David Rossi, le sette cifre e la pista Viadana: l’incrocio con la ’ndrangheta e la cosca Grande Aracri
Il numero 4099009 trovato nel cellulare coincide con un certificato di deposito. Quattro anni dopo, la stessa dipendenza bancaria compare negli atti di Grimilde per un conto ritenuto nella disponibil…
LAMEZIA TERME Sette cifre: 4099009. Numeri che, per anni, anni sono rimasti dentro uno dei tanti misteri che circondano la morte di David Rossi. Una sequenza rinvenuta nel cellulare dell’allora responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio di Rocca Salimbeni. Un numero sul quale erano già stati svolti accertamenti tecnici e che sembrava avere trovato una spiegazione nel funzionamento del sistema telefonico. Fino ad oggi. Poi è comparso un documento bancario e quelle stesse sette cifre hanno portato fino a Viadana, nel Mantovano. Già perché l’incrocio degli atti consente oggi di aggiungere un particolare preciso: il certificato di deposito identificato dal numero 4099009 e un conto corrente che quattro anni dopo finirà nell’inchiesta antimafia Grimilde fanno riferimento alla stessa dipendenza della Banca Popolare di Puglia e Basilicata di Viadana.
Parliamo di due rapporti completamente diversi, separati tra loro da anni di distanza e, allo stato, non esiste alcuna prova che consenta di collegare David Rossi a Salvatore Grande Aracri. Ma è proprio dentro questo spazio – tra coincidenze documentali, verifiche ancora aperte e successive indagini giudiziarie – che la Commissione parlamentare d’inchiesta sta scavando.
Il «suicidio» che non regge più
Ma andiamo con ordine, partendo dal contesto nel quale la pista viene riletta oggi è profondamente cambiato. Le simulazioni effettuate il 28 settembre al Foro Italico nell’ambito degli accertamenti della Commissione hanno portato i consulenti a ricostruire una possibile aggressione violenta e rapida da parte di più persone. Rossi sarebbe stato cosciente, avrebbe tentato di difendersi e, una volta fuori dalla finestra, avrebbe cercato di aggrapparsi prima della precipitazione. Si tratta delle risultanze tecniche dell’inchiesta parlamentare e non di un accertamento giudiziario definitivo. Il giorno successivo, i consulenti Edoardo Genovese e Robbi Manghi hanno definito l’ipotesi suicidaria «tecnicamente e scientificamente insostenibile», richiamando anche plurime lesioni anteriori alla morte ritenute incompatibili con la sola precipitazione o con l’impatto al suolo. Il problema, dunque, si sposta sempre più dal come Rossi sia morto al perché. E mentre le nuove perizie cercano di ricostruire ciò che potrebbe essere accaduto nell’ufficio, un altro filone prova a seguire gli interessi che gravitavano intorno al manager. Il Corriere, nel pezzo di Fabio Benincasa, ha raccontato dei milioni delle sponsorizzazioni, dei rapporti con il Mantovano e dell’attenzione della Commissione verso gli ambienti della ’ndrangheta. Ma per capire perché Viadana sia diventata così importante bisogna tornare a quel numero.
Le sette cifre e il certificato di deposito
La relazione intermedia della Commissione dedica al 4099009 un intero capitolo. Il 10 ottobre 2012 GE Capital Interbanca pubblicò un elenco di certificati di deposito ordinari prossimi alla scadenza. Tra i rapporti presenti nel documento compare anche quella sequenza. La cautela è essenziale. I precedenti accertamenti tecnici sul telefono di Rossi avevano ricondotto quelle cifre a un meccanismo utilizzato dal gestore telefonico. La Commissione sottolinea però che, al momento di quell’analisi, non era ancora disponibile la documentazione bancaria nella quale compariva lo stesso numero. Non è dunque dimostrato che le sette cifre presenti nel cellulare avessero realmente a che fare con quel titolo. Ma la coincidenza esiste. E il documento bancario porta a Viadana: il 4099009 è associato a un certificato di deposito con scadenza 31 agosto 2013, pochi mesi dopo la morte di Rossi, presso la Banca Popolare di Puglia e Basilicata. C’è soprattutto un dato che diventa decisivo incrociando i documenti: il codice della dipendenza è 58020.

