’Ndrangheta, “Rimpiazzo”: assolti David e Farfaglia. Nell’abbreviato assoluzione per Rubino e pene rideterminate – I NOMI
Doppio verdetto nell’appello bis dopo i rinvii della Cassazione. Tutte le decisioni
CATANZARO Due assoluzioni e tre pene rideterminate nell’appello bis del processo “Rimpiazzo”. La Corte d’Appello di Catanzaro, chiamata a pronunciarsi nel giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione, ha assolto Angelo David e Stefano Farfaglia dal reato contestato al capo 1 «per non aver commesso il fatto». Per Farfaglia i giudici hanno disposto anche la revoca della confisca. La sentenza è stata pronunciata oggi, 21 settembre 2026, dalla Corte presieduta da Antonio Battaglia, a seguito del rinvio della Suprema Corte e in riforma della decisione emessa dal Tribunale di Vibo Valentia l’11 aprile 2022.
L’inchiesta “Rimpiazzo”
Il processo nasce dall’omonima operazione antimafia scattata il 9 aprile 2019, al termine delle indagini condotte dalle Squadre mobili di Vibo Valentia e Catanzaro e dal Servizio centrale operativo, sotto il coordinamento della Dda di Catanzaro. L’inchiesta aveva ricostruito assetti, gerarchie e attività del gruppo dei Piscopisani, radicato nella frazione Piscopio di Vibo Valentia, e il progetto di contendere ai Mancuso il controllo degli affari illeciti in una parte del territorio vibonese. L’operazione portò all’esecuzione di 31 misure cautelari e contestò, a vario titolo, reati che andavano dall’associazione mafiosa alle estorsioni, dai danneggiamenti al traffico di droga e alle intestazioni fittizie di beni. Il procedimento ha poi seguito più binari processuali, tra rito ordinario e abbreviato, arrivando fino alla Cassazione e ai successivi giudizi di rinvio.
Le assoluzioni di David e Farfaglia
Per Angelo David, difeso dagli avvocati Muzzupappa e Diddi, è arrivata l’assoluzione dal capo 1 con la formula «per non aver commesso il fatto». Stesso esito per Stefano Farfaglia, assistito dagli avvocati Muzzupappa e Rocco: assoluzione dal medesimo capo e conseguente revoca della confisca precedentemente disposta nei suoi confronti.
Galati, pena rideterminata a 10 anni
Diversa la decisione per Giuseppe Salvatore Galati, difeso dagli avvocati Vincenzo Sorgiovanni e Giuseppe Gervasi. La Corte ha dichiarato il non doversi procedere in relazione al capo 1 limitatamente alla condotta associativa precedente al 21 marzo 2011, perché già oggetto di precedente giudicato nel procedimento denominato Crimine. I giudici hanno invece confermato la sentenza per il segmento di condotta successivo a quella data, riconoscendo le attenuanti generiche in equivalenza rispetto alle aggravanti contestate e rideterminando la pena in 10 anni di reclusione. Per Benito La Bella, difeso dagli avvocati Lo Iacono, Sabatino e Franze, la Corte ha pronunciato l’assoluzione dal capo 1 «per non aver commesso il fatto». Per il residuo reato contestato al capo 47, con il riconoscimento delle attenuanti generiche in equivalenza rispetto alle aggravanti, la pena è stata rideterminata in 13 anni e 4 mesi di reclusione. Michele Rinaldo Emilio Staropoli, assistito dall’avvocato Contestabile, è stato invece assolto dal capo 42, anche in questo caso «per non aver commesso il fatto». Per i residui reati contestati ai capi 11 e 71, unificati dalla continuazione, la Corte ha rideterminato la pena in 6 anni e 10 mesi di reclusione e 1.700 euro di multa. Per Galati, La Bella e Staropoli resta inoltre la condanna al pagamento delle spese del grado di giudizio in favore delle parti civili Regione Calabria, Provincia di Vibo Valentia, Comune di Vibo Valentia e Associazione Antiracket di Vibo Valentia, liquidate in 1.400 euro ciascuna. La Corte ha fissato in 90 giorni il termine per il deposito delle motivazioni.
Il verdetto nel rito abbreviato
Nella stessa giornata la Corte d’Appello di Catanzaro si è pronunciata anche sul troncone celebrato con rito abbreviato del processo “Rimpiazzo”, anche questo tornato davanti ai giudici di merito dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Quattro le posizioni esaminate: Sasha Rosario Andrea Fortuna, Raffaele Moscato, Gaetano Rubino e Giovanni Giardina. Per Fortuna i giudici hanno riconosciuto la continuazione con un precedente giudicato del Tribunale di Modena, determinando una pena aggiuntiva di otto mesi e una pena finale di 18 anni di reclusione. Per Moscato, riconosciuta la continuazione con reati già giudicati in altri due procedimenti, la pena finale è stata fissata in 18 anni e 6 mesi di reclusione. Gaetano Rubino è stato invece assolto dal capo 66C perché «il fatto non sussiste». Dopo l’esclusione di un’aggravante, la pena per i residui capi è stata rideterminata in 4 anni e 6 mesi e 20.333 euro di multa. Stessa pena per Giovanni Giardina, anche per il quale la Corte ha escluso l’aggravante contestata e rideterminato il trattamento sanzionatorio. Per entrambi l’interdizione dai pubblici uffici è stata fissata in cinque anni, con revoca delle ulteriori pene accessorie indicate nel precedente verdetto. (g.curcio@corrierecal.it)
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