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poteva finire in tragedia

Quando la rabbia cerca un pubblico

Quando un ragazzo apre lo zaino e tira fuori un’arma, di solito è già troppo tardi. Bisogna accorgersene prima: in classe, a tavola, e anche guardando con più attenzione dentro i loro schermi

Pubblicato il: 25/09/2026 – 10:53
di Angelo Palmieri
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LAMEZIA TERME Martedì scorso, in una scuola di Lamezia Terme, la mattinata era cominciata come tante altre. Poteva finire in tragedia. Non è andata così perché alcuni ragazzini hanno deciso di non stare zitti. Secondo le prime ricostruzioni, un loro compagno di quattordici anni aveva portato un coltello a scuola e l’aveva nascosto nei bagni. Voleva usarlo contro la sua professoressa di italiano. I compagni hanno capito che qualcosa non andava e ne hanno parlato con un adulto. Poi tutto è successo in fretta: l’allarme, i carabinieri, il coltello ritrovato. Nessuno si è fatto male.
Maria Angela Bilotti, preside dell’Istituto comprensivo Nicotera-Costabile, ha ringraziato chi è intervenuto. Poi ha detto una frase che fa pensare, perché non dimentica nessuno: «È un ragazzo che va aiutato pure lui».

Adesso tutti cercano un perché. Si parla di una bocciatura dell’anno scorso, di un rancore covato per mesi. Verrebbe da fermarsi qui, da pensare a un momento di rabbia, a una testa calda. Ma alcuni dettagli non tornano. Il ragazzo avrebbe raccontato il suo piano in un gruppo su Telegram. I carabinieri gli hanno sequestrato il telefono e i vestiti che indossava nelle foto pubblicate sui social. Chi indaga vuole capire se in quella chat qualcuno lo abbia incoraggiato. È come se il gesto, prima ancora di essere compiuto, avesse bisogno di essere mostrato. Ed è qui che Lamezia smette di essere un caso isolato. Negli ultimi mesi le cronache ne hanno raccontati altri, e si somigliano troppo per essere coincidenze. A marzo, nel Bergamasco, un ragazzino di tredici anni ha ferito con un coltello la sua insegnante di francese, trasmettendo l’aggressione in diretta. A maggio, in Sicilia, un bambino di dodici anni si è scagliato contro il suo professore. Pochi giorni fa, a Roma, un altro tredicenne ha aggredito una docente e anche lui ha filmato la scena. Stessa età, stessi bersagli, stesso bisogno di essere visti. L’emulazione è evidente: ognuno guarda chi è venuto prima e prova a rifarlo. Il ricercatore Francesco Marone, che ha studiato proprio i casi italiani, li descrive come anelli di una stessa catena.

Gli esperti hanno dato un nome a questo fenomeno: estremismo violento nichilista. Gabriele Gatto ne ha scritto sulla rivista online Mediterranean Insecurity, nel saggio Nihilistic Violent Extremism: l’estremismo post ideologico e la radicalizzazione dei giovanissimi. La differenza con il passato, spiega, è profonda. Chi un tempo usava la violenza lo faceva in nome di qualcosa, giusto o sbagliato che fosse: una bandiera, una fede, un’idea politica. Qui quel qualcosa non c’è più. Per Gatto la distruzione diventa lo scopo in sé, e non siamo davanti a una nuova forma di terrorismo ma a «una sua mutazione genetica». In certi angoli della rete contano solo il clamore e i like: più il gesto è crudele, più chi lo compie diventa famoso tra i suoi simili.

Sia chiaro: del ragazzo di Lamezia sappiamo ancora pochissimo, e sarebbe ingiusto cucirgli addosso un’etichetta così pesante. Ma fare finta di niente sarebbe peggio. La rabbia degli adolescenti non l’ha inventata internet. È cambiato il percorso che questa rabbia può fare. Prima diventa immagine: foto, video, pose, vestiti scelti con cura, quasi un costume di scena. Poi diventa pubblica, perché cerca qualcuno che guardi e applauda. Alla fine, dentro certe chat, si radicalizza: il malessere di un ragazzo si trasforma nel piano per fare del male a qualcuno. Gatto parla di una violenza «estetizzata e performativa», fatta più per essere vista che per ottenere qualcosa. Una volta un ragazzo arrabbiato si chiudeva in camera sbattendo la porta. Oggi, in quella camera, ha in mano un telefono. E lì può incontrare chi gli fa credere che il suo dolore meriti un palcoscenico. L’autore del saggio parla anche di un «crollo del legame sociale»: ragazzi sempre più soli, che vanno a cercare altrove, spesso nel posto sbagliato, qualcuno che li ascolti.

Per questo il messaggio più importante di Lamezia sta nei compagni di classe. Hanno capito che parlare non voleva dire fare la spia. Voleva dire proteggere qualcuno, forse anche lo stesso amico. La preside ha raccontato che la scuola lavora da anni contro l’omertà e il bullismo. Quella mattina quell’impegno ha fatto la differenza. Perché quando un ragazzo apre lo zaino e tira fuori un’arma, di solito è già troppo tardi. Bisogna accorgersene prima: in classe, a tavola, e anche guardando con più attenzione quello che succede dentro i loro schermi. Non si può lasciare tutto a polizia e tribunali. Questi ragazzi hanno bisogno di adulti presenti e di luoghi veri, dove sentirsi parte di qualcosa. Se non li trovano nella vita di tutti i giorni, rischiano di andarli a cercare in rete, nel posto sbagliato. «Bisogna parlarne», ha detto la preside Bilotti. Ha ragione. Parliamone senza gridare al mostro e senza voltarci dall’altra parte. In questa storia c’è un’insegnante che ha rischiato molto. Ma c’è anche un ragazzo di quattordici anni che, come ha ricordato lei stessa, «non va lasciato a se stesso». (redazione@corrierecal.it)

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