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la crisi del calcio cosentino

Il Cosenza Calcio tra il mito di Carratelli e l’eterno abbraccio (blindato) di Guarascio

La cordata guidata dal nipote dello storico presidente prova a riorganizzarsi, ma supererà la nuova prova dei bilanci blindati? Tra trattative e l’utopia di una seconda squadra, il futuro del calcio…

Pubblicato il: 23/09/2026 – 8:54
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COSENZA C’erano una volta gli anni Ottanta. Un’epoca in cui il calcio sapeva ancora di romanticismo industriale, di consigli d’amministrazione vissuti come comitati di salute pubblica e di cordate locali capaci di raddrizzare i sogni di un’intera provincia. A Cosenza, il nome di Giuseppe Carratelli evoca esattamente questo: il presidente gentiluomo, il trionfo della competenza e della territorialità, la Serie B riconquistata con il sudore della terra e la forza di una comunità. Oggi, a distanza di quindici anni di gestione targata Eugenio Guarascio, quel mito viene rispolverato non per semplice nostalgia, ma come un’arma di disperazione lucida.

L’eterno ritorno dei “corsari” locali

A muovere le file oggi è l’omonimo nipote del compianto storico presidente, l’avvocato Giuseppe Carratelli, affiancato dal commercialista Luca Di Donna. Intorno a loro si sta provando a ricucire il tessuto connettivo di una cordata di imprenditori – dentro cui figurano volti noti come Vincenzo Rota e Alfredo Citrigno, già scottati dai tentativi di scalata degli scorsi mesi o anni.
Il copione, in realtà, sembra lo stesso di un film già visto e miseramente interrotto. Era il 21 giugno quando la trattativa estiva tra Guarascio e Rota implose fragorosamente. A rileggere oggi le parole messe nero su bianco da Carratelli (anche in quel frangente mediatore tra le parti e portavoce di Rota), sembra di sfogliare il bollettino di guerra di un negoziato impossibile: «La proprietà del Cosenza Calcio ha rappresentato debiti che erano la metà di quelli reali… Ha fornito dati contabili contraddittori… Ha cambiato legali in corsa… E, soprattutto, non ha mai accettato di fissare un incontro». Accuse pesanti, macigni amministrativi che inchiodano un modus operandi poco chiaro e impermeabile alle logiche del calcio professionistico moderno.

Il feudo blindato (ma chi lo vuole si faccia avanti)

La domanda che oggi scuote nuovamente i bar, le curve e le redazioni calabresi è semplice quanto brutale: anche se Guarascio aprisse davvero le porte, chi sarebbe davvero disposto ad accollarsi i debiti reali ben celati tra le pieghe dei bilanci? La realtà dei fatti, analizzata con la lente della sagacia politica prima ancora che sportiva, suggerisce che il patron non abbia alcuna intenzione di mollare l’osso. La comunicazione verbale e non verbale del club sembra parlare una lingua chiarissima, quasi provocatoria. L’ultimo comunicato societario, pur contenendo per l’ennesima volta la fatidica frase: “chi vuole il Cosenza si faccia avanti”, è suonato come un avviso ai naviganti – specie a chi accarezzava l’idea suggestiva (ma rischiosa) di fondare una seconda squadra in città – seguito a ruota, qualche giorno dopo, dalla classica foto di rito pubblicata sui social ufficiali: Guarascio che stringe a sé la squadra (foto di copertina). Un abbraccio che più che affetto, sembra possesso. Il manifesto di un feudo blindato.
Il dilemma della seconda squadra: utopia o mossa di scacchi? E allora, che fare? Ipotesi e sussurri parlano nuovamente della nascita di un nuovo club alternativo. Ma farlo a campionati appena iniziati sa tanto di fuga in avanti prematura e figlia della frustrazione. Un’idea da coltivare sottotraccia, questo sì, per non farsi trovare impreparati la prossima estate quando l’ennesima stagione di passione (nel senso di sofferenza) sarà giunta al capolinea. Ma oggi, promuovere l’operazione rischia di essere solo un esercizio di stile per anime belle. A Cosenza la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda invece è bloccata negli uffici di chi non sa mollare, anche se non sa più cosa farsene della gloria. (fra.vel.)

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