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il punto di vista

«A scuola, prima il bambino e poi la cittadinanza»

La proposta di Giorgia Meloni merita una riflessione

Pubblicato il: 21/09/2026 – 18:56
di Chiara Penna
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La proposta annunciata da Giorgia Meloni di introdurre un numero massimo di studenti stranieri nelle classi merita una riflessione che vada oltre i numeri e le percentuali. Perché il modo in cui una misura viene presentata dice molto anche sulla sua finalità politica.
Meloni ha parlato della necessità di evitare che i bambini italiani diventino «minoranza» nella propria classe. Ed è proprio questa impostazione a lasciare perplessi: una questione che dovrebbe riguardare l’organizzazione della scuola e l’integrazione dei minori viene così trasformata in una questione di appartenenza, quasi fosse necessario difendere la scuola italiana dalla presenza di bambini stranieri.
Il limite del 30% degli alunni stranieri, peraltro, non è un’invenzione recente. È già previsto come criterio orientativo dall’ordinamento italiano, proprio con l’obiettivo di evitare concentrazioni eccessive e favorire l’integrazione. Il punto, dunque, non è stabilire se sia opportuno organizzare le classi in modo equilibrato. È capire perché lo si fa e quale criterio si sceglie di utilizzare.
Se il fine è garantire una migliore integrazione, favorire l’apprendimento della lingua italiana, evitare la formazione di classi-ghetto e assicurare a tutti gli alunni un adeguato percorso educativo, allora il ragionamento è comprensibile.
Ma se il punto di partenza è che gli italiani non debbano diventare “minoranza” nelle proprie classi, il rischio è ben diverso: quello di trasformare una questione educativa in uno strumento di propaganda identitaria, nel quale la presenza dello straniero viene rappresentata come qualcosa da contenere per proteggere una presunta cultura italiana.
E qui c’è una contraddizione che vale la pena ricordare.
Molti dei bambini definiti oggi “stranieri” sono nati in Italia, parlano italiano, frequentano le scuole italiane e non conoscono altro Paese se non questo. Sono considerati stranieri perché la legge italiana non attribuisce automaticamente la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri.
Se quei bambini fossero cittadini italiani dalla nascita, una parte consistente del problema oggi raccontato attraverso la categoria degli “stranieri” semplicemente non esisterebbe più sotto il profilo statistico.
Ma soprattutto, questo dimostra quanto sia discutibile utilizzare la cittadinanza come parametro educativo.
Un bambino che non conosce l’italiano ha bisogno di sostegno linguistico, indipendentemente dal passaporto. Un bambino nato in Italia, perfettamente integrato nel sistema scolastico e che parla italiano non presenta necessariamente alcuna delle difficoltà che il limite vorrebbe affrontare, anche se i suoi genitori sono stranieri.
Il criterio, quindi, dovrebbe essere il bisogno educativo del minore, non la sua cittadinanza.
La scuola ha certamente il dovere di garantire a tutti un ambiente nel quale sia possibile imparare e crescere. Può essere necessario evitare concentrazioni troppo elevate di studenti che presentano particolari esigenze linguistiche o educative. Ma questo obiettivo dovrebbe essere perseguito attraverso una distribuzione equilibrata, risorse adeguate, insegnamento dell’italiano come seconda lingua, mediatori culturali e attenzione alle caratteristiche concrete di ciascuna classe.
E soprattutto attraverso un principio che dovrebbe venire prima di qualsiasi percentuale: il superiore interesse del minore.
Perché un limite non può diventare una barriera all’ingresso nella scuola, né può tradursi nell’allontanamento automatico di un bambino dal proprio territorio o dal proprio percorso scolastico soltanto perché è stato superato un determinato numero.
C’è poi un equivoco ancora più profondo: quello secondo cui integrare significhi assimilare.
Un bambino straniero deve certamente imparare l’italiano e conoscere la società nella quale vive. Ma integrazione non significa cancellare la lingua della propria famiglia, la propria storia o la propria cultura.
E la cultura italiana non è un’entità immobile, pura e minacciata dalla presenza di culture diverse. È il risultato di secoli di incontri, trasformazioni e contaminazioni.
Per questo la scuola non dovrebbe avere il compito di difendere una presunta “cultura italiana” dalla diversità.
Dovrebbe avere il compito, molto più difficile e molto più importante, di insegnare a bambini diversi a vivere insieme.
Il problema, allora, non è quanti bambini stranieri possano stare nella stessa classe. Il problema è se lo Stato sia capace di costruire una scuola nella quale nessun bambino venga considerato un problema per il semplice fatto di avere una determinata origine. Perché, quando si parla di scuola, prima della cittadinanza, prima della cultura e prima delle percentuali, dovrebbe esserci una cosa soltanto: il bambino.

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