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L’INTERVISTA

Colosimo: «La morte di Denise Cosco una sconfitta dello Stato, ma c’è la mano della ’ndrangheta»

La presidente della Commissione Antimafia al Corriere della Calabria: «Ecco il mio messaggio alle donne di Calabria»

Pubblicato il: 23/09/2026 – 17:44
di Mariateresa Ripolo
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ROMA «Una sconfitta dello Stato», che ha però «la mano della ’ndrangheta». Così la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo definisce la morte di Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, morta tragicamente a 35 anni dopo essersi lanciata dalla finestra. Sul caso è stata aperta un’indagine. Colosimo, nel pomeriggio, ha partecipato alla conferenza stampa nella Sala Stampa della Camera dei Deputati del progetto “Punto e a Capo”, promosso dall’Associazione Jole Santelli. Parlando della morte di Denise, Colosimo ha detto ai microfoni del Corriere della Calabria: «Ho molta difficoltà su questo tema, perché è un tema che ormai sto trattando H24 dal giorno in cui ho saputo che Denise si era buttata, è un tema che, come ho detto, però è una sconfitta dello Stato, senza dubbio, perché non siamo stati capaci di aiutarla a lenire alcune ferite. Ma è una sconfitta dello Stato che ha la mano della ’ndrangheta, e questo deve essere chiaro». Colosimo ha sottolineato che «è un fatto strettamente legato alla ’ndrangheta e a quello che è successo a sua madre Lea Garofalo. Probabilmente Denise non ha saputo reggere un dolore così grande e non ha saputo reggere i sensi di colpa che quel padre continuava a darle». La presidente della Commissione Antimafia ha poi parlato di “Liberi di scegliere”, che da protocollo nato a Reggio Calabria dall’intuizione del giudice Roberto Di Bella è oggi una legge, approvata all’unanimità: «Questo sì che è un motivo di grande speranza per la Calabria e non solo per la Calabria, ma soprattutto per i figli di Calabria, per quei bambini che portano il nome di una ’ndrina, per quei bambini che sono nati in contesti dove non si conosce altro che la ferocia della ’ndrangheta e la possibilità di dire a questi bambini “non sei e non devi essere il tuo cognome, puoi essere chi vuoi”, ma è anche un messaggio potentissimo alle donne di Calabria, perché a loro io voglio dire “non siete costrette ad essere la moglie di uno ’ndranghetista, non siete costrette a crescere figli ’ndranghetisti. Lo Stato vi dà un altro nome, vi dà un’altra possibilità, vi dà la libertà che vale più di tutto e vale soprattutto se accompagnata dalla possibilità del reinserimento lavorativo e di una casa in un posto tranquillo”». (m.ripolo@corrierecal.it)

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