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LA RICOSTRUZIONE / 2

David Rossi, la pista Viadana e i nomi della ’ndrangheta. Dal pentito all’audizione segreta e il falso Muto

Le testimonianze che hanno spinto la Commissione dentro gli ambienti della ’ndrangheta emiliana. E l’audizione secretata del collaboratore di giustizia che conosceva dall’interno affari, banche e cir…

Pubblicato il: 03/10/2026 – 11:57
di Giorgio Curcio
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Prima i documenti, poi le persone. La pista di Viadana, come già raccontato dal Corriere della Calabria, nasce da una sequenza di sette cifre, 4099009, passa attraverso un certificato di deposito e arriva a una filiale bancaria che, quattro anni dopo la morte di David Rossi, ricompare negli atti dell’inchiesta antimafia Grimilde. Nel primo capitolo di questa storia sono state le carte a parlare: il codice della dipendenza bancaria, il conto formalmente intestato a Pietro Passafaro ma ritenuto nella disponibilità effettiva di Salvatore Grande Aracri, la carta American Express e quella mail – sgrandearacri@gmail.com – indicata nel modulo di richiesta. Poi, però, alla Commissione parlamentare d’inchiesta le carte non sono più bastate. Bisognava capire chi conoscesse quel territorio, chi avesse frequentato quelle banche e chi potesse raccontare dall’interno il sistema economico della ’ndrangheta emiliana. È così che Viadana ha cominciato a popolarsi di uomini, ricordi e testimonianze. Alcune pubbliche. Altre immediatamente coperte dal segreto.

Cortese e i direttori «compiacenti»

Il 5 maggio 2026 davanti alla Commissione viene ascoltato Angelo Salvatore Cortese, collaboratore di giustizia ed ex esponente della ’ndrangheta crotonese. L’audizione si concentra soprattutto sulla Bassa mantovana e reggiana e sui rapporti che, secondo il suo racconto, alcuni uomini legati alla criminalità organizzata avrebbero intrattenuto con il sistema bancario. Cortese parla di direttori «compiacenti». Di disponibilità immediate di denaro contante. Di cifre che potevano arrivare a 100 o 150mila euro senza che si trattasse, secondo quanto chiarirà poi il presidente della Commissione Gianluca Vinci, di normali finanziamenti bancari. Il denaro sarebbe stato consegnato e fatto rientrare successivamente in filiale senza la normale tracciabilità di un prestito. È un racconto, però, che non riguarda direttamente David Rossi e lo stesso Cortese dice esplicitamente di non avere mai sentito parlare del manager di Mps e di non conoscere operazioni che lo coinvolgessero. Ma quando i commissari gli chiedono della banca utilizzata da quegli ambienti a Viadana, Cortese fornisce particolari sufficientemente precisi da spingere Vinci a ipotizzare persino un sopralluogo. Al termine dell’audizione, il presidente della Commissione afferma che, sulla base delle indicazioni ricevute, potrebbe trattarsi proprio della filiale sulla quale si stavano concentrando gli accertamenti relativi al 4099009. Ed è nel racconto di Cortese che compare un nome destinato a diventare centrale pochi mesi dopo. Pino Giglio.

«Pino Giglio mi fece conoscere il direttore»

Secondo quanto riferito da Cortese, sarebbe stato Giuseppe “Pino” Giglio a introdurlo a uno dei direttori di banca di Viadana. Il racconto è molto diretto: Giglio avrebbe chiamato il direttore chiedendogli di preparare 100mila euro, disponibili rapidamente. Cortese descrive rapporti di familiarità, frequentazioni fuori dalla banca e un sistema di conoscenze che avrebbe consentito agli imprenditori dell’ambiente criminale di ottenere liquidità con modalità ben lontane da quelle ordinarie. Sono dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, dunque da trattare come tali, ma il nome di Giglio non è nuovo agli atti sulla ’ndrangheta emiliana. Nell’ordinanza Grimilde, le sue dichiarazioni occupano decine di pagine. Giglio racconta, tra l’altro, di essere entrato intorno al 2006 in società con Antonio Muto, Michele Pugliese e Salvatore Grande Aracri, utilizzando il fratello come intestatario della propria quota. Secondo il suo racconto, dietro quell’operazione vi era anche Francesco Grande Aracri.
E non è soltanto una storia di società. Negli anni Giglio ha descritto agli investigatori false fatturazioni, passaggi di denaro attraverso società diverse, prestanome e restituzioni in contanti, offrendo agli inquirenti una visuale interna sui meccanismi economici utilizzati nell’ambiente della ’ndrangheta emiliana. In un interrogatorio del 2023, parlando degli equilibri interni a quel mondo, spiega che i vecchi contrasti tra gruppi avevano progressivamente lasciato spazio alla «pace» e agli «affari condivisi».

