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violenza di genere

Tentato femminicidio nel Cosentino, Maria Ida porta la sua storia alla Camera: «Vivo con il terrore di essere aggredita»

La farmacista 29enne ferita la notte del 2 giugno: «Oggi ho paura di rimanere sola. La violenza non finisce con le armi, ma scava dentro chi la subisce»

Pubblicato il: 22/09/2026 – 16:50
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«La violenza non finisce quando si fermano le armi: la violenza continua a scavare dentro chi la subisce». Maria Ida Santopaolo, farmacista di 29 anni, vittima di un tentativo di femminicidio la notte 2 giugno, nel suo paese a Terranova di Sibari in provincia di Cosenza, raccontando la sua esperienza in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati dopo la testimonianza di una settimana fa alla Cittadella regionale. Quello che considerava «uno dei miei amici più cari – ha spiegato – mi ha teso un agguato sotto casa, armato di coltelli, dando luogo a una brutale e violenta aggressione» solo perchè «ho esercitato il mio sacrosanto diritto di dire ‘no’ di fronte a un uomo che pretendeva da me una relazione romantica. Oggi le mie ferite fisiche – ha puntualizzato – stanno guarendo, ma la mia vita dopo quell’episodio è radicalmente cambiata. Mi trovo ad affrontare – ha rivelato – un disturbo post-traumatico profondo e logorante. La fortezza della mia indipendenza è crollata: oggi ho paura di rimanere fisicamente da sola, ho il terrore costante che qualcuno possa aggredirmi o farmi del male da un momento all’altro».

«Un allarme che toglie il sonno la notte»

«Anche se la mia mente razionale sa che in certi contesti sono al sicuro, il mio corpo non lo sa. Il mio corpo risponde agli stimoli in modo alterato, percependo un pericolo imminente anche dove non c’è. Vivo in uno stato di allarme perenne. Un allarme che mi toglie il sonno la notte, che mi impedisce di uscire da sola, che mi ha riportata a una paura quasi infantile del buio, e che mi rende immensamente difficile ritrovare anche solo un briciolo di quella serenità che mi è stata strappata via». Per Maria Ida Santopaolo è «fondamentale introdurre e promuovere un’educazione affettiva profonda, che deve partire certamente dalle famiglie, ma che deve trovare uno spazio strutturale e centrale nelle scuole. Dobbiamo parlare ai ragazzi, educarli fin da giovani al valore del rispetto, al riconoscimento del confine e del limite dell’altro, e all’accettazione del rifiuto» ed è proprio questo il suo obiettivo andare nelle scuole per testimoniare la sua esperienza; comincerà dalla Calabria ma si augura che anche altre Regioni la chiamino per portare la sua testimonianza a quanto più ragazzi possibili. (redazione@corrierecal.it)

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