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Il Vangelo della domenica

L’invito rifiutato: quando l’efficienza e il profitto  oscurano il senso della festa

La parabola degli invitati al banchetto nuziale

Pubblicato il: 11/10/2026 – 9:55
di Ennio Stamile
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Per  ben tre domeniche consecutive l’evangelista Matteo, ci ha invitato a riflettere sull’immagine della vigna cara, tra l’altro, ai grandi profeti antico testamentari. Attraverso tale sequenza, tutti coloro che si sforzano di essere credenti, hanno ricevuto un forte richiamo alla responsabilità della fede. La vigna appartiene a Dio, non a noi. Essere chiamati a farne parte è un dono gratuito, ma richiede di produrre “frutti” autentici basati sulla giustizia sociale, sulla dignità del lavoro, sull’accoglienza e sulla conversione quotidiana del cuore, abbandonando ogni logica di possesso e arroccamento spirituale. Oggi, attraverso questa nuova parabola raccontata da Gesù, siamo stimolati a contemplare un’altra immagine suggestiva e carica di emozioni e bellezza per ogni uomo: una festa nuziale. C’è un dettaglio, che colpisce come uno specchio deformante della nostra quotidianità. Un re prepara una festa di nozze per il figlio, imbandisce una tavola straordinaria e manda i servi a chiamare gli invitati. La risposta? Un rifiuto freddo, quasi indifferente: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Nessuno di loro rifiuta perché impegnato in attività intrinsecamente malvagie. Rifiutano per lavorare, per produrre, per gestire i propri interessi. Se guardiamo alla nostra vita odierna, dominata dalle notifiche incessanti, dall’iper-connessione e dal mito della produttività h24, non possiamo non riconoscerci riflessi in questa sorta di specchio. Spesso siamo così assorbiti dal fatturare o dal rincorrere scadenze, da non avere più tempo per essere realmente presenti a noi stessi e alla nostra quotidianità. Dio non ci invita a un dovere o a un turno di lavoro opprimente; ci invita a una festa, a riscoprire la gratuità delle relazioni e la gioia della comunione. Eppure, la nostra risposta standard rischia di essere quella degli invitati della parabola: «Non ho tempo, ho altro da fare». L’iper-efficienza presente ha anestetizzato la nostra capacità di fare festa e di accogliere il dono gratuito. 

La svolta inclusiva: dai “salotti buoni” ai crocicchi delle strade

Davanti al rifiuto dei primi destinatari, il re compie un gesto di rottura radicale: ordina ai servi di andare ai crocicchi delle strade e di raccogliere «tutti quelli che troverete, cattivi e buoni». Questo passaggio è di una modernità straordinaria. I servi della parabola radunano gli esclusi, i marginali, coloro che non avrebbero mai avuto il diritto di sedere a quella tavola. Oggi, questa risuona come una chiamata diretta a superare i nostri fossati autoreferenziali.  In un mondo frammentato, che alza muri sociali, economici e digitali – un’epoca segnata dalle logiche geopolitiche di divisione, dai conflitti e dalle chiusure nazionalistiche di leader arroccati nel proprio potere, come Vladimir Putin e Donald Trump – la logica di Dio scavalca ogni algoritmo di selezione ed esclusione. L’invito del Vangelo rompe il cerchio magico delle nostre preferenze: la comunità cristiana non è un club di perfetti o di persone selezionate, ma è la locanda della gratuità, dove c’è posto per chiunque accetti di lasciarsi incontrare. 

L’abito nuziale: l’impegno concreto oltre le parole

 La parabola si chiude con un ammonimento severo: il re entra nella sala e nota un “uomo senza l’abito nuziale”. Potrebbe sembrare un’ingiustizia – dopotutto, era stato raccolto per strada all’ultimo momento – ma il significato simbolico è profondo: l’abito nuziale rappresenta la conversione e le opere concrete. Tradotto nel contesto attuale, questo dettaglio smaschera una delle grandi tentazioni del nostro tempo: il cristianesimo di facciata o il “presenzialismo” sterile. Quello, per intenderci, che alla prima occasione in cui non si viene riconosciuti per presunte nostre capacità che ci fanno ritenere sempre superiori agli altri, si preferisce andare altrove, comunque autoescludersi dalla comunità. Il Vangelo ci ricorda continuamente che non basta dire di sì a parole, non basta definirsi cristiani o partecipare formalmente a un rito (reale o digitale) per sentirsi a posto. Entrare al banchetto richiede un cambiamento interiore che si traduce in gesti di servizio concreto verso il prossimo. Non si può stare alla tavola del Re mantenendo l’abito vecchio dell’egoismo, della superbia e dell’indifferenza. Una scelta di campo il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a un bivio esistenziale: Continuare a vivere da “schiavi degli affari”, anteponendo l’ansia da prestazione e il profitto personale all’incontro con l’Altro. Oppure accettare il rischio della gioia, rallentando il passo per accogliere l’invito gratuito di Dio e indossare ogni giorno l’abito della carità. La festa è pronta, i tavoli sono apparecchiati nella quotidianità delle nostre relazioni. La domanda che il Vangelo ci lascia per questa domenica è diretta e senza sconti: abbiamo ancora il coraggio di fermarci e dire di sì alla gioia?

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