‘Ndrangheta a Melicucco, così il boss avrebbe messo alle strette il sindaco: «Quegli armadietti ve li spacco tutti in testa»
Il gip ricostruisce il potere di Rosario Costa, detto Angelo, indicato come figura centrale: il racconto di un controllo capillare del territorio
REGGIO CALABRIA Quando voleva parlare con il sindaco, non andava in Comune. Lo faceva venire nella sua masseria. È uno degli episodi che il gip Claudio Treglia mette in fila per descrivere Rosario Costa, detto Angelo, indicato nell’ordinanza che ha portato all’arresto come la “figura centrale” dell’indagine sulla ‘ndrangheta di Melicucco. Per lui il giudice ravvisa gravi indizi di colpevolezza per la partecipazione al sodalizio con ruolo apicale. Un nome che a Melicucco non arriva dal nulla. Costa è fratello di Carmelo, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel processo “Crimine”. Proprio in quel procedimento, ricostruisce l’ordinanza, Pasquale e Michele Oppedisano, parlando di cariche, citavano tra gli appartenenti alla società di Rosarno “i Palmisani”: un plurale che per il gip allude anche a lui, conosciuto con lo stesso soprannome. La sentenza riportava poi le parole del collaboratore Salvatore Facchinetti, che collocava i “Palmisani di San Fili” nella ‘ndrangheta di Melicucco. Poi, nell’inchiesta “Hybris”, il suo nome spunta tra quelli di chi avrebbe potuto far ritrovare un escavatore rubato: segno, scrive il giudice, del controllo del territorio.
L’ascesa
Il quadro più nitido arriva però dall’inchiesta della Dda di Reggio Calabria, guidata da Giuseppe Borrelli che ha portato all’arresto di 12 persone. Dalle conversazioni di Varamo, suo braccio operativo, emerge un uomo entrato giovanissimo sotto il “capogiovani” Michele Vinci, sanzionato dall’organizzazione, a conoscenza dei tentativi di omicidio ai danni di Silvio Ciccia. Poi la scalata: il patriarca Domenico Napoli lo avrebbe investito di un ruolo di vertice, la dote di “Vangelo” racconta per il gip una “risalente e concreta attivazione”. Insieme a Carmelo avrebbe ricevuto dal boss Carmelo Bellocco l’investitura al vertice del “Locale”. La salita non sarebbe stata indolore. Per le estorsioni i fratelli avrebbero soppiantato il gruppo Filippone, e da quel contrasto avrebbero cominciato a girare armati. Il padrone del territorio. È la parte più dettagliata dell’ordinanza, quasi un catalogo del potere quotidiano. Costa, scrive il giudice, stabiliva chi potesse vendere un terreno a Melicucco, e quando. Risolveva dispute tra privati, interveniva in recuperi crediti con metodi mafiosi, garantiva “protezione” ai soggetti da lui scelti. Se spariva qualcosa e c’entrava qualcuno del paese, a lui si chiedeva di farlo tornare. Vietava ciò che non gradiva: la vendita di fuochi d’artificio ai minori, un’autoscuola. Sul versante economico gli si contestano numerose estorsioni aggravate dal metodo mafioso o dalla finalità di agevolare la cosca. Per il gip era il punto di riferimento del clan in materia: i sodali dovevano riferirgli, Varamo era la sua “longa manus“. E quando qualcuno gli faceva un torto, la reazione, scrive il giudice, era di “notevole e incontrollata violenza”: gli si attribuiscono le ritorsioni contro Del Conte e contro un operaio bulgaro.
Il Comune e gli appalti
Il capitolo più delicato riguarda le istituzioni. Costa avrebbe esercitato un’influenza illecita su esponenti di vertice del Comune di Melicucco, fino a convocare il sindaco nella masseria per imporgli la propria volontà. La Dda contesta agli indagati di aver costretto sindaco e assessori, con minacce e facendo leva sulla forza intimidatrice mafiosa, “ad operare in conformità al volere della ’ndrina Costa”. Un metodo che, per il procuratore Giuseppe Borrelli, avrebbe trasformato il gruppo criminale in un vero e proprio “soggetto alternativo allo Stato”, al quale i cittadini si rivolgevano persino per risolvere questioni private. E’ il 30 settembre 2022, poco prima delle dieci, il sindaco di Melicucco, Francesco Nicolaci (non indagato), riceve una telefonata nel suo ufficio. È Dario Varamo: “Puoi scendere? Vieni con me un secondo?”. Il primo cittadino scende e sale in macchina. Non sa dove stia andando, o forse lo intuisce. Secondo Varamo, che lo racconterà poche ore dopo, avrebbe chiesto: “E se mi vede qualcuno?”. Destinazione: la masseria in contrada San Fili, dove lo aspetta Rosario Costa, detto Angelo. Il caseificio. Tutto nasce da una questione di licenze. Costa e il figlio Pasquale vogliono spostare il caseificio di famiglia in un locale di via Gramsci, dove aveva sede il “San Carmelo” del fratello Francesco, che ha chiuso l’attività. Ma il Comune non chiude la licenza di Francesco finché non salda i tributi arretrati, oltre trentamila euro tra Imu, Tari e acqua. E senza quella chiusura il nuovo caseificio non parte. Pasquale, in un’intercettazione del 29 settembre, ipotizza: “Lo faccio venire qua e gli faccio portare il sindaco”. La sera stessa Costa chiede a Varamo di cercare “Charlie”, il nome in codice con cui gli indagati indicherebbero Nicolaci. “Vedi se incontri a Charlie”, gli dice al telefono. Il sindaco, interpellato, resta vago: ci vediamo domani. La masseria. Il giorno dopo l’incontro è registrato. Costa si offre di pagare i circa quattromila euro di debito legati al locale: “Mi liberi il locale”. Il sindaco spiega che servono una delibera del consiglio e almeno due mesi. Costa alza il tono. Parla di “pane” che mancherebbe a lui e ai figli: “Allora si esce pazzi”. E aggiunge: “A volte te la prendi anche con chi non ha colpa”. Poi la frase che per il gip configura la minaccia: “Se non risolvete il problema quegli armadietti ve li spacco tutti in testa, questo è garantito”. Nicolaci risponde: “Ti ripeto, io sono venuto qua per vedere se riesco a venirvi incontro, se poi non ci riesco presento le dimissioni e me ne vado a casa”. Sulla via del ritorno è Varamo a consolarlo: “Ciccio, non essere triste però”. Nel pomeriggio Costa commenta con lui: se il sindaco pensa che dimettersi basti, “è finito il film”. E racconta che il giorno prima Pasquale aveva aspettato per un’ora davanti al Comune il sindaco e l’assessore Michele Pronestì: “Per dargli botte. Non l’ho mai visto mio figlio in quel modo”. (redazione@corrierecal.it)
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