con la Calabria diventa centrale anche per il reperimento dell’arma da fuoco. Per procurarsi il ferro necessario all’esecuzione, parte una vera e propria spedizione verso il Sud.
«D’Alessandro e Marco Ferdico partono, vanno in Calabria perché devono recuperare l’arma. Dopo quattro giorni tornano con questa arma e io la vedo questa arma», racconta Ferdico ai PM. Forte della sua passata esperienza lavorativa nella meccanica di precisione e nell’avionica, Ferdico capisce subito la scarsa fattibilità dell’arma: «C’era un silenziatore che sembrava fatto a mano. E gli ho detto: “Dove andate? Vi esplode in mano questa cacata qua… vi esplode in mano. Buttate via, abbandonate l’idea”».
L’arma viene comunque testata in un luogo isolato da Andrea Beretta, D’Alessandro e dal figlio Marco. Al loro rientro, la conferma del fallimento: «Da buttare via, cioè la pistola non sparava bene, si inceppava… comunque non era una cosa valida».

Il sopralluogo sulla via di fuga e il ruolo del padre

Tra le contestazioni più serrate mosse dai magistrati Musarò, Ammendola e Storari c’è la partecipazione diretta di Gianfranco Ferdico al sopralluogo per la via di fuga. L’uomo racconta di essere salito in auto (una Rav4 usata anche per altri controlli) per verificare il percorso individuato dal figlio in zona di campagna: una stradina che terminava nei pressi di un boschetto e un ruscello, dove un furgone avrebbe dovuto caricare la moto usata per l’agguato.
Davanti ai rilievi dei pm, che gli contestano come le sue osservazioni fossero in realtà consigli tecnici per garantire la riuscita dell’omicidio e l’impunità del commando, Ferdico prova a difendersi sostenendo di aver espresso critiche solo per disincentivare il figlio: «Gli ho detto: “Tu sei un pazzo […] Basta che ci sia una coppietta imboscata, uno a passeggio col cane… vi sgamano. Smettila, abbandona questa idea”».

«Ero succube di mio figlio»

Incalzato dalla Dda sul motivo per cui non abbia denunciato o bloccato il piano, Gianfranco Ferdico ammette infine la propria debolezza psicologica e il totale assoggettamento nei confronti del figlio Marco: «Se ero succube di mio figlio? Sì […] Mio figlio ha una personalità che è dieci volte la mia. Non lo scoraggio, non sono mai riuscito a fermarlo e non ho avuto il coraggio, la forza… Sono un padre di merda». Un atteggiamento di protezione protettiva che lo ha portato, come da lui stesso riconosciuto davanti agli inquirenti, a fare da “spalla” e da complice nelle dinamiche criminali della Curva Nord. (fra.vel.)

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