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Vittime di reato, nasce la rete regionale multidisciplinare

Lomonaco: «Chi subisce un reato non può essere lasciato solo a cercare aiuto. Istituzioni e territorio devono parlare la stessa lingua»

Pubblicato il: 22/09/2026 – 16:26
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CATANZARO Una rete capace di mettere in collegamento istituzioni, servizi, professionisti e realtà sociali per evitare che chi subisce un reato, dopo il trauma, debba affrontare anche la solitudine e la difficoltà di trovare una risposta. È questo l’obiettivo della Rete regionale multidisciplinare per la tutela delle vittime di reato, il progetto promosso dal Garante regionale per la tutela delle vittime di reato della Calabria, avvocato Antonio Lomonaco, e sostenuto dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, sia sotto il profilo istituzionale che organizzativo. ’iniziativa dà attuazione alla legge regionale 15 marzo 2023, n. 10, che prevede l’istituzione di una Rete multidisciplinare quale organismo consultivo del Garante. Lo riferisce una nota. L’obiettivo è ambizioso: mettere finalmente in comunicazione competenze, servizi ed esperienze già presenti sul territorio, superando frammentazioni e percorsi spesso difficili da individuare per chi si trova in una situazione di vulnerabilità. «La prima cosa che dobbiamo evitare è che una vittima sia costretta a bussare a dieci porte prima di capire quale sia quella giusta», afferma Lomonaco. «La tutela non può dipendere dalla capacità della singola persona di orientarsi tra uffici, servizi, associazioni e professionisti. Deve essere il sistema a saper riconoscere il bisogno e accompagnare chi chiede aiuto». Al centro del progetto c’è anche la prevenzione. «La realtà ci consegna situazioni sempre più complesse», prosegue il Garante. «Vittima e autore del reato mantengono naturalmente ruoli e responsabilità distinti, che non possono essere confusi. Ma esistono fragilità, isolamento, disagio sociale e marginalità che una comunità responsabile deve essere in grado di intercettare prima che degenerino in violenza, sopraffazione o nuova vittimizzazione». Ed è proprio qui che entra in gioco la Rete. «È nelle maglie della socialità che non possiamo permetterci di lasciare vuoti. Famiglia, scuola, servizi sociali e sanitari, associazioni, professionisti e istituzioni non possono continuare a essere mondi separati. Devono conoscersi e comunicare. Perché quando i nodi della rete non dialogano, sono le persone più fragili a rischiare di cadere nel vuoto». La Rete potrà coinvolgere enti pubblici, Terzo Settore, associazioni, scuole, università e centri di ricerca, ordini professionali, aziende sanitarie, strutture socio-sanitarie, cooperative sociali, fondazioni e altri organismi qualificati. Potranno inoltre essere sviluppate forme di collaborazione con amministrazioni dello Stato, Autorità giudiziarie e Forze dell’Ordine, attraverso protocolli, intese e specifici accordi.

Non una nuova struttura burocratica, dunque, ma una infrastruttura di relazioni. «Non abbiamo bisogno di creare nuovi contenitori», sottolinea Lomonaco. «Abbiamo bisogno di far funzionare meglio ciò che già esiste, mettendo insieme competenze che troppo spesso procedono parallelamente. La Calabria dispone di professionalità, esperienze e servizi di grande valore. La sfida adesso è trasformarli in un sistema riconoscibile e realmente accessibile». Tra le attività previste figurano la mappatura dei servizi presenti sul territorio, la formazione e la sensibilizzazione, il monitoraggio dei fenomeni, la raccolta e l’analisi dei dati, la condivisione delle buone pratiche e la realizzazione di progettualità integrate. Potranno inoltre essere costituiti tavoli tecnici e gruppi di lavoro dedicati a specifiche forme di vittimizzazione. La costituzione della Rete prenderà avvio attraverso un Avviso pubblico per raccogliere le manifestazioni di interesse dei soggetti in possesso dei requisiti previsti. La composizione resterà aperta, così da consentire nel tempo l’ingresso di ulteriori realtà qualificate. «La vera sfida», conclude Lomonaco, «è semplice da dire ma impegnativa da realizzare: nessuna vittima deve sentirsi sola davanti alle istituzioni. Una comunità protegge davvero quando sa riconoscere il bisogno, orientare, accompagnare e intervenire. Una rete funziona quando nessuna delle sue maglie lascia cadere chi è più vulnerabile». (redazione@corrierecal.it)

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