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Dalle mafie 4.0 al caso Revolut, la Calabria e la nuova frontiera della cybersicurezza

La vicenda riaccende i riflettori sulle falle del sistema italiano, che “arranca” di fronte alle minacce online. L’allarme anche in una recente relazione della Commissione antimafia

Pubblicato il: 25/09/2026 – 7:00
di Marco Russo
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REGGIO CALABRIA Il campo di battaglia contro la criminalità in Calabria sta, lentamente, cambiando: non solo tra le piazze, i vicoli, le strade dei paesi calabresi teatro di agguati e delitti, ma anche nei server online, nel dark web, nel mondo virtuale che ben si presta all’anonimato e agli affari illeciti. Come dimostra il clamore suscitato dal caso Revolut: una Pec istituzionale della Prefettura di Reggio Calabria, utilizzata da hacker esperti, si è trasformata in una vicenda d’impatto internazionale che rilancia l’allarme sulla cybersicurezza. Lo “squarcio” aperto in Calabria dal gruppo “IamNotAVillain” ha reso vulnerabili, a loro dire, circa 147 gigabyte di dati relativi alla pubblica amministrazione italiana.

L’allarme sulla cybersicurezza

Sul caso indaga la Procura di Reggio Calabria, ma anche la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo ha puntato i propri riflettori sulla vicenda. «Preoccupano e non poco le nuove minacce che arrivano dal web e la “vulnerabilità” del sistema italiano: L’allarme era arrivato, in tempi non sospetti, dal procuratore Nicola Gratteri: «Servono informatici e hacker per battere la ‘ndrangheta» aveva avvisato già diversi anni fa. Le mafie, soprattutto la criminalità organizzata calabrese, hanno da tempo capito le potenzialità del web per i propri traffici illegali. D’altronde per spostare una grande quantità di soldi, per eludere intercettazioni, per coltivare i propri affari oltreoceano sfruttano gli strumenti di oggi, dalle criptovalute ai criptofonini.

La relazione della Commissione antimafia

A fotografare questa evoluzione è la relazione “La rete invisibile della mafia: dalle criptovalute alle comunicazioni cifrate”, approvata il 15 luglio scorso dalla Commissione parlamentare antimafia. Nel documento viene descritta una mafia «silente e invisibile», ibrida e globale, che affianca ai propri mercati tradizionali quelli digitali. Per farlo camorra, mafia e ‘ndrangheta reclutano nel dark web veri e propri “esperti” come hacker, broker di criptovalute, specialisti di sicurezza informatica. Secondo la relazione, sono almeno 154 miliardi di dollari in criptovalute ricevuti nel 2025 da indirizzi legati ad attività illecite. Anche il riscatto chiesto a Revolut dagli hacker, 3 milioni di dollari o in alternativa 6 mila “Moneto” fa parte di questo mondo: “Monero” è tra le cosiddette “privacy coin” citate anche dalla Relazione antimafia tra le criptovalute utilizzate dalle organizzazioni criminali, dal momento che «permette di effettuare transazioni anonime nascondendo gli indirizzi di invio e di ricezione e gli importi delle transazioni utilizzando diverse tecniche e tecnologie».

«Le mafie sono cambiate, lo Stato deve cambiare con loro»

A ricordarlo, da Reggio, è anche Giovanni Bombardieri, ex procuratore della Dda reggina e oggi a Torino, che ad aprile 2025 spiegava come le organizzazioni criminali usino l’intelligenza artificiale nel cybercrime, nel riciclaggio e persino per pianificare le rotte del narcotraffico, e aggiungeva: «L’importante è governare l’intelligenza artificiale». Il problema è che lo Stato rincorre: la Commissione segnala un codice di procedura penale ancora fermo, in larga parte, a scelte del 2008. Ed è da qui che parte la sua conclusione: «Le mafie sono cambiate, e lo Stato deve cambiare con loro». Il caso Revolut non porta la firma dei clan. Ma dice con chiarezza quanto sia esposto il terreno su cui si gioca la partita. (m.russo@corrierecal.it)

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