‘Ndrangheta a Melicucco, 12 arresti: c’è anche l’assessore ai Lavori pubblici
Per la Dda la cosca controllava il paese tra estorsioni e forniture imposte. Allarme di Borrelli sulla riforma del giudice collegiale
REGGIO CALABRIA Anche un assessore comunale tra gli arrestati. Gabriele Bruzzese, assessore ai Lavori pubblici del Comune di Melicucco, è finito ai domiciliari con l’ipotesi di concorso in estorsione, fa parte della giunta guidata dal sindaco Francesco Nicolaci ed è uno dei dodici destinatari delle misure cautelari eseguite stamattina dai carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro contro la cosca di ‘ndrangheta del paese. Sulla sua posizione si è soffermato in conferenza stampa il procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli, collegandolo a una presunta richiesta estorsiva avanzata in concorso con un esponente del clan Costa. Al centro dell’episodio ci sono i lavori di rifacimento del manto stradale di una strada provinciale, in vista del passaggio del Giro d’Italia. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo del clan avrebbe preteso di allungare l’intervento anche a un tratto che non rientrava nel progetto appaltato, fino ad arrivare nei pressi di casa sua. E per ottenerlo, sempre secondo gli investigatori, avrebbe potuto contare proprio sull’appoggio di Bruzzese. È una delle estorsioni ricostruite dall’inchiesta della Dda di Reggio Calabria. Un’altra ha «caratteri di una certa drammaticità», come la definisce Borrelli: il titolare di due supermercati viene «prelevato e portato al cospetto» dei capi della cosca, per sentirsi imporre che la carne deve arrivare da una ditta riconducibile al capo del clan. Siamo in un paese preaspromontano dove, secondo gli inquirenti, nulla si muoveva senza il permesso della famiglia Costa.
Non solo soldi
Le estorsioni, spiega Borrelli, non si risolvevano «nella richiesta di somme di denaro», ma anche «nell’imposizione di forniture o di commesse». Ai lavori di ristrutturazione della “Villetta della Madonnina“, nel comune di Feroleto della Chiesa, sarebbe stata imposta la fornitura di sabbia o pietrisco estratti da una cava gestita da un imprenditore, poi arrestato perché ritenuto parte della cosca. All’impresa che aveva vinto l’appalto per rifare il manto stradale sulle strade Ionio-Tirreno, nel tratto di Melicucco, ancora, sarebbe stato imposto di consegnare a una ditta precisa il bitume ricavato dalla scarifica dell’asfalto, un bene recuperabile e riutilizzabile. Anche qui, sottolinea il procuratore, c’è un dettaglio «interessante»: l’impresa era già vittima di un altro gruppo criminale del paese. La cosca è intervenuta e ha ordinato ai precedenti estorsori di starsene buoni nel loro territorio, altrimenti non sarebbero più usciti dalla loro contrada. Arbitri, lucchetti e terreni. La cosca, ha spiegato Borrelli, era «un soggetto alternativo allo Stato al quale i cittadini si rivolgevano per la risoluzione di vicende private». Esercitava anche un controllo sull’ordine pubblico, «impedendo che avvenissero reati». Uno dei vertici veniva chiamato come arbitro in una lite per una somma non pagata (circa 3.000 euro) a un titolare di sala scommesse. Chi doveva tagliare il lucchetto di un cancello che chiudeva l’accesso a un fondo andava prima dalla cosca, per «palesare di avere ricevuto l’incarico dal proprietario». Così nessuno avrebbe pensato a un danneggiamento e non sarebbe scattata una reazione. La famiglia pretendeva di controllare anche la vendita dei terreni: chi ne aveva venduto uno senza autorizzazione sarebbe stato «pesantemente» richiamato all’ordine. Perfino i titolari di una ditta di un altro comune si rivolgevano alla cosca per recuperare un credito. Per il procuratore è la prova della «notorietà del controllo operato dalla cosca sul territorio».
Il caseificio e il colloquio con il sindaco
C’è poi l’episodio del caseificio, che il procuratore Borrelli racconta così: «In una di queste ipotesi il capo cosca decideva di aprire un caseificio all’interno di un fabbricato dove era precedentemente ubicato il caseificio gestito dal fratello, che aveva cessato la propria attività lasciando insoluto un debito tributario nei confronti dell’amministrazione comunale. Il Comune si opponeva all’apertura, sostenendo che la precedente licenza non potesse cessare fino a quando il debito non fosse stato adempiuto, e che l’esistenza di quella licenza impedisse il rilascio di una nuova. Quindi il nuovo caseificio non avrebbe potuto aprire fino al pagamento del debito». A quel punto, spiega ancora Borrelli, «la cosca convocava all’interno della propria masseria il sindaco di Melicucco per indurlo a sbloccare la situazione di stallo». Il primo cittadino, che non era stato preavvisato dell’incontro, «non opponeva alcuna resistenza» e si recava in masseria. Nel dialogo gli veniva prospettata «l’incoerenza della tesi sostenuta dal Comune»: le conseguenze di un eventuale inadempimento del tributo, si sosteneva, avrebbero dovuto essere il ritiro della licenza e non l’impossibilità di chiuderla. Di fronte alle resistenze iniziali del sindaco, però, «i toni si inasprivano». Il capo cosca dichiarava che l’atteggiamento ostruzionistico del Comune «l’avrebbe costretto a uscire pazzo e quindi a realizzare delle condotte irrazionali», e venivano prospettate «condotte di tipo ritorsivo» nei confronti del sindaco o del personale in servizio al Comune. Il sindaco si diceva allora disposto ad attivarsi per risolvere la questione e, se non ci fosse riuscito, a rassegnare le dimissioni. Dalle conversazioni intercettate, conclude il procuratore, si comprendeva che il problema era «in via di risoluzione». La vicenda si chiudeva in senso favorevole alla cosca: con la cessazione della licenza, e quindi dell’attività, dell’impresa preesistente.
