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L’inchiesta

‘Ndrangheta e cocaina, il clan Costa incontra gli uomini di Africo: «I telefoni li lasciamo in macchina»

Le intercettazioni dell’ordinanza del gip Treglia: un carico atteso al porto di Gioia Tauro e una fornitura da cinque chili

Pubblicato il: 11/10/2026 – 7:00
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA Undici e venticinque del mattino, viale Sandro Pertini, Cinquefrondi. Davanti al bar Gallery c’è una Fiat Punto grigia intestata a Dario Varamo. Dietro, a “chiuderla”, una Panda bianca di un pregiudicato di Africo. I carabinieri del Nucleo investigativo osservano. Dentro, a un tavolino, Varamo e il presunto capo, Rosario “Angelo” Costa, bevono qualcosa con due uomini: uno giovane, l’altro di mezza età. Alle 11.50 escono e se ne vanno ognuno con la propria auto. Era il 13 settembre 2022. Pochi minuti prima di entrare, in macchina, la microspia aveva registrato la frase che riassume tutto: «I telefoni li lasciamo in macchina… ci parcheggiamo qua così la lasciano dietro della nostra…». È uno dei passaggi dell’ordinanza firmata dal gip Claudio Treglia nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli, che ha smantellato la cosca Costa-Filippone di Melicucco: dodici arresti, sette in carcere e cinque ai domiciliari. Nel capitolo dedicato al narcotraffico il giudice scrive che «nel corso dell’indagine è emerso pure il coinvolgimento degli indagati per il reato associativo in traffici di sostanze stupefacenti, i quali, pur avendo portato a una sola specifica imputazione, hanno permesso di dimostrare l’attivismo dei sodali anche in tale settore, peraltro tipico delle moderne organizzazioni mafiose, nonché di far emergere le connessioni degli stessi con soggetti legati al narcotraffico, anche internazionale, per conto della ‘ndrangheta».

Gli ospiti di Africo

I due ospiti, identificati dai militari, sono padre e figlio, entrambi di Africo. Per i carabinieri sono «soggetti da ritenere a pieno titolo contigui» alle cosche del paese. L’ordinanza ricorda i loro precedenti, anche in materia di droga, e li inserisce in una rete di parentele: sono legati da vincoli familiari a Rocco Morabito detto “Tamunga”, il broker evaso nel 2019 da un carcere uruguaiano e ripreso in Brasile il 24 maggio 2021. Sono i legami familiari che gli investigatori richiamano per descrivere la «caratura» degli interlocutori dei Costa. Di cosa parlano? Dalle conversazioni captate a partire da settembre 2022, scrive il gip, «emergevano condotte prodromiche a realizzare l’importazione in Italia di un ingente carico di cocaina che sarebbe giunto nel porto di Gioia Tauro». A Costa e Varamo, però, non viene chiesto di mettere soldi né droga, ma un posto dove appoggiarsi. Il loro contributo, sempre secondo il gip, sarebbe stato «di natura meramente logistica»: dare sostegno ai committenti dell’area ionica nella fase di “esfiltrazione” del carico dal porto e garantire un primo luogo di custodia. Melicucco, geograficamente, è a un passo. La paura degli africesi, riferita da Varamo a Pasquale Costa, è quella di ogni importatore: che la merce sparisca una volta fuori. «Ha paura che la deve togliere fuori hai capito, e dice e la paura mia è che la ce la fottono, quello è a rischio tuo, io qua ti posso rispondere». Traduzione investigativa: la “ripartizione del rischio”. Se il furto avviene sul territorio dei Costa, rispondono loro. Altrove, no.

«Ce l’ho in arrivo»

Poco dopo Varamo incontra un amico di vecchia data e lo preallerta. «Poi se c’è, se c’è un lavoro da fare, poi te lo dico quando è ora, se ti vuoi fare qualche carta da diecimila euro». L’amico: «Si certo che voglio…». Varamo: «Ce l’ho in arrivo…». E ancora: «lo ti dico a questo è, è buono, tu trovi ad uno che ha questi, gli dici vuoi, trenta in una volta, non cose….». L’amico, per restare in tema, controproponeva una partita di canapa, la “rossa”, detta “rossa calabrese”. «È un altro paio di maniche questo… vedi che c’è, te lo dico ma fai finta che non ti ho detto niente».

