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la cerimonia

L’ultimo dono oltre il dolore, Vibo ricorda gli “angeli” che hanno ridato la vita. «I nostri figli continuano a vivere» – FOTO

Anita, Andrea, Letizia, Federica, Tania, Filippo, Michelangelo, Fortunato, Giuseppe. Le storie di chi, nonostante la tragedia, ha scelto di donare gli organi

Pubblicato il: 02/10/2026 – 19:16
di Marco Russo
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VIBO VALENTIA Nove nomi, nove giovani vite spezzate e le lacrime di chi ha saputo trasformare l’immenso dolore in un atto di rinascita. Anita, Andrea, Letizia, Federica, Tania, Filippo, Michelangelo, Fortunato e Giuseppe. Angeli che la Calabria ringrazia e che oggi vivono nei sorrisi di chi ha ricevuto i loro organi in dono. È l’emozione il filo conduttore della cerimonia tenutasi questa mattina a Vibo Valentia, nella scuola allievi agenti della Polizia di Stato guidata da Pasquale Ciocca. Un’iniziativa dell’associazione “Il Dono” con il presidente Alfonso Toscano e impreziosita dalle note al pianoforte del maestro Giosuè De Vincenti, in un commosso ricordo della sua allieva Andrea Minasi, la giovane pianista scomparsa tragicamente quest’estate.

Storie e rinascita di chi ha scelto di donare

Un tributo a chi ha scelto di donare e a chi, nonostante il dolore, ha deciso di rispettare quella volontà. Dopo i saluti del direttore Ciocca, che ha ricordato Nicholas Green, e del questore Rodolfo Ruperti, la comunità si è stretta attorno al ricordo degli “angeli” calabresi. Ognuno di loro lascia un segno indelebile: da Andrea Minasi a Federica Monteleone, la cui drammatica storia nel 2006 segnò la sanità calabrese. Da Tania Conocchiella, morta in un tragico incidente nel 1999, al diciottenne di Pizzo Michelangelo Montauro. E ancora la piccolissima Anita Lazzaro, volata via a soli 6 anni, Filippo Verterame, strappato alla vita ad appena 22 anni, fino a Letizia Senese, Fortunato Pontorieri e Giuseppe Bianchi, il ragazzo di Mileto morto ad appena 14 anni lo scorso 9 settembre.

Il desiderio di Andrea Minasi

Toccante il momento dedicato alle lettere dei genitori dedicati ai figli, così come le parole di Giovanni, il papà di Andrea Minasi, rilasciate ai giornalisti a margine della cerimonia: «Era una ragazza speciale, probabilmente quando era in vita non ce ne siamo resi conto. Aveva un sorriso per tutti: quello è stato il primo dono che ha fatto, riempiva la stanza, ovunque entrava le persone erano illuminate dalla sua presenza». Fu lei, prima della tragedia, a dire di donare gli organi qualora le fosse accaduto qualcosa. «Noi non abbiamo fatto niente, abbiamo solo rispettato la sua volontà: dopo l’incidente ci ha regalato nove giorni in cui abituarsi a questa idea del distacco e noi abbiamo fatto in modo che la sua volontà fosse rispettata. Oggi è durissimo andare avanti, un vuoto dilaniante, però siamo contenti che questo regalo di Andrea abbia consentito a tante altre persone di vivere, di avere una seconda possibilità». Ma la donazione «rappresenta anche una seconda possibilità per tutti per fare qualcosa di giusto e di buono per le altre persone. Questo è il messaggio di Andrea, quello che ci fa andare avanti, avere speranza e un conforto, in qualche modo, per la sua assenza».

Il dolore della mamma di Federica Monteleone

Un dolore che Mary Sorrentino, mamma di Federica Montelone, la giovane ragazza morta all’ospedale Jazzolino di Vibo, conosce bene. Anche in quel caso gli organi furono donati. «Qualche mese prima che accadesse, cambiando il portamonete Federica notò la mia tessera dell’Aido e da lì abbiamo iniziato a parlare di donazione. Si prese il mio primo “vaffa…” perché mi disse: “mamma, se dovesse succedermi qualcosa dai anche le mie unghie”. Mai avrei pensato che da lì a breve, passati solo sette mesi, ho dovuto farmi portatrice di questa sua scelta». A chi oggi si trova di fronte la sua stessa scelta, mamma Mary dice: «Non c’è niente di più bello, come ultimo atto, di donare. Io sono cristiana, Gesù diede la sua vita per noi su una croce e nostri figli, almeno Federica mia, ha dato la sua vita per continuare a vivere.  Per questo abbiamo chiamato la nostra fondazione “Federica per la vita”. Perché lei continua a vivere. In quei momenti si è offuscati dal dolore, dalla rabbia, è veramente complicato perché tutto il mondo ti piomba addosso. Però bisogna avere la lucidità di dire sì». (m.russo@corrierecal.it)

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