La porta si chiude: Giglio parla in segreto

Il 15 settembre 2026 Giuseppe Giglio viene ascoltato a Palazzo San Macuto. Ma questa volta la porta si chiude. La Camera registra ufficialmente l’audizione del collaboratore di giustizia, ma il contenuto viene secretato. Alla fine resta soltanto il commento del presidente Vinci: «A mio avviso l’audizione è andata molto bene». Nessun dettaglio su ciò che Giglio abbia riferito. Il presidente precisa di non poter entrare nel merito delle dichiarazioni raccolte. Ed è un passaggio importante proprio per quello che non consente di dire. Non sappiamo se Giglio abbia parlato di Rossi. Non sappiamo se abbia identificato quella filiale. Non sappiamo se abbia fornito nomi, operazioni o circostanze capaci di collegare il sistema da lui conosciuto alla vicenda di Siena. Sappiamo però perché la Commissione abbia deciso di ascoltarlo: Cortese lo indica come uno degli uomini che conoscevano i rapporti con il sistema bancario e gli atti giudiziari documentano la sua conoscenza diretta dei circuiti economici della ’ndrangheta emiliana. Ed è proprio mentre la pista Viadana viene approfondita che torna a galla una storia ancora più vecchia. Una storia che conduce a un altro nome: Antonio Muto.

L’uomo che disse: «Avevo un appuntamento con Rossi»

È il 2016 quando l’avvocato Luca Goracci, all’epoca legale della famiglia Rossi, riceve una telefonata da un numero sconosciuto. L’interlocutore dice di avere informazioni sulla morte del manager. Dopo un primo appuntamento saltato, l’uomo si presenta nello studio del legale a Siena. Dice di chiamarsi Antonio Muto, di essere un imprenditore del Mantovano e di avere conosciuto David Rossi. Quello che racconta viene poi verbalizzato da Goracci davanti agli investigatori. Il sedicente Muto sostiene che il 6 marzo 2013 alle 18 avrebbe dovuto incontrare Rossi a Rocca Salimbeni. Dice però di essere arrivato in ritardo e di avere raggiunto la zona di vicolo Monte Pio intorno alle 19.50, quando il manager era già precipitato dalla finestra. Racconta di essersi avvicinato al corpo e di avere riconosciuto Rossi. A quel punto, secondo la sua versione, sarebbe stato aggredito alle spalle da quattro uomini, alcuni dei quali armati. Ne sarebbe nata una colluttazione e, mentre fuggiva, sarebbe stato esploso anche un colpo di pistola. Alla domanda di Goracci sul perché nessuno avesse sentito lo sparo, l’uomo avrebbe risposto che l’arma era dotata di silenziatore. Ma non è l’unica storia che racconta all’avvocato.

I viaggi a Roma e la valigetta

L’uomo riferisce a Goracci di avere frequentato Rossi nei mesi precedenti la morte e di averlo accompagnato più volte a Roma. Secondo il suo racconto, la destinazione sarebbe stata lo Ior, dove Rossi avrebbe incontrato un uomo soprannominato «Fonzie» e ricevuto una valigetta. Il sedicente Muto sostiene che quei viaggi fossero legati al trasporto di denaro verso Rocca Salimbeni. Goracci riferisce anche che l’uomo gli avrebbe parlato di interessi imprenditoriali nel Mantovano e di finanziamenti bancari. Ma anche qui emergono immediatamente i limiti del racconto. Goracci precisa che nelle email di Rossi non risultava l’appuntamento del 6 marzo. E ammette di non avere riferito immediatamente la vicenda alla Procura perché inizialmente aveva considerato quell’uomo l’ennesimo possibile millantatore. C’è poi un altro elemento destinato a complicare ulteriormente il quadro. L’Antonio Muto che successivamente appare pubblicamente non è l’uomo che Goracci dice di avere incontrato nel proprio studio.

Antonio Muto davanti alla Commissione

Il 22 settembre 2026 la Commissione convoca a testimonianza l’imprenditore Antonio Muto. La sua risposta è netta: «Non ho mai conosciuto il signor Rossi». Muto dice di avere appreso della morte del manager dalla televisione e afferma che la sera del 6 marzo 2013 si trovava a casa. Nega quindi di essere l’uomo che nel 2016 si presentò dall’avvocato Goracci utilizzando quel nome. Il risultato è un paradosso investigativo rimasto aperto per anni. Esiste un Antonio Muto identificato, che nega qualsiasi rapporto con Rossi. Ed esiste un uomo ancora senza identità pubblicamente accertata che si presentò come Antonio Muto, disse di conoscere Rossi, raccontò di avere un appuntamento con lui proprio la sera della morte e fornì una ricostruzione dettagliata delle ore precedenti e successive alla precipitazione.

Quando il nome Muto portò fino a Cutro

Il nome di Antonio Muto aveva però già spinto gli investigatori verso la Calabria. Il 29 ottobre 2021, durante una missione a Crotone della Commissione parlamentare antimafia, venne sollevata la questione dell’identità dell’uomo comparso nella vicenda Rossi e dell’eventuale esistenza di collegamenti con gli ambienti dei Grande Aracri. A rispondere fu l’allora comandante provinciale dei Carabinieri di Crotone, colonnello Gabriele Mambor. Ricordò che durante l’indagine Kyterion erano state registrate per mesi le conversazioni nella famosa «tavernetta» di Nicolino Grande Aracri, luogo frequentato da numerose persone, e suggerì che l’autorità giudiziaria che indagava sulla morte di Rossi potesse collegarsi con la Dda di Catanzaro per verificare quel materiale. Anche questo passaggio non dimostra che il misterioso uomo incontrato da Goracci appartenesse alla cosca. Né dimostra che nelle intercettazioni di Cutro esista una risposta alla morte di Rossi. Dimostra però che la domanda su un possibile collegamento tra quel nome, il Mantovano e gli ambienti Grande Aracri era stata posta istituzionalmente già anni prima dell’attuale accelerazione sulla pista Viadana. (g.curcio@corrierecal.it)

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