Il carico «bloccato»

Circa un mese dopo la microspia nell’auto di Varamo registra il seguito. Uno zio gli chiede soldi in prestito, lui risponde che un affare gli è andato male: «A me mi è andata male una cosa altrimenti te li davo io tutti…». E racconta: «E allora zio, se ce l’hanno presa che devo fare, senza soldi, senza niente era, ho avuto qua a … hanno dormito a casa mia… è arrivata è andata in ispezione e l’hanno bloccata, noi per essere non abbiamo perso niente diecimila euro gli abbiamo mandato a quello per andare la’, è arrivata… si ma quando le cose le fai troppo facile non si fa niente, non c’è un cazzo da fare. Vado a prendere questo ignorante». Si legge nell’ordinanza che emerge «dalle stesse parole di Varamo» che il carico fu sequestrato a seguito di un’ispezione. Gli accertamenti presso la Guardia di finanza di Gioia Tauro, infatti, hanno dato esito negativo: tra il 13 settembre e il 9 ottobre 2022 nel porto non risultano sequestri di stupefacenti. Il carico potrebbe essere stato sequestrato in un porto diverso da Gioia Tauro. Quanto ricostruito, nota comunque il gip, evidenzia l’inserimento dei Costa nel settore e la vicinanza agli ambienti del narcotraffico internazionale.

Cinque, ma «immacolata»

Si arriva a febbraio 2023. Il 3, al mattino, Varamo chiede a un uomo di Gioia Tauro di sondare un fornitore: «tre quattro pacchi». L’altro non si sbilancia, vuole i soldi prima: «Noo prima i soldi, che pensi che sono cose di duecento euro, devo andare poi e buttarli da un ponte, portano i soldi si vedo la cosa… Li vedo con gli occhi miei i soldi…». Nella conversazione compare una cifra: «trecentomila euro». Alle 13.07 Costa dice al genero Domenico Galatà che Varamo ha un appuntamento alle sei: «No da quella parte!». Galatà: «Alla ionica?». Nel pomeriggio, alle 17.23, il capo si muove di persona. Incontra un uomo non identificato, e a Galatà, che lo accompagna, tocca presentarsi: «Piacere Domenico». Costa non sta bene: «Mi sono schiacciato una vertebra e non riesco a stare in piedi». Ma la schiena può attendere, la droga no. «Tu l’altro giorno mi accennavi se c’è qualcuno che ne vuole..», attacca. E subito mette in chiaro con chi ha a che fare: «Abbiamo persone perbene, tieni e dammi, l’importante è che sia buona, altrimenti perdiamo solo tempo e facciamo brutte figure…». Secondo l’ordinanza Costa ha acquirenti che ritiene affidabili e che vogliono comprare cinque chili di cocaina di alta purezza. Alla domanda dell’interlocutore sulla quantità, risponde: «Quanto gliene serve di preciso a lui..», «Cinque..». Il prezzo corrente, annota il gip, oscilla tra 25 e 30mila euro al chilo. E ancora: «Però questo vuole comprare a prezzo non è che dici… a parte che questo viene, per questo ti dico io non dobbiamo fare chiacchiere, deve essere immacolata.. ah?…». Il tempo stringe. Costa sollecita: «Alle undici è tardi… ci sono quelli che aspettano, se tu ce la fai ad andare domani mattina alle otto..». E insiste: «Stasera si, lo devi mandare stasera perché quello domani alle due è già qua».

«Io li ho fatti»

Il giorno dopo, il 4 febbraio 2023, la microspia registra una conversazione che l’ordinanza definisce «interessante». Costa e Varamo parlano di rischi. Il capo spiega di aver deciso, negli anni, di ridurre la propria esposizione nel narcotraffico, per le condanne pesanti che comporta. «E oggi diventano sempre più brutte queste cose, se uno cade non ne esce». Varamo: «Dove vai?!». Costa: «Specialmente lo sventurato…». E Varamo chiude la frase: «Prende vent’anni..». Ma non è un uomo che parla da fuori. Per il gip, Costa ammette di essere stato in passato «pienamente attivo» nel settore, e proprio per questo di avere ancora molti contatti e di sapersi «muovere» con dimestichezza quando serve, come in questo caso. Lo dice così: «Ti ubriachi e dopo diventa abitudine, dopo non fai attenzione a questo non fai attenzione a quello, e cammini… il giorno diventa una cosa primaria va, il giorno prendi la macchina parti che devi andare da quello da quell’altro, io ti parlo così perchè io li ho fatti…». Varamo: «Ci sei passato!».

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