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confronto di altissimo livello

Olio, la Calabria alla prova della “nuova” olivicoltura

La crisi dei prezzi mette sotto pressione una filiera che vale il 14% della produzione lorda vendibile agricola regionale. All’Academy Olivo in Campo le indicazioni su clima, tecniche colturali e mec…

Pubblicato il: 03/10/2026 – 17:56
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CATANZARO Bastano davvero pochi numeri per rendere evidente quanto la produzione di olio d’oliva in Calabria sia qualcosa da tenere sotto osservazione. La filiera dell’olivo nella nostra regione riguarda infatti il 29% della superficie agricola utilizzata (SAU), l’84% delle aziende agricole e costituisce il 14% della produzione lorda vendibile agricola regionale. Nei due anni in cui il più grande produttore mondiale, e cioè la Spagna, è andato in crisi, l’aumento generalizzato dei prezzi ha determinato una forte redditività per le nostre imprese, circostanza il cui riflesso si è avuto sull’intero PIL regionale.
Oggi siamo nella situazione esattamente opposta: gli stock di prodotto olivicolo sono alti e la produzione spagnola si avvia verso il record storico; conseguentemente, i prezzi sono crollati. È questo, in buona sostanza, il contesto congiunturale al centro delle riflessioni dell’Academy Olivo in Campo, un’iniziativa – promossa dall’Informatore Agrario in collaborazione con Regione Calabria e Arsac – che forse non ha riscosso, al netto degli addetti ai lavori, l’attenzione che le era dovuta. In questi giorni, infatti, le cronache si sono occupate delle proteste degli agricoltori, mentre tra Lamezia e Catanzaro, per due giorni, c’è stato un confronto di altissimo livello, con contributi nazionali e internazionali proprio sulla principale filiera agricola calabrese. Peraltro, tra quelle più in sofferenza per aumento dei costi di produzione, crollo dei prezzi, scarsa o inesistente redditività per le imprese. Il confronto promosso nell’ambito dell’Academy è stato di rilievo perché chiunque si occupi di agricoltura, e lo fa seriamente, sa bene che quella olivicola è una filiera fortemente globalizzata, con prezzi e redditività che dipendono da dinamiche globali la cui gestione è completamente fuori dal raggio d’azione dei produttori calabresi e italiani. I fattori che incidono sono esterni all’Italia e la capacità di intervenire direttamente è ridotta al lumicino. Se non spenta del tutto. Ecco, dunque, che risultano decisive azioni di lungo respiro, modifiche alle tecniche colturali, ragionamenti sulle cultivar, conoscenza degli effetti dei cambiamenti climatici e una forte spinta alla meccanizzazione.

Nella due giorni dell’Academy, in questa direzione, sono andati i contributi dei professori universitari presenti. «Oggi è cambiato il clima – ci spiega Giovanni Caruso del Dipartimento di Agraria dell’Università di Pisa – ed è cambiato anche l’obiettivo produttivo degli oliveti. Se prima l’olivicoltura veniva fatta in terreni marginali, si raccoglieva e poi si vedeva l’anno successivo, oggi ciò che conta è la produzione e per raggiungere questo obiettivo servono input agronomici. Da questo punto di vista è di tutta evidenza come il clima ci imponga di considerare sempre di più l’acqua tra i fattori agronomici. Le precipitazioni non sono diminuite in senso generale, ma è cambiata fortemente la loro distribuzione. L’olivo – aggiunge Caruso – continua a resistere bene e produce anche in condizioni di elevata siccità, ma se l’obiettivo è avere una produzione costante negli anni con un livello qualitativo adeguato, allora è bene considerare l’irrigazione, soprattutto nei nuovi impianti, come pratica agronomica importante». Altro tema è quello che potremmo definire come la “migrazione” dell’olivo. «È vero, l’olivo si sta spostando. Sciascia diceva che la palma va a Nord, oggi potremmo dire che è l’olivo a puntare verso il Settentrione. Anche se non è detto che tutte le condizioni siano favorevoli: un innalzamento della temperatura non basta per rendere una zona coltivabile a olivo perché resta, ad esempio, il problema delle gelate». L’Università di Pisa sta approfondendo il tema delle coltivazioni superintensive. «L’olivicoltura intensiva o ad altissima densità si origina anche da una problematica legata alla manodopera: in alcuni casi è un passo quasi obbligato. Noi – sottolinea Caruso – possiamo decidere che tipo di olivicoltura ad altissima densità fare, a partire dal numero di piante ad ettaro. Quanto alle varietà, è bene ricordare che quelle italiane sono meno adatte alla produzione superintensiva. Noi – assieme ai colleghi di altre università italiane – stiamo lavorando proprio su questo, e cioè cercare nell’immenso patrimonio di germoplasma che abbiamo di riscoprire quelle varietà neglette che magari hanno caratteristiche di compattezza e produttività che possono tornare utili adesso».
Nella due giorni dell’Academy anche il prezioso contributo dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. «Il rapporto che abbiamo sviluppato con la Regione e con il Dipartimento Agricoltura – dice il rettore Giuseppe Zimbalatti – è ottimo, si sviluppa non solo quando, diciamo così, celebriamo risultati raggiunti, ma anche e soprattutto quando ci sono problemi da affrontare e crisi da superare. Penso, ad esempio, all’emergenza Xylella che stiamo vivendo in queste settimane». Zimbalatti, oggi rettore della Mediterranea ma in passato direttore del Dipartimento di Agraria e professore ordinario di Meccanica Agraria, aggiunge anche alcune considerazioni rispetto a uno dei temi dell’olivicoltura moderna. «Noi lo diciamo da anni: per una produzione di olio extravergine di oliva di qualità non si può prescindere da una razionalizzazione dei sistemi produttivi. E tutto ciò passa attraverso una buona meccanizzazione che, se anche non può essere spinta a livello di impianti superintensivi come in altre parti del mondo, perché la Calabria non ne ha orograficamente le possibilità, deve comunque essere realizzata con macchine adeguate ai nostri ambienti produttivi. Posso dire che la Calabria, da questo punto di vista, non è indietro: tra l’altro, proprio nella nostra regione ci sono dei produttori leader mondiali di macchine per l’olivicoltura». «Vero è però che nel complesso – conclude Zimbalatti – ci sono ancora molte aree legate a schemi tradizionali obsoleti che impediscono un’adeguata meccanizzazione. Si tratta di un ritardo che non permette di contrastare i costi eccessivi della raccolta manuale. Lì si interviene meccanicamente ma solo dopo la cascola naturale delle olive, cosa che è assolutamente in contrasto con la qualità del prodotto. Diciamo che il livello delle aziende calabresi è medio-alto, ma, allo stesso tempo, rimane un’area molto vasta nella quale si può e si deve migliorare». (redazione@corrierecal.it)

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