Rifiuti, Amazon e Piromalli
Il quadro, dice Borrelli, era «estremamente variegato», con «palesi rapporti» tra imprenditori e cosca. Alcuni imprenditori pugliesi si sarebbero rivolti alla ‘ndrina per trovare un capannone dove stoccare rifiuti urbani: tenerli lì e poi mandarli a smaltire all’estero, oppure farli smaltire al Comune di Melicucco fingendo l’insolvenza del soggetto obbligato. Gli indagati, poi, si sarebbero rivolti ai Piromalli «per favorire delle assunzioni presso il centro di distribuzione Amazon». I Piromalli, a loro volta, avrebbero chiesto aiuto alla cosca di Melicucco per recuperare due quadricicli sottratti a due componenti della famiglia. Contatti anche con i Mancuso di Limbadi.
Il blitz
L’ordinanza è del Tribunale di Reggio Calabria: sette persone in carcere, cinque ai domiciliari. Le accuse, a vario titolo, sono associazione mafiosa, estorsione aggravata, violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e detenzione di droga ai fini di spaccio. Sequestrati un’impresa individuale che gestiva una cava di inerti e un terreno. Il capo promotore, per l’accusa, è Rosario Angelo Costa. Dalla metà degli anni Novanta, dopo lo scontro con la fazione di Rocco Santo Filippone, condannato in via definitiva nel processo “‘Ndrangheta stragista”, avrebbe scalzato il vecchio dominio e preso il “locale” insieme al fratello Carmelo. Il sigillo sarebbe arrivato con l’investitura formale di Carmelo Bellocci, 70 anni, della cosca di Rosarno. I dettagli sono stati illustrati in conferenza stampa al Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria dal procuratore capo della Dda Borrelli, dal comandante del Nucleo investigativo di Gioia Tauro Giovan Battista Marino e dal tenente colonnello Carmine Mungiello, comandante del Gruppo di Gioia Tauro. Il comandante Marino ha sottolineato il silenzio del paese: «Non abbiamo registrato denunce per tutti i fatti contestati. non abbiamo registrato denunce per tutti i fatti contestati. I fatti contestati sono stati tutti ricostruiti attraverso l’attività tecnica, le intercettazioni, i pedinamenti e le osservazioni svolte dal Nucleo investigativo del Gruppo dei Carabinieri di Gioia Tauro. Questo è un altro dato che, effettivamente, da una parte ci fa riflettere». Perché, ha spiegato, «la prima forma di intimidazione nasce dal riconoscimento: in piccoli centri tutti sanno chi la esercita. C’è controllo del territorio, che continua a essere asfissiante su tutti i settori produttivi della società civile, con un uso della violenza che spesso è senza freni e può superare determinati limiti, diventando a volte veramente pericoloso». L’indagine, avviata nel maggio 2022, affonda nei procedimenti “Crimine” e “‘Ndrangheta stragista”. La cosca, «a base familiare», vi era già emersa, ha ricordato Borrelli, «ma non era stata riconosciuta nella sua autonomia». Ora le indagini hanno ricostruito la genesi del sodalizio e dimostrato, ha detto, «un controllo totale» del territorio, con estorsioni agli operatori economici, rapporti con altre consorterie di primo piano e un’influenza «significativa» sull’operatività del Comune. Per il procuratore è un’operazione-simbolo: serve a riconoscere la mafiosità di organizzazioni che non l’hanno ancora ottenuta e ad «attualizzare» quella di cosche storiche, riconosciute tali molti anni fa.
L’allarme sulla riforma
Poi l’allarme sulla riforma del giudice collegiale. Il procuratore Giuseppe Borrelli punta il dito contro i rischi della riforma Nordio che ha previsto il giudice collegiale per l’emissione delle ordinanze di arresto richieste dalle Procure: «Ci troviamo di fronte ad una riforma epocale destinata ad entrare in vigore nei prossimi mesi, quella del giudice collegiale, che tecnicamente, da un punto di vista meramente aritmetico, è destinata a triplicare i tempi di di adozione dei provvedimenti cautelari. Gli attuali organici, di fronte alla complessità delle dinamiche investigative, non consentono di avere delle risposte immediate e secondo me anche compatibili con quelli che sono i tempi delle indagini che oggi sono imposti dalla legge”. “Credo – ha sottolineato Borrelli – che una riforma di questo genere, per non avere degli effetti e un impatto effettivamente paralizzante su quella che è l’attività giudiziaria, dovrebbe essere accompagnata da un rafforzamento non simbolico ma consistente degli organici. Io penso sostanzialmente che se quello che fino ad oggi ha fatto un giudice dovrà essere fatto da tre giudici, implichi che dove c’era un giudice dovranno essercene tre. In altri termini, presso l’ufficio gip di Reggio Calabria a fronte di 10 giudici dovranno essercene 30. Di tutto ciò io allo stato non vedo traccia, però non posso evidentemente prevedere ciò che avverrà nei prossimi mesi, quindi esprimo l’auspicio che ciò avvenga”Dal punto di vista aritmetico è destinata a triplicare i tempi».
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