Agricoltori in rivolta, il volto simbolo della protesta condannato a 4 anni nel processo “Maestrale”
Zangari, tra i volti della protesta di Pizzo e rilanciato sui canali di Futuro Nazionale di Vannacci, è accusato di associazione finalizzata alla ricettazione e al riciclaggio di macchine operatrici…
VIBO VALENTIA Le lacrime davanti al cordone della Polizia, la voce spezzata, l’appello alle istituzioni. «Non ce la facciamo più», ha gridato Antonio Zangari questa mattina allo svincolo di Pizzo, nel Vibonese, durante uno dei momenti di maggiore tensione della protesta degli agricoltori calabresi. Intorno a lui centinaia di manifestanti arrivati dai diversi presìdi della regione, davanti gli agenti schierati per impedire l’accesso all’autostrada A2. Alcuni hanno provato a superare lo sbarramento, prima che la mediazione con le forze dell’ordine evitasse l’escalation. Quelle immagini hanno fatto rapidamente il giro delle testate e dei social. Zangari, imprenditore del Reggino, è uno dei promotori della mobilitazione che in questi giorni sta attraversando la Calabria contro il caro carburante, l’aumento dei costi di produzione e le difficoltà del comparto agricolo. Quello di Antonio Zangari, però, non è un nome nuovo ma è ben noto alle cronache vibonesi. Ma andiamo con ordine, facendo un passo indietro di qualche mese. Lo scorso 1 luglio 2026, infatti, il suo nome è riecheggiato nell’aula del Tribunale di Vibo Valentia. I giudici, insieme ad altre 49 persone, lo hanno condannato, in primo grado, a quattro anni di reclusione e 1.500 euro di multa nell’ambito del maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium, nato dalle grandi inchieste coordinate dalla Dda di Catanzaro sulle attività criminali nel Vibonese.
Il traffico delle macchine operatrici
Secondo la ricostruzione investigativa, esisteva una rete capace di reperire macchine da lavoro, movimentarle e, in alcuni casi, intervenire sui mezzi prima della loro successiva immissione sul mercato. Nell’ordinanza cautelare il sistema viene descritto come un canale illecito di approvvigionamento di macchine operatrici e ricambi. La contestazione successivamente diventata il capo 242 della sentenza riguardava Zangari insieme ad altri imputati e aveva per oggetto alcune macchine operatrici che, secondo l’accusa, avrebbero dovuto essere trasportate verosimilmente all’estero. Nelle conversazioni intercettate riportate nell’ordinanza gli investigatori avevano valorizzato anche il momento nel quale alcuni interlocutori si sarebbero accorti di essere seguiti dalle forze dell’ordine e altri riferimenti a strumenti destinati alla contraffazione delle macchine. Ed è su questo episodio che, al termine del processo di primo grado, il Tribunale ha ritenuto Zangari responsabile di ricettazione.
La condanna a quattro anni
I giudici lo hanno dichiarato responsabile dei reati contestati ai capi 232 e 242, riconoscendo la continuazione e determinando la pena complessiva in quattro anni. Per il capo 232 il Tribunale ha escluso sia l’aggravante della transnazionalità sia quella dell’agevolazione mafiosa prevista dall’articolo 416-bis.1; per il capo 242 è stata esclusa l’aggravante della transnazionalità. La condanna riguarda, invece, un’associazione per delinquere semplice, prevista dall’articolo 416 del codice penale, che secondo l’impianto accusatorio era stata costituita allo scopo di commettere una serie indeterminata di reati di ricettazione e riciclaggio di mezzi da lavoro. Un circuito che gli investigatori avevano ricostruito intorno all’approvvigionamento, alla movimentazione, alla contraffazione e alla successiva commercializzazione di macchine operatrici. Il secondo capo per il quale è arrivata la condanna riguarda invece un episodio di ricettazione di macchine operatrici.
Quando il Gip non lo arrestò
La vicenda giudiziaria presenta però un altro elemento significativo. Quando nel 2023 venne eseguita l’ordinanza dell’operazione Olimpo, Zangari era indagato ma non era stato raggiunto da misura cautelare. Il Gip, infatti, aveva assunto una posizione diversa rispetto a quella alla quale sarebbe arrivato successivamente il Tribunale all’esito del dibattimento. Sul reato associativo il giudice per le indagini preliminari scriveva che, nei confronti di Zangari e di Giuseppe Ripepi, non esistevano allora elementi sufficienti per ritenere provato, al livello richiesto per una misura cautelare, il loro coinvolgimento nell’associazione. L’ordinanza riconosceva una certa «valenza indiziaria» rispetto alla vicinanza al sodalizio, ma rilevava l’impossibilità di delineare concretamente il contributo materiale o morale attribuito ai due indagati. Per questo il Gip aveva escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza necessari in quella fase. Tre anni dopo, al termine del processo, il quadro è cambiato: il Tribunale di Vibo Valentia ha ritenuto Zangari responsabile proprio dell’associazione per delinquere, escludendo però l’aggravante mafiosa. Una decisione di primo grado, dunque non definitiva e suscettibile di essere modificata nei successivi gradi di giudizio. Zangari, inoltre, è stato assolto perché il fatto non sussiste dal capo 235, relativo a un ulteriore episodio di ricettazione e riguardava macchine operatrici che, secondo l’accusa, provenivano da delitto ed erano state acquistate per una somma non inferiore a 5mila euro. Gli elementi investigativi si fondavano su conversazioni relative alle modalità e ai tempi per la consegna e il ritiro delle macchine a Parma e alla compilazione di una fattura. Su quel fatto il Tribunale ha pronunciato assoluzione piena.
Il volto della protesta a Pizzo
Lo sfogo di Zangari era stato rilanciato Futuro Nazionale dell’ex generale Vannacci. In un reel diffuso dal partito calabrese, le sue parole erano state presentate come «il grido di disperazione di un agricoltore calabrese», contribuendo ad amplificarne ulteriormente l’esposizione pubblica. A Pizzo, Zangari è stato uno dei protagonisti della giornata di mobilitazione. Prima il tentativo dei manifestanti di avvicinarsi all’ingresso dell’A2, poi il confronto con le forze dell’ordine e infine le lacrime sull’asfalto. Dietro quel volto diventato simbolo della protesta c’è però anche una vicenda giudiziaria recente e una condanna, sebbene non definitiva. (g.curcio@corrierecal.it)
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