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Dentro L’Aspromonte

Alvaro, il ritorno a casa. Le lettere di Maria Saccà e lo sguardo di Criaco

Nell’ultima serata di Parole Erranti, un dialogo sulla vita e sulla scrittura di una delle voci più importanti del Novecento meridionale

Pubblicato il: 28/09/2026 – 15:12
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È la terza e ultima serata di «Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria». Dopo Saverio Strati e Leonida Répaci, il ciclo promosso dal Gruppo Corriere della Calabria si chiude con Corrado Alvaro.
A guidare il confronto è Paola Militano, direttore del Corriere della Calabria: «Siamo giunti alla terza e ultima serata di “Parole erranti”, Voci e visioni dalla Calabria. Il mio ringraziamento va ai custodi della memoria di Saverio Strati e Leonida Répaci, protagonisti delle prime due serate che hanno dialogato con i colleghi Attilio Sabato e Arcangelo Badolati. E naturalmente un grazie particolare a Maria Saccà e Gioacchino Criaco, eredi intellettuali di Alvaro e protagonisti di questa serata. Anche come Gruppo Corriere della Calabria abbiamo sentito il dovere di raccogliere e custodire una memoria che non può essere consegnata all’oblio. Perché ricordare questi grandi autori significa anche riaffermare il valore della cultura e il senso di appartenenza a una terra che, attraverso grandi calabresi, ha saputo parlare al Paese e oltre i suoi confini».
Per Alvaro, il confronto prende due direttrici, diverse ma convergenti: quella della memoria familiare, con le lettere del padre Antonio a Corrado, e quella della scrittura contemporanea che dall’Aspromonte ha tratto a sua volta una geografia umana e letteraria. «Due sguardi lontani quasi un secolo, ma rivolti alla stessa montagna e, forse, alla medesima domanda: “Cosa vuol dire raccontare una terra senza consegnarla né al mito né allo stereotipo?”». «Per Corrado Alvaro l’Aspromonte è una presenza viva, una figura che attraversa la sua opera e ne determina lo sguardo sul mondo». È da qui che parte il ragionamento di Gioacchino Criaco, sollecitato dalla domanda del direttore del Corriere della Calabria, nel confronto dedicato a Corrado Alvaro a settant’anni dalla morte.
«Il primo fraintendimento su Alvaro è questo», osserva Criaco. Perché l’immagine dello scrittore calabrese legata esclusivamente al realismo, alla rappresentazione della miseria e delle contraddizioni meridionali rischia di lasciare fuori una parte essenziale della sua scrittura. «Ultimamente ne stiamo parlando spesso da un punto di vista che in Calabria non era mai stato trattato», spiega, quello della metafisica. Una dimensione nella quale l’Aspromonte diventa «il meta-reale per eccellenza», una creatura antichissima che continua a proiettarsi nel futuro. È una montagna-madre, la «Madre Terra» della tradizione grecanica, capace di essere vita e sepolcro, promessa e minaccia.

Il direttore del Corriere porta così il discorso su un terreno che riguarda non soltanto Alvaro, ma anche la letteratura contemporanea. Che cosa resta oggi di Alvaro, a 70 anni dalla sua morte, nella scrittura di Gioacchino Criaco? La risposta non lascia spazio a dubbi: «C’è tantissimo di Alvaro, ma c’è tutto quello che ha preceduto Alvaro». Prima di lui c’è una storia letteraria e culturale che attraversa l’Aspromonte, la Calabria, il Mediterraneo e quel «pezzo d’Oriente che sta infisso nel cuore dell’Occidente». Una storia che affonda le proprie radici anche nella tradizione orale e che Criaco fa risalire, per la letteratura scritta, alla Chanson d’Aspremont, all’epica dei paladini dell’Aspromonte. «La grandezza di Alvaro è di non operare cesure in questa storia», dice. È l’anello di congiunzione di una tradizione nella quale rientrano anche Saverio Strati e gli altri scrittori che hanno raccontato questa terra. «Se prescindi da Alvaro, che è l’anello di congiunzione, tu stai nel buio». Sollecitato da Paola Militano su che cosa avrebbe voluto chiedere a Strati, Criaco arriva a una domanda che riguarda il senso stesso della scelta letteraria: «Avresti rinunciato di nuovo a tutto per fare quello che hai fatto?». Per Criaco, la letteratura ha chiesto a Strati un prezzo molto alto. «Dal mio punto di vista, da quello di lettore, direi certamente sì. Però dal suo non so quale sarebbe la risposta». La stessa domanda Criaco la pone idealmente ad Alvaro. Lo immagina tornare a San Luca, davanti agli anziani del paese, in una sorta di areopago. Lui racconta i premi, i libri, Berlino, Pirandello. Loro lo spiazzano: «Vabbè, ma chi è Pirandello?». Finché arriva la domanda che conta: «Corrado, raccontaci della Mangano?». Per Criaco, è la figura di Silvana Mangano a restituire Alvaro al suo paese, un’immagine nella quale l’Aspromonte entra nell’immaginario del cinema italiano. Anche il cinema, del resto, è un capitolo ancora da riscoprire del percorso di Alvaro. «Riso amaro sgorga dalla sua anima aspromontana», dice Criaco. E allora la domanda resta sospesa, la stessa pensata per Strati: «Avresti rifatto tutto o forse avresti preferito stare in pace con il paese?».

È una domanda che ritorna anche quando il direttore del Corriere sposta il discorso sul rapporto tra Antonio e Corrado Alvaro, così come emerge dalle lettere. Antonio è un maestro di scuola, un uomo lontano dai circuiti letterari, eppure diventa il primo critico del figlio. Legge, osserva, comprende. Quando arrivano i capitoli di Gente in Aspromonte, ne intuisce immediatamente la forza. «Il padre è il primo critico dell’opera di Alvaro», dice Criaco. È lui a capire che quel libro «farà rumore». E questa intuizione apre una questione più ampia: «Com’è possibile che un maestro di San Luca, in un’epoca nella quale i circuiti editoriali erano lontanissimi, riesca a intuire la portata di un’opera destinata a imporsi nella letteratura italiana?». Per Criaco la risposta è nel patrimonio culturale di cui Alvaro è espressione. «Alvaro non nasce dal nulla». E non nascono dal nulla neppure gli scrittori aspromontani. «Dietro c’è un tessuto culturale, una capacità di osservare e interpretare il mondo che appartiene alla comunità prima ancora che ai singoli autori». È anche il nodo irrisolto del rapporto tra la Calabria e i suoi figli migliori. «La terra vuole che i figli partano, che si affermino altrove, ma nello stesso tempo ne attende il ritorno. Un desiderio che spesso rimane senza risposta». E Alvaro, secondo Criaco, vive questa contraddizione in modo particolarmente intenso: «È amato, ma anche contestato perché racconta le ferite della propria terra».

Da qui nasce una delle definizioni più suggestive di Criaco: Alvaro come un «inganno», perché sfugge a ogni lettura definitiva. «Tutti noi conosciamo un pezzetto di quello che ha fatto e tutti siamo convinti di conoscere Alvaro. Poi c’è una dimensione che si allarga sempre più». Ogni nuova lettura aggiunge un tassello e insieme apre un’altra domanda. È forse questa la ragione per cui, secondo Criaco, Alvaro continua a chiedere di essere letto. Anche nelle pagine meno frequentate, anche tornando a opere come La lunga notte, dove oggi emergono interrogativi sul mondo femminile che appaiono sorprendentemente attuali.
Poi il direttore del Corriere della Calabria porta Criaco sul terreno più difficile: come raccontare la ’ndrangheta senza renderla involontariamente affascinante? È la questione che attraversa Anime nere e Dove canta il cuculo, ma anche, con forme e tempi diversi, le pagine di Alvaro e Strati. Dopo Anime nere, Criaco sceglie per anni di prendere le distanze da quel mondo: «Volevo dare un pugno, in realtà ho dato una carezza». Ma da quella inquietudine nasce anche Dove canta il cuculo. Il titolo viene da un animale apparentemente innocuo ma dalla natura spietata: depone l’uovo nel nido altrui e, appena nato, il piccolo elimina gli altri. È l’immagine che Criaco usa per raccontare Salvo Pizzi e Gino Morano, «due cuculi» capaci di distruggere ciò che li circonda. E ancora una volta, nel ragionamento di Criaco, torna Alvaro. Perché, rileggendo la Medea, Criaco riconosce nello scrittore di San Luca una capacità di anticipare temi che oggi sono tornati al centro della discussione. «Alvaro le spiegava nella Medea», dice, riferendosi alle ragioni profonde delle tragedie femminili e alla complessità di uno sguardo che non si limita a giudicare, ma prova a comprendere.
L’ultima domanda del direttore del Corriere della Calabria torna infine al punto da cui tutto era partito: oggi quali sono le domande sulla Calabria che uno scrittore non può ignorare? La risposta di Criaco riguarda il tempo. «Noi veramente siamo un popolo d’avvento». Un popolo che aspetta che qualcosa accada, senza sapere esattamente che cosa e quando. Una condizione che Criaco lega persino alla lingua calabrese, alla difficoltà di declinare il futuro, e alla definizione di Nick Spatari: «il futuro arcaico». «A questa domanda purtroppo non ha risposto né Alvaro né Strati né Répaci», conclude Criaco. Resta così, sospesa, la domanda di fondo di Criaco: «Che cosa stiamo aspettando?».

«La casa, il padre, le lettere di Corrado»

È il Natale del 1933 e Corrado Alvaro è lontano. Ma a casa, in Calabria, il padre Antonio gli tiene comunque apparecchiato il posto a tavola, con accanto una fotografia del figlio. È da questa scena familiare che prende avvio il dialogo tra Paola Militano e Maria Saccà, pronipote di Corrado Alvaro e curatrice della raccolta e della pubblicazione delle lettere. «È un’immagine che colpisce perché racconta un’assenza come se fosse una presenza», racconta Saccà. «Corrado continua a essere parte della famiglia anche quando fisicamente non c’è». Nelle lettere di Antonio Alvaro, la distanza viene colmata anche con quello che un padre può mandare al figlio: parole, notizie, fotografie. E poi formaggio, fichi, olive, agrumi, pagnotte che dalla Calabria viaggiano verso Corrado. «Credo che dentro quei pacchi ci sia molto più del cibo», spiega Maria Saccà. «Ci sono la casa, la terra, la famiglia. È come se il padre mandasse a Corrado un pezzo della sua terra». È il modo concreto, quasi fisico, con cui Antonio tiene aperto il legame con il figlio lontano. E forse, dietro ogni invio, c’è anche una richiesta silenziosa: «Torna a casa». La riflessione del direttore si sposta poi sul rapporto tra il padre e la vocazione letteraria del figlio. Nelle lettere Antonio riconosce in Corrado «il dono» della poesia. Comprende che il figlio ha imboccato una strada diversa, ma invece di contrastarla impara ad accompagnarlo, seguendone da vicino ogni passo. Corrado diventa così, lettera dopo lettera, lo scrittore che cresce, pubblica, viene letto e discusso. E Antonio ne segue il percorso, si interessa ai suoi libri, raccoglie gli articoli che parlano di lui, li conserva e li mostra agli amici. Ma dietro l’orgoglio resta sempre la preoccupazione. Lo si comprende bene nella lettera del 24 dicembre 1925, scritta dopo l’aggressione fascista. Antonio gli scrive: «Hai fatto vedere che sei calabrese», riconoscendogli «cuore e fegato». Parole nelle quali convivono l’apprensione di un padre e la fierezza per il figlio. «Ci sono entrambe le dimensioni», sottolinea Saccà. «La preoccupazione di un padre e l’orgoglio per quello che il figlio ha dimostrato di essere». Quel «hai fatto vedere che sei calabrese» ha un peso particolare perché Antonio lega il comportamento del figlio a un’idea di coraggio e di carattere. Nel 1930 arriva un’altra lettera destinata a raccontare un passaggio fondamentale. Antonio legge su Pegaso i capitoli di Gente in Aspromonte e scrive al figlio: «Meraviglioso! Farà chiasso».
Questa volta, osserva Maria Saccà, Antonio sembra guardare Corrado come lettore. «Non è soltanto l’affetto di un genitore», spiega. «C’è un giudizio sulla sua scrittura. Antonio continua a preoccuparsi del figlio, ma nello stesso tempo ne riconosce il valore letterario. Il “Meraviglioso!” è l’emozione immediata di chi ha appena letto qualcosa che lo ha colpito. Poi arriva il giudizio: “Superiore agli altri tuoi libri”». Nelle domande di Paola Militano emerge anche la figura della madre, consegnata alle lettere attraverso un’immagine di singolare intensità affettiva. Di fronte al ritratto del figlio, lo bacia «manco fosse una Madonna», un gesto che trascende la semplice tenerezza materna. «In quel bacio si condensa un orgoglio familiare insieme intimo e popolare, la fierezza per un figlio ormai lontano, diventato scrittore, ma che continua a essere, prima di tutto, il figlio da amare». È una delle immagini più nitide attraverso cui Maria Saccà, pronipote di Corrado Alvaro, restituisce oggi la dimensione umana e domestica che attraversa la corrispondenza. E alla domanda finale del direttore del Corriere – quanto di quell’orgoglio familiare sia ancora vivo oggi – la risposta sembra essere proprio nelle lettere, nel gesto di conservarle e di consegnarle a nuovi lettori. Perché attraverso quelle pagine Corrado Alvaro torna a casa ancora una volta. (redazione@corrierecal.it)

Un fuori programma durante l’intervista di Anton Giulio Grande a Criaco

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