Lo stesso codice negli atti di Grimilde
Quattro anni dopo, quel codice ricompare. Nell’ordinanza Grimilde del Tribunale di Bologna viene contestata l’intestazione fittizia di un conto corrente aperto il 2 marzo 2017 presso la Banca Popolare della Puglia e Basilicata, agenzia di Viadana. Il conto è formalmente intestato a Pietro Passafaro, classe 1995. Secondo l’ordinanza, però, l’«effettivo titolare» era Salvatore Grande Aracri. Al medesimo rapporto viene collegata anche una carta American Express rilasciata nel giugno dello stesso anno. Nell’Iban del conto compare: 05385 – 58020 Il primo è il codice Abi della Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Il secondo è il Cab della dipendenza di Viadana. 58020. Lo stesso codice attribuito al certificato 4099009 nell’elenco del 2012. Non soltanto, quindi, la stessa banca e la stessa cittadina ma anche la stessa dipendenza bancaria. E, sebbene il certificato del 2012-2013 e il conto del 2017 non siano lo stesso rapporto e nulla dimostra che il primo abbia avuto a che fare con Grande Aracri, è comunque questo successivo incrocio che la Commissione richiama nella propria relazione, citando gli atti dell’inchiesta Grimilde tra gli elementi che hanno spinto ad approfondire la pista Viadana.
La mail di Grande Aracri e il nome di Passafaro
L’ordinanza spiega anche perché gli investigatori considerassero Grande Aracri il reale utilizzatore del rapporto formalmente intestato a Passafaro. Nel giugno 2017 gli accertamenti sull’American Express confermano che la carta era collegata proprio al conto della BPPB di Viadana. Nel modulo di richiesta, però, come recapito viene indicato sgrandearacri@gmail.com, individuato nell’atto come l’indirizzo di posta elettronica di Salvatore Grande Aracri. Le intercettazioni documentano poi, secondo l’ordinanza, la disponibilità della carta da parte di Grande Aracri e dei suoi familiari. E il 29 dicembre 2017, durante una conversazione captata nell’automobile utilizzata da Grande Aracri, si discute di un addebito di 199 euro. Pietro Passafaro pronuncia una frase riportata nell’atto: «Io non l’ho mai usata […] nonostante c’è il mio nome». È qui che la pista bancaria e gli atti di ’ndrangheta finiscono per sovrapporsi geograficamente.


Il direttore presente in entrambi i periodi
La Commissione ha cercato quindi di guardare anche dall’altra parte del bancone. Il 12 maggio 2026 viene ascoltato Nicola Alfieri, che conferma di essere stato direttore della filiale BPPB di Viadana dal 1° febbraio 2011 all’aprile 2022. Era dunque alla guida dello sportello nel periodo del certificato e anche nel 2017, quando viene aperto il conto intestato a Passafaro. Alfieri afferma di non avere mai conosciuto David Rossi e dice di non ricordare quello specifico certificato al portatore. Ma davanti alla documentazione GE Capital fornisce una spiegazione che lascia aperta una verifica molto concreta: ogni operazione effettuata in filiale, dai bonifici agli investimenti, veniva registrata nelle cosiddette «carte di cassa». E sul destino del titolo osserva: «Se è stato incassato, ci sarà sicuramente l’evidenza contabile». La risposta della Commissione è significativa: «Ci stiamo muovendo anche in quel senso». Poco dopo arriva anche una domanda esplicita: «Ha mai incontrato Salvatore Grande Aracri?». Alfieri risponde di no, aggiungendo di avere conosciuto quel nome soltanto successivamente attraverso le inchieste e i processi. Dove finiscono i fatti e cominciano le domande Questo è, allo stato, il confine che non può essere superato. Esiste però una concatenazione documentale che la Commissione ha ritenuto meritevole di approfondimento. Un numero presente nel telefono di Rossi coincide con l’identificativo di un certificato di deposito legato alla dipendenza 58020 di Viadana. Quattro anni dopo, la stessa dipendenza compare negli atti Grimilde per un conto formalmente intestato a Pietro Passafaro e ritenuto nella disponibilità effettiva di Salvatore Grande Aracri. Ed è da quel momento che la Commissione smette di interrogare soltanto i documenti e comincia a interrogare le persone. Collaboratori di giustizia, uomini che hanno conosciuto dall’interno l’ambiente criminale emiliano, imprenditori e testimoni. Alcune audizioni sono pubbliche. Altre completamente secretate. Ed è proprio dentro quelle testimonianze che Viadana comincia a popolarsi di nuovi nomi e nuove domande. Ma questa è la seconda parte della storia. (1/) (g.curcio@corrierecal.